Linsanity

Pareva che la stagione dei New York Knicks anche quest'anno si sarebbe conclusa con un nulla di fatto. La squadra era stata costruita senza arte né parte, annoverava tra le proprie fila due superstars come Anthony e Stoudemire, ma giocava male, difendeva peggio e si notava a occhio nudo l'assenza di un vero playmaker. Coach D'Antoni, disperato, tentava addirittura di riesumare Baron Davis dal limbo dorato in cui era finito a Cleveland, scalzato dalla mente giovane e dal fisico scolpito della prima scelta assoluta Kyle Irving. Operazione, neanche dirlo, miseramente fallita. 

O di qua, o di là

Tra le pieghe del rapporto Gallup sul job approval di Barack Obama nel 2011, c'è un numero di cui si è parlato poco, ma che descrive piuttosto fedelmente lo stato attuale del sistema politico statunitense. Si tratta, come ha sottolineato qualche giorno fa Jay Cost sul sito del Weekly Standard, del cosiddetto "party gap": la differenza tra la percentuale di democratici e quella di repubblicani che approvano l'operato del presidente. Il "party gap" è un indice molto concreto del grado di polarizzazione del sistema politico. E nel caso di Obama, nel 2011, questo dato ha raggiunto il 68%. Di fronte all'80% di democratici che danno un giudizio positivo di Obama, infatti, appena 12 repubblicani su cento esprimono lo stesso giudizio.

CPAC 2012: parlano i candidati

WASHINGTON. "We're all Catholics now", siamo tutti cattolici ora, esordisce il governatore Mike Huckabee (protestante battista), all'apertura del secondo giorno della Cpac (Conservative Political Action Conference 2012). Se c'è un fattore unificante, in questa CPac, è la religione. Non la religione in senso lato, ma quella della Chiesa cattolica romana. Obama vuole ficcare il naso negli istituti religiosi, obbligandoli a distribuire contraccettivi. E' una violazione della libertà religiosa: un obbligo per i cattolici, dettato dal governo federale, a finanziare ciò che considerano peccato. E la reazione dei conservatori di ogni credo è unanime: una levata di scudi.

Leave Clint Alone

È accaduto anche questa volta, come ai tempi di "Gran Torino" e "Invictus": la macchina si è messa in moto ed è giunta alla conclusione che Clint Eastwood è un progressista. Hanno cominciato i media americani, non appena trasmesso lo spot che la Chrysler aveva realizzato per il Super Bowl, e da lì i cronisti di casa nostra hanno attinto a piene mani: dal Corriere della Sera a Repubblica, infine il Fatto Quotidiano che per avallare la tesi ha passato in rassegna alcune pellicole

Giant Nightmare

I New York Giants sono i trionfatori dell'edizione 2012 del SuperBowl, avendo battuto i New England Patriots per 21-17 in una finale che, onestamente, è stata fra le più belle che io mi abbia mai vissuto. Partita semplicemente meravigliosa, non spettacolare come da tradizione per il Superbowl, ma intensa, incertissima fino all'ultimo secondo e giocata maledettamente bene da ambo le parti, difese, attacchi e special teams nessuno escluso. Hanno vinto i Giants, evviva i Giants. Hanno vinto in rimonta con un touchdown di Ahmad Bradshaw a un minuto dalla fine. Erano gli underdogs secondo (quasi) tutti gli analisti. Partivano dal turno delle wild-card dopo aver raggiunto i playoffs solo alla fine della regular season. Hanno vinto in un modo dannatamente simile a quello con cui trionfarono nel 2008, sempre contro i Patriots, rimanendo cioè attaccati alla partita fino alla fine per poi operare il sorpasso senza lasciare a Brady alcuna possibilità concreta per ribaltare nuovamente il risultato. Hanno trionfato, lo dico con onestà , in maniera meritata. Eli Manning ce l'ha fatta. Su queste colonne, qualche settimana fa, avevo scritto che per lui era un'occasione più unica che rara per liberarsi definitivamente dall'etichetta pesante e scomoda di "fratello di Peyton". L'ha fatto da MVP, da QB d'élite come si era autodefinito, giocando una partita sontuosa: ha completato i primi 13 passaggi del match, portando in vantaggio i Giants con un TD pass per Victor Cruz; non ha perso la calma quando i Pats si sono portati a due possessi di vantaggio a cavallo tra il secondo e il terzo quarto; poi, nel finale, quando la palla scottava per davvero, è stato capace di condurre da vero generale la sua squadra alla vittoria, costruendo il drive vincente partendo quasi dalle proprie dieci yards, e trovando Manningham (I told you!), in quella come verrà ricordata come la play-action che ha deciso la Finale. Una ricezione incredibile, completata sul filo della sideline, con due difensori dei Patriots attaccati alle costole.. E' stato in quel momento che l'inerzia è girata e  i fantasmi del 2008 si sono librati in volo planando sul Lucas Oil Stadium, nelle menti e nei cuori di tutti i Patriots: giocatori, allenatori, dirigenti e membri della PatsNation sparsi in giro per il mondo.  E Brady? Sarebbe stato l'MVP, senza dubbio alcuno, se il Vince Lombardi Trophy avesse preso la strada per il New England: partita straordinaria la sua, condita da un paio di record per il Superbowl e cioè quello per il drive più lungo (96 yards, pareggia quello di John Elway) e quello per il maggior numero di passaggi completati consecutivamente (15, batte Joe Montana). Cosa gli si può rimproverare? Premesso che col senno di poi criticare è esercizio tanto semplice quanto stucchevole, l'unica cosa che mi sento di dire è che il buon Tom, da vincente qual è, ha voluto andare per la giugulare dei Giants nel momento topico della partita, andando prima sul profondo per Gronkowski rimediando un intercetto e in seguito, dopo un drive infruttuoso dei Giants, non completando un lancio per Welker che avrebbe portato i Patriots in raggio da field-goal, utile per la staffa. In quel momento, magari, sarebbe stato meglio per New England avanzare con piccoli guadagni provando qualche gioco di corsa in più, ma siccome sono due le squadre in campo in una partita, c'è da dire che la difesa di New York ha fatto un lavoro eccellente nel 4° quarto, tenendo Brady continuamente sotto pressione e non permettendogli di trovare tracce facili di passaggio; Inoltre Brady ha dovuto fare i conti anche con la precaria condizione del suo target preferito, quel Gronkowski di cui avevo parlato in sede di presentazione del SuperBowl. Chi vi scrive pensa che il Gronk non fosse al più del 30%, ma avendo un cuore che fa distretto, non è voluto mancare al Grande Ballo, pur non riuscendo praticamente a saltare e correndo letteralmente su una gamba sola: le immagini dell'ultima azione della partita (lancio dell'Ave Maria di Brady verso l'end zone dei Giants) sono lì a testimoniarlo e azzardo a dire, amici, che un Gronk sano quell'ultima palla sporcata dalla difesa sarebbe riuscito a catturarla in tempo utile. Ma non siamo qui a parlare di cosa avrebbe potuto essere, siamo qui a celebrare il successo dei New York Giants, che hanno fatto ciò che dovevano, sviluppando perfettamente il gameplan preparato da coach Tom "Tough" Coughlin: hanno tenuto fuori l'attacco dei Patriots per gran parte del primo tempo, fino al drive magistrale di Brady che ha consentito a New England di concludere in vantaggio la prima frazione con il touchdown di Woodhead. Nel 3° quarto, dopo il touchdown di Hernandez, sono rimasti aggrappati alla partita con un paio di field-goals messi a referto, per poi passare in vantaggio a un minuto dalla fine e, infine, resistendo grazie a una splendida difesa all'ultimo miracolo tentato da Brady, hanno riportato il Vince Lombardi Trophy nella Big Apple e la parata sulla Quinta Strada, quattro anni dopo l'ultimo titolo, vinto, come già detto, contro i Patriots. Va così agli archivi anche questa stagione di football Nfl, che non ha deluso gli appassionati di questa magnifica disciplina sportiva; sono felicissimo di aver avuto la fantastica opportunità di poter condividere con Voi su RightNation almeno la parte finale di questa annata.. magari, se Vi va, il prossimo anno la vivremo insieme tutto d'un fiato, dall'inizio alla fine.. Un ringraziamento speciale soprattutto per Andrea e per il mio bro Simone, che pubblicano i miei (eufemismo) "articoli" e perdonano il mio elementare stile di scrittura, di certo non al livello degli altri writers di questo fantastico blog.. E ora sotto con la March Madness!! P.S. Due parole sull'half-time show: secondo la mia fonte (attendibilissima se si parla di Madonna) lo spettacolo si è rivelato, al solito, preparato meticolosamente e di grande impatto; per chi, però, avesse già visto un live della signora Ciccone non vi sono stati elementi di grossa novità, diciamo che non si è voluto rischiare, è forse ciò è stato un bene. Da segnalare comunque l'entrata in scena dell'artista issata su di un trono dorato trainato da un centinaio di gladiatori unti.. al solito morigerata (questa è per te Simone).

Ma che colpa abbiamo noi?

E' diventato un luogo comune come gli altri. Non ci sono più le mezze stagioni, Pippo Baudo è un professionista e la crisi economica è colpa del liberismo-selvaggio (in Italia si scrive tutto attaccato) inaugurati da Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Non si tratta di una novità, ma di un rigurgito. Sopito per un po', ha covato sotto la cenere in tutti questi anni. Una fortunata citazione di Fran Lebowitz - l'intellettuale della sinistra new yorkese nota per le sue battute fulminati e per il blocco dello scrittore che le impedisce di pubblicare alcunché da decenni - recita: "In Unione Sovietica il capitalismo ha trionfato sul comunismo. In America il capitalismo ha trionfato sulla democrazia". Un aforisma che racconta un pregiudizio profondo. Lo stesso pregiudizio che porta al riflesso condizionato: la colpa della crisi economica è dell'economia di mercato, del capitalismo globalizzato, del liberismo. E, ovviamente, dei suoi profeti.
Accade nei paesi anglosassoni dove la rivoluzione di Reagan e Thatcher è stata almeno studiata. Figuriamoci in Italia dove - per gli intellettuali di casa nostra, ancora fermi a "Quelli della Notte" e "Drive in" - gli anni 80 furono semplicemente l'era dell'edonismo reaganiano e dell'egemonia sottoculturale berlusconiana.
Ma che colpa ne hanno Reagan, la Thatcher e i neoliberisti se l'Europa statalista e interventista sta esalando l'ultimo respiro ed è costretta a fare i conti con la realtà? Cominciamo da capo. Il liberismo crede che il mercato (e non lo stato) sia lo strumento più efficiente per creare e distribuire ricchezza. Crede che la spesa pubblica sia fondamentalmente meno produttiva di quella privata e che le tasse abbiano un effetto depressivo sull'economia. Crede che lo stato, come ogni buona famiglia, non debba spendere più di quanto può permettersi, perché se fa troppi debiti, prima o poi i creditori busseranno alla porta e allora saranno guai. Crede insomma in una serie di regole di buon senso che sono fondamentalmente piuttosto condivise ormai. Ma che - volendo - possono essere contestate, discusse, confutate (se ci si riesce).
Ci sono cose che, secondo i neoliberisti, i governi devono fare: liberare l'economia dall'interferenza dello stato, privatizzare i servizi pubblici, liberalizzare i settori non strategici, consentire il libero scambio internazionale.
Poi ci sono cose che i neoliberisti non dicono affatto. Non dicono ad esempio che si possano compiere reati in ambito finanziario o che le banche debbano prestare soldi senza garanzie, magari con il placet dello stato. E, soprattutto, non dicono che chi viola le regole debba restare impunito e chi fa investimenti sbagliati debba essere salvato dal fallimento e risarcito. Se questo è accaduto (e cioè se chi ha violato le regole è rimasto impunito e chi ha fatto investimenti sbagliati è stato salvato) non è colpa del liberismo, non è colpa del mercato, non è colpa del capitalismo. E' colpa della politica che non ha punito chi violava le regole e ha premiato chi doveva fallire. Se c'è una caratteristica davvero spietata del paradigma capitalista è proprio quella della responsabilità: chi rompe, paga. L'eccesso di libero mercato non c'entra né con la crisi dei subprime né con la formazione dei mostruosi debiti pubblici nazionali.
Sull'orlo del baratro e del fallimento non c'è il liberismo, ma lo stato interventista. Abituato a finanziarsi con l'inflazione e con il debito pubblico, ora ha toccato il fondo e per avere una speranza di salvezza deve cambiare registro e rinunciare ad un bel po' del suo potere.
Al contrario di quel che racconta la vulgata, insomma, possiamo solo sperare in una classe politica abbastanza lucida da adottare una politica liberista. "La risposta ad un governo troppo grande - diceva Reagan - è quella di smettere di nutrire la sua crescita".
Oggi, 6 febbraio 2012, Ronald Reagan compirebbe 101 anni. E mai come in questo momento ci sarebbe bisogno di lui. O della sua alleata Margaret Thatcher. Perché non è di filosofi, professori o di economisti che avremmo bisogno ma di politici capaci di opporsi alla cultura dominante in Italia - a sinistra come a destra - che, ancora, idolatra lo stato. C'è qualcuno che ha il coraggio finalmente di "affamare la bestia"?

Centouno

Un anno fa l'homepage di RightNation appariva così.  Diciannove pezzi per raccontare il nostro Ronald Reagan e fargli tanti auguri per il suo centesimo compleanno. Trecentosessantacinque giorni dopo siamo sempre lì, a ricordare che The Gipper è stato, è, sarà il nostro modello ideale.  Ha rappresentato la quintessenza degli Stati Uniti come nessun'altro, contraddizioni incluse. Ci ha regalato perle rare come quel "government is not the solution to our problems, government is the problem".  Detta così suona anche facile, pronunciata davanti all'America nel bel mezzo del discorso  inaugurale per l'insediamento ci consegna la cifra di un presidente non convenzionale.
Della sua esperienza politica si ricorderanno molte cose, alcune positive, altre meno. Quel che non si potrà negare mai è stata la sua capacità di cambiare per sempre la narrativa del conservatorismo mondiale, riportando al centro la libertà individuale e la fiducia nelle persone prima ancora che nello stato.
Abituati come siamo a contornare i concetti, anche quelli più semplici, di complicate perifrasi , rimaniamo ogni giorno più colpiti nel riuscire a sintetizzare con un nome e un cognome tutto quello che sogniamo per il nostro paese.  Auguri, Ronald Reagan.   

Numeri della Florida

A 48 ore dal voto delle primarie repubblicane in Florida, è il caso di sottolineare qualche dato di fatto passato sotto silenzio durante l'orgia mediatica sulla ritrovata "ineluttabilità" della vittoria di Mitt Romney.

Superbowl XVLI

Cari amici di RightNation, here we are. Domenica prossima, 5 febbraio 2012, l'America si fermerà e allo Lucas Oil Stadium di Indianapolis (alle 00 CET) , i New England Patriots e i NewYork Giants si contenderanno quello che è il più ambito trofeo del football americano, il Vince Lombardi Trophy. Biglietti ovviamente introvabili e più di un miliardo di spettatori worldwide incollati alla televisione. Milioni di litri di birra e tonnellate di pop-corn e patatine. Kelly Clarkson da American Idol all'inno nazionale (sperando non sbagli le parole come Cristina Aguilera l'anno scorso) e half-time show affidato a Madonna. Spettacolo, emozioni, sangue,sudore e lacrime.Gloria ed oblio divisi, magari, da poche yards. Tutto questo, e molto di più, è il Superbowl!!

I New England Patriots sono i grandi favoriti: ottima regular season, il miglior QB in circolazione, Tom Brady, tre superbowl vinti dal 2001 ad oggi, grande attacco, buona difesa, apparentemente nessun punto debole ad eccezion fatta forse per il gioco di corse, ma quando hai dalla tua parte il QB che da 10 anni domina, è un rischio che puoi permetterti di correre.. Arrivano a questa finale dopo aver sconfitto facilmente i Denver Broncos prima e i Baltimore Ravens nella finale della Afc; vittoria quest'ultima ottenuta con un finale-thrilling in cui i Ravens hanno mancato un facile field-goal con cui avrebbero agguantato un meritato overtime.
 Dall'altra parte della barricata i New York Giants, naturali underdogs per una partita come questa: buon QB in Eli Manning, attacco discreto,  difesa dura e non molto pura, arrivano al Grande Ballo partendo dai match delle wild-card, dove prima hanno serenamente tarpato le ali agli Atlanta Falcons; successivamente hanno compiuto la grande, grandissima impresa di andare a vincere a Green Bay contro i super-favoriti (anche in chiave titolo) Packers e infine, nella finale della Nfc hanno avuto la meglio all'overtime sui San Francisco 49'ers, sfruttando un paio di peccati capitali dei padroni di casa (sanguinoso fumble di Kyle Williams all'overtime con conseguente field-goal vincente dei Giants). Pronosticare un risultato per una partita come questa è un esercizio davvero difficile, vista anche la mia fede per i Patriots, ma cercando di apparire il più imparziale possibile dico che New England potrebbe andare al comando abbastanza presto, con i Giants impegnati a non perdere la targa degli avversari, per poi tentare il colpaccio al crepuscolo della partita. Agli appassionati di American Football questa trama non apparirà nuova: già nel 2008 il Superbowl fu deciso in maniera molto simile, con gli underdogs di turno che riuscirono a rimanere in partita sino al 4o quarto per poi operare il sorpasso a pochi minuti dal termine e andare a conquistare la vittoria finale. Chi erano le squadre? I favoriti erano i New England Patriots di tale Tom Brady, mentre il ruolo di outsider spettava di diritto ai New York Giants guidati in regia dal giovane quarterback Eli Manning. Ora ditemi voi chi è lo sceneggiatore, perchè lo voglio agli Oscar.. Scherzi a parte, signori, questa è la magia dello sport americano e sono situazioni come queste che spingono noi menti malate a fare le ore piccole in svariate occasioni per capire e cercare di descrivere cosa accade dall'altra parte dell'oceano, sia essa una finale di football, un caucus nell'Iowa o in South Carolina..
Ma chi saranno i protagonisti di questo epico duello? Dato per assodato che un Carneade che ti fa vincere partita e titolo nel football può spuntare in qualsiasi momento (basta un intercetto o un field-goal), proverò a citare quelli che potrebbero essere gli atleti, da ambo le parti, più accreditati al titolo di MVP di questo Superbowl 2012.
Tom Brady ( New England, QB ): su di lui ho già detto tutto: miglior QB della NFL, tre titoli vinti, leader naturale, passatore sublime, marito della top model Gisele Bundchen.. vincendo domenica, può raggiungere a quota quattro SuperBowls autentiche leggende come Joe Montana e Terry Bradshaw, con la concreta prospettiva, a 33 anni, di poter arrivare a cinque(!) anelli.
Eli Manning (New York, QB ): fratello di Peyton, ha la chanche di vincere il suo secondo titolo nello stadio del fratello staccandolo come numero di campionati vinti (due Eli, uno Peyton). Si proclama uno dei QB d'elìte della Lega, se gioca come a Green Bay ha fondati motivi per sperare; se gioca come a San Francisco.. è probabile che la parata si svolga a Boston..
Rob Gronkowsky ( NE, TE ): se Brady è Ibrahimovic, the Gronk è Gattuso. Mi spiego: è senza alcun dubbio il leader emotivo dei Patriots, straordinario arringatore della Patsnation e combattente vero. A tutto ciò aggiungete un fisico da Navy Seal di osamiana memoria, grinta senza pari e due mani sartoriali che sembrano create su misura per ricevere i lanci del buon Tom. Si è infortunato nella finale Afc vinta contro i Baltimore Ravens, ma chi vi scrive si sorprenderebbe molto a vederlo in borghese domenica..
Ahmad Bradshaw (NY RB ): fisico compatto e scatto bruciante uniti ad una capacità incredibile nel reggere i contatti e rimanere in piedi, guadagnando così preziose yards per i Giants.
Aaron Hernandez ( NE, TE): equivalente latino del Gronk di cui sopra, fisico esplosivo e ottime mani, sta giocando dei playoffs eccezionali.
Victor Cruz (NY, WR ): per avere notizie di lui non chiedete alla difesa dei 49ers, che non gli ha mai preso il numero di targa nella finale di due domeniche fa. Eccellente ricevitore, viene occasionalmente utilizzato anche in schemi che prevedono passaggi corti, rappresentando così un'ottima polizza anti-blitz per Manning.
Wes Welker ( NE, WR ): veteranissimo giunto all'ottavo anno nella Lega (quinto con i Pats), è il target preferito di Brady quando decide di andare sul profondo. 
Mario Manningham ( NY, WR ): ottimo ricevitore al quarto anno con i Giants, ha la simpatica caratteristica di salire di livello nei momenti risolutivi della partita. Semplicemente decisivo sia a San Francisco che a Green Bay.
In questa brevissima disamina ho volutamente tralasciato le difese, in quanto credo che la difesa nel football sia più che mai un team effort e scegliere un qualsivoglia giocatore sarebbe screditante verso qualcun altro; inoltre c'è un classico detto nel football che sostiene che, mentre l'attacco di una squadra fa vendere i biglietti, è la difesa che fa vincere le partite. Detto questo, credo che la partita si deciderà quando la palla ce l'avrà in mano Brady, su quanto cioè la sua linea d'attacco saprà proteggerlo nella tasca e su come i Giants difenderanno sui giochi di lancio dei Patrioti.
A questo punto non mi resta che augurarVi buon divertimento per una partita che si preannuncia davvero coinvolgente e ricca di pathos, vista la grande rivalità esistente tra queste due squadre e, più in generale, tra queste due metropoli, con il precedente del 2008 ad aggiungere benzina sul fuoco.. Vi consiglio, ovviamente, di godervelo live, magari in compagnia di qualche amico.. Caffè americano (quello che prepara Simone è over the top) e marshmellows appena scottati se gradite un menù dolce, altrimenti fate come me e via di Budweiser o Miller, freedom fries e hot-dogs (naturalmente ho preso ferie lunedì 6).
Are You ready for Football??

Speeches

Solita carrellata di discorsi post primarie. Sempre in rigoroso ordine d'arrivo: Romney, Newt, Santorum, Paul.

Ieri sera Luca Bocci li ha commentati così:

Romney meglio del solito: secondo discorso decente dell'intera campagna elettorale - i suoi speech coaches saranno soddisfatti.
Santorum ha iniziato a prendersela con Romney sul Romneycare ma sembra decisamente meno convinto di qualche tempo fa: magari qualcuno ha già iniziato a fargli capire che il suo momento, non quello di Gingrich, potrebbe essere passato - tipica excusatio non petita, quasi freudiana direi.
Tutti naturalmente aspettavano Newt e, ricordando la sventagliata di bile sparata da Mitt dopo la legnata in South Carolina, temevano un'implosione stile Howard Dean.
L'imprevedibile Newt cosa fa? Rilancia, alla grandissima: parla come se fosse già non dico il candidato, ma addirittura il presidente degli Stati Uniti. Sembra dettagliare un "contract with America", definisce la gara una "corsa a due" tra lui, il candidato conservatore e l'altro, il "moderato del New England".
Bello il riferimento rivoluzionario, quando dice che metterà in gioco la sua vita, la sua ricchezza ed il suo "sacro onore" - ai teapartygiani tutti piacerà parecchio.
Funzionerà? Difficile a dirsi: la reazione finora non è stata delle peggiori, a giudicare dai ripples nella blogo-twittersfera.

GOP 2012 - Florida Liveblogging

Liveblogging sulle primarie repubblicane in Florida. Si parte nel pomeriggio, molto "light", si accelera nel corso della nottata. Gli unici limiti, come sempre, sono quelli fisici dei poveri livebloggers. Insieme a Mancia & Bressan, previsti gli interventi di Luca Bocci, Dario Mazzocchi, Filippo Nardelli e Pietro Salvatori. Commenti aperti, ricchi premi e cotillons (ma anche no).

Tocca alla Florida

Domani tocca alla Florida. E stavolta si fa sul serio. La durissima sfida per le primarie del partito repubblicano arriva a uno snodo cruciale, proprio in quel Sunshine State che negli ultimi anni ha sempre rappresentato un solido indicatore elettorale per le fortune del GOP. Nel 2000, regalando un'inaspettata vittoria ad un George W. Bush che partiva sfavorito nei confronti del vicepresidente Al Gore. Nel 2004, certificando quella superiorità nazionale nei confronti dei democratici che molti analisti (soprattutto al di qua dell'Oceano) fingevano di ignorare. Nel 2008, prima preferendo John McCain a Mitt Romney alle primarie e poi scegliendo Barack Obama per la Casa Bianca.

Built to last

L'America disegnata da Barack Obama nell'ultimo discorso sullo Stato dell'Unione è così tanto "built to last" che è uguale a quella dell'anno scorso e probabilmente identica a quella dell'anno prossimo. Se vi siete lasciati convincere dai giornali italiani che è stato un gran discorso, guardate qui:

I'm a Ranger

In principio erano i guardiani di Ellis Island, deputati al controllo delle persone che arrivavano negli States per cercare fortuna, al tempo in cui entrare in America era relativamente semplice, a differenza di quanto avviene al giorno d'oggi ( a meno che non si sia provvisti di green card o non si sia dei fuckin' Mexican ).. Da quasi un secolo, oramai, sono invece i guardiani del Madison Square Garden, nelle notti in cui il parquet viene tolto ed è il ghiaccio a farla da padrone: sono i Blueshirts, Ladies and Gentlemen, yours New York Rangers!!

E' senza dubbio il team-pro della Big Apple con più storia e fascino, insieme ovviamente agli Yankees di baseball, membro originale delle ''original six'' della NHL, cioè delle squadre che fanno parte di questa lega di hockey su ghiaccio fin dalla sua creazione, nel lontano 1926. In realtà la NHL fu fondata nel 1917 con solo due squadre, i Toronto Maple Leafs e i Montreal Canadiens. Nel 1924 si aggiunsero i Boston Bruins, infine, nel 1926, fu la volta dei Detroit Red Wings, dei Chicago Blackhawks e dei New York Rangers. Tutte queste squadre ancora oggi fanno parte della NHL, dando lustro e iniettando fascino e storia alla lega di hockey più famosa al mondo, nonostante i pallidi tentativi di imitazione europei e post-sovietici in particolare, e ogni riferimento alla KHL e ai suoi petro-rubli è puramente voluto..
Ma questo è un altro discorso: oggi sono qui a parlarVi di questa squadra, delle sue aspirazioni e dei suoi obbiettivi: chi vi scrive se ne è innamorato dal 28 dicembre 2008, giorno in cui, trovandomi ''per caso'' dalle parti di Manhattan, entrai al Madison Square Garden per assistere live alla stracittadina tra i miei Rangers, appunto, e l'altra squadra della Big Apple, gli storicamente derelitti New York Islanders, versione su pattini dei Los Angeles Clippers di basket, almeno prima dei Griffin e dei Chris Paul. Neanche dirlo, vittoria dei Rangers che acquistarono fin dal loro ingresso in campo, sulle note della theme song di CSI New York, un nuovo fan.. In realtà sarebbero stati due i fan, se avessi avuto Simone al mio fianco, ma in quella particolare occasione ero accompagnato dalla mia anima gemella, che disgraziatamente non sa (ancora) apprezzare lo spettacolo che solo gli sport a stelle e strisce sanno offrire, e per spettacolo non intendo solo l'evento sportivo in senso stretto, ma anche tutto ciò che alla partita fa da contorno, che secondo me è quasi altrettanto importante ( e qui sarebbe molto interessante, anche didatticamente, un paragone con la politica, non solo americana).
Ma veniamo alla stagione in corso di svolgimento, giunta alla pausa per l'All Star Game: i Rangers in questo momento sono al comando della Eastern Conference in coabitazione con i Boston Bruins, riproponendo l'eterna faida sportiva tra queste due città. La rivalità tra queste due squadre non raggiunge i picchi d'intensità di quella, nel baseball, tra Yankees e Red Sox, ma è comunque molto sentita. I Rangers, dicevamo, si trovano al comando sorprendendo un po' tutti gli analisti d'oltreoceano che li accreditavano sì come una buona squadra, ma in grado al massimo di puntare ai playoffs; invece, grazie a un ottimo mercato estivo e a un paio di scelte giuste nel draft, si ritrovano ora ad essere tra le contendenti per la Stanley Cup. Guidati da un ottimo coach, Joe Tortorella, giocano un hockey duro, aggressivo e non lasciano molto spazio ai ricami. Le stelle? Pochine per la verità, in compenso il roster è molto profondo e ricco di ottimi giocatori. In attacco spiccano sicuramente i veterani Marian Gaborik e Brad Richards, elementi che garantiscono fisicità e parecchi punti alla squadra:coach Tortorella spera che portino anche quell'esperienza e quel filo di malizia necessari in vista della post-season. Accanto a loro parecchi giovani di belle speranze come Artem Anisimov, vero e proprio '' steal of the draft '' (secondo giro, 54a scelta assoluta) nel 2006, Carl Hagelin, Brandon Dubinsky ma soprattutto il preferito di chi vi scrive, e cioè Ryan Callahan, una specie di Pippo Inzaghi su pattini da ghiaccio, vera bandiera del team e idolo del MSG.
Anche la difesa può contare su molti ottimi elementi come i paisà Dan Girardi e Michael Del Zotto, Marc Staal e Ryan McDonagh: solidità è il primo termine che mi viene in mente per descrivere questo reparto, seguito da durezza e protezione. Protezione di chi? Del vero valore aggiunto di questa squadra, l'uomo che, con le sue prestazioni sul ghiaccio, può decidere fino a che punto sono concessi sogni di titolo e voli pindarici per l'esigente pubblico della Grande Mela: il portiere Henrik Lundqvist. Svedese (ma glielo concediamo), iridato olimpico a Torino 2006, difende la gabbia dei Rangers dalla stagione 2005-06; è a mio avviso il miglior interprete del ruolo in circolazione sul Pianeta Terra, ma, per non apparire troppo parziale, lo collocherò nei primi tre.. Tipicamente vichingo nei tratti fisici e somatici, è idolo indiscusso di signore, signorine e metrosexuals presenti al Garden nelle sere di ghiaccio, nonchè unico motivo d'interesse per Elisa nella partita di cui Vi ho parlato qualche riga fa..
E' dal lontano 1994 che Lord Stanley non fa una visita dalle parti di Penn Station, e dopo la vittoria in gara7 (avversari i Vancouver Canucks) un tifoso espose un cartellone con la scritta ''Now I can die in peace''..Ora, io non so se quel tale è still alive, ma glielo auguro di cuore, anche perchè questo potrebbe essere l'anno buono per un (alquanto tardivo) replay.. Prima però bisognerà andare a vincere nella tana dei Bruins, per poi attendere la squadra che uscirà indenne dalla tonnara ghiacciata a cui stiamo assistendo ad Ovest.. La squadra c'è, il momentum anche, basterà? In tarda primavera le risposte..

Lessons from the South

Qualche considerazione, in ordine sparso, sull'esito delle primarie repubblicane in South Carolina. 1) Ha vinto Newt Gingrich. E su questo ci sono pochi dubbi. Ma si tratta di una vittoria ancora più netta e significativa se si pensa che fino a una decina di giorni fa l'ex Speaker della Camera viaggiava malinconicamente al terzo posto - con un trend pericolosamente negativo - dietro a Rick Santorum e con una dozzina di punti percentuali di svantaggio rispetto a Mitt Romney.

Speeches

Al solito, in rigoroso ordine di arrivo, vi proponiamo il "victory speech" di Newt, il grande sconfitto Mitt Romney, il terzo incomodo Santorum e il sempre originale Ron Paul. Enjoy!

GOP 2012 - South Carolina Liveblogging

Liveblogging sulle primarie repubblicane in South Carolina. Si parte "light", poi si vedrà. Anche stavolta si va avanti fino allo sfinimento dei livebloggers. Oltre alla coppia di fatto Mancia & Bressan, previsti gli interventi di Dario Mazzocchi, Filippo Nardelli e Pietro Salvatori. I commenti sono aperti.

Home Run [video]

Newt Gingrich contro John King, nelle fasi iniziali del Southern Republican Presidential Debate trasmesso ieri dalla CNN. [video]

Cinque motivi

Rick Perry saluta i suoi fans su Facebook con un sibillino "Anita and I thank for your support". Non aggiunge molto altro sui motivi del suo abbandono, così come molto poco ha spiegato in conferenza stampa. Politico.com riporta oggi un interessante articolo nel quale spiega quali sono state le 5 cose che hanno affondato Rick Perry.

Il primo fattore è forse quello che colpisce di più: "The fire in the belly wasn't there at the start" ovvero il governatore texano non era pronto oppure il suo cuore non lo era. L'articolo, che porta la firma di Maggie Haberman, spiega che dopo aver annunciato la sua candidatura il 13 agosto con un "head of steam", non c'è stato un vero e proprio secondo atto nel quale Perry potesse far valere le sue idee e la sua forza conservatrice: "The moment he was forced to talk issues he revealed just how ill prepared he was to be a candidate. He had clearly thought little about foreign policy and his answers to questions about the topic had the feel of a student who had crammed for an exam by committing a few lines to memory".
Il secondo motivo riguarda il suo programma: "Il messaggio non era chiaro". Secondo Haberman, Perry ha speso poco tempo nelle sue prima settimane a parlare di quello che sarebbe stato il suo biglietto da vista (aver creato nuovi posti di lavoro in Texas creando un record considerevole) e non era disposto a difendere molte delle cose che conteneva. Dopo alcuni dibattiti mal impostati, ha cercato di far passare il suo messaggio come quello di un qualsiasi anti - Wall Street, un Washington outsider. Fino a diventare, qualche giorno prima dei Caucus, un candidato tutto sbilanciato sulla fede,  sperando in un effetto benefico tra l'elettorato evangelista dell'Iowa.

Il terzo punto invece spiega il suo vero e proprio tallone d'Achille: "He just couldn't debate". Esemplare il dibattito in Michigan del 9 novembre quando a Perry sfuggì il nome della terza agenzia federale che voleva abolire. Probabilmente tutto ì dovuto dal fatto che, come riporta l'articolo, il governatore texano, nell'ultima decade, abbia discusso pubblicamente solo una manciata di volte.  Spiegando anche che "Voters looking for a nominee who'll be able to stand toe to toe with Barack Obama in the general election - and the fall debates."
Il quarto punto invece tocca la sua organizzazione: "The organization wasn't organized". Il suo team non è mai riuscito a trasmettere l'idea giusta di Rick Perry, ovvero di uomo che detiene un record di posti di lavoro creati che dovrebbe parlare da solo.
 
L'ultima causa del suo naufragio è stato il fatto che la sua campagna è stata vista come un matrimonio fra un "insular inner circle" e "new outsiders". Matrimonio forzato come ci insegna la campagna per le presidenziali repubblicane di Rudy Giuliani nel 2008. Perry ora appoggerà Newt Gingrich nella corsa presidenziale. Una mossa che potrebbe costare cara a Mitt Romney che nonostante la vittoria in Iowa e new Hampshire potrebbe trovare oggi grandi difficoltà già in South Carolina.  Sensazione confermata anche dagli ultimi sondaggi che lo segnalano in pericolosa flessione. A pesare probabilmente anche l'ultimo dibattito in cui è risultato alquanto piatto e poco comunicativo. A ciò andrebbero aggiunte le indiscrezioni riportate da Fox news secondo cui la campagna di Romney starebbe incontrando i primi problemi economici. 

Domani sera  vedremo se esiste o meno un effetto Perry sulla corsa alla presidenziali. Da candidato presidente è durato molto poco, da kingmaker potrebbe andare meglio.

L'ultima spiaggia dei conservatori

La mossa era nell'aria già da qualche giorno. Ma sembrava troppo intelligente per essere vera. Soprattutto in un momento in cui, con grande sollievo di Barack Obama, i contendenti alla nomination del partito repubblicano per le elezioni presidenziali sembravano tutti impegnati in una gigantesca (e costosissima) partita "a perdere". Eppure alla fine è accaduto: Rick Perry lascia, per appoggiare Newt Gingrich.

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