Fanno malefeb13

Fanno male

Il quarterback Tom Brady, che ha sposato la top model Gisele Bündchen, domenica si sarà anche consolato tra le sue braccia dopo aver perso nuovamente il Super Bowl contro i New York Giants di Eli Manning, come avvenuto già cinque anni fa. Ma non è l'unico caso di sportivo il cui rendimento è finito sotto la lente di ingrandimento dopo aver scelto di stare accanto a donne bellissime. Eccoli, dal tennista Roddick al cestista Jaric fino all'ex-calciatore Bobo Vieri.

Dumb Leftgen21

Dumb Left

"Sono davvero cosi stupidi? Possono davvero essere cosi imbecilli?". La sinistra della blogosfera americana questa volta ha perso la pazienza . Ed è passata agli insulti pesanti. A scrivere così (e anche di molto peggio) è stato niente meno che Daily Kos, blogstar della sinistra progressista statunitense. Post e articoli dello stesso tenore sono stati pubblicati negli ultimi giorni sui siti più frequentati dai liberal Usa. Gli "stupidi" e gli "imbecilli" sono il presidente Obama e i deputati Democratici.

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Cool Conservative

"Né i conservatori né gli umoristi credono che l'uomo sia buono. Ma quelli di sinistra sì". È una delle massime di P. J. O'Rourke, giornalista e autore statunitense che così racconta la sua visione delle cose, ricordando quando negli Anni '60 si conformò al pensiero dominante tra i giovani americani, abbandonando le sue posizioni politiche: "Almeno non sono mai stato un liberal. Sono passato dall'essere un repubblicano ad un comunista e poi sono tornato immediatamente repubblicano". Un simpatico mascalzone che ha ragione, ma non del tutto.

Il conservatore si porta dietro un certo pessimismo cronico, un mix tra realismo e cinismo che agli occhi di chi guarda alle cose attraverso gli stereotipi e i pregiudizi lo rendono un bastardo, un usurpatore, un retrogrado. Un reazionario (bellissima parola ormai caduta in disuso). È poi vero che i conservatori mettono in conto la necessità di limitare le tendenze pericolose degli uomini facendo uso di legge e ordine (Law and Order) e - quando proprio occorre - della forza militare. E quello pensa: fascisti (stereotipo).
Il conservatore al contrario è ganzo, figo, originale perché crede che tutti abbiano qualcosa da dire, da esprimere, da portare alla luce al punto che soltanto di fronte alle circostanze estreme il bene più prezioso che si ha - la libertà - può essere momentaneamente limitata. Notare la differenza: i liberal (sì, proprio loro), nella visione del mondo così fastidiosa, rancorosa e prepotente che hanno incorporata, sono dell'idea che l'uomo sia del tutto incapace di fare qualcosa di giusto, d'intendere e volere. Per creare una società giusta e corretta si affidano ad un'entità morale superiore che spesso coincide con il concetto di stato a seconda delle loro preferenze e dei loro criteri, in grado di infilarsi nelle libertà individuali, dettando comportamenti, azioni e regolamentazioni sociali. Il popolo - dicono - va istruito, che non è un sinonimo di educato.

È un virus che contagia facilmente, tipo quel David Cameron che qualche anno fa appoggiò l'aumento delle tasse o l'ex Terminator Arnold Schwarzenegger (Republican In Name Only) che ha contribuito a mandare in bancarotta la California, spendendo i soldi dei contribuenti in politiche ecologiste che non hanno portato da nessuna parte e soprattutto hanno condotto ben lontano dal risparmio le casse dello stato della West Coast. Una debolezza che in diverse occasioni intacca le difese immunitarie, negli Stati Uniti, della destra cristiana,  specie quando chiede da parte del governo di rafforzare la cosiddetta morale pubblica, facendo la figura di quei gruppi femministi di casa nostra che ora domandando "se non ora, quando?", mentre trent'anni fa pretendevano che ogni cosa fosse lecita.

I conservatori sono cool. Rispettano istituzioni fondate nel tempo come la famiglia (non i suoi surrogati a piacimento), la scuola e pure la Chiesa - senza indossare i panni del bigottismo in salsa sociale/progressista. Celebrano la vita bevendo, alla faccia dal salutismo regolamentato. Pigiando sull'acceleratore, in barba ai numerosi divieti che hanno intasato le strade. Lasciandosi scappare qualche parolaccia gratuita, qualche espressione aggressiva e politicamente scorretta, a dispetto di chi finge di fare uso di un vocabolario da educande. Sono per quel modo di vivere la vita che i radical chic promuovo solo a parole: siate voi stessi, santi e peccatori. Nel rispetto della libertà individuale e del buon senso, che altrimenti ci si trasforma nei soliti fighetti del "so tutto io".

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Toh, l'Iraq

Entro fine dicembre anche le ultime truppe americane rientreranno in patria. Guerra finita, quindi, e consegnata alla storia. Da quando George Bush ha abbandonato la Casa Bianca e Barack Obama si è insediato come "Commander in Chief" le luci dei riflettori sono uscite da Baghdad per far rotta su Washington. In Europa il dato va elevato all'ennesima potenza. Non abbiamo queste abilità di "media watching" ma sarebbe davvero simpatico analizzare il numero di articoli dedicati al fallimento iracheno apparsi prima di Barack Obama e dopo The One.

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Special Relationship

Su Sky in questi giorni stanno trasmettendo "The special relationship", film datato 2010 e che racconta il rapporto, tutto particolare, tra il presidente americano Bill Clinton e il primo ministro inglese Tony Blair. Si tratta di due protagonisti del panorama internazionale, alle prese con un periodo particolarmente delicato sia politicamente (soprattutto in America con il Lewinsky gate) che diplomaticamente (nel Regno Unito con la questione irlandese  e in Europa con Milosevic e lo sterminio razziale in Kossovo).

L'idea del  film è quella di mostrare la speciale relazione che intercorre fra i due capi di governo ma è anche uno strumento molto utile per conoscere e capire le azioni politiche e non degli ultimi anni del primo millennio.

La pellicola inizia con il celebre incontro fra il presidente americano appena rieletto e il capo del Partito Laburista del Regno Unito, candidato alle elezioni del maggio '97.  Un incontro dai contorni decisamente particolari: primo perché Tony Blair non è ancora stato eletto e quindi non si presenta in veste di capo di governo, secondo perché Clinton sembra volersi ritagliare la parte della prima donna, facendo dell'amico Tony un suo delfino "europeo".

Emblematica, nel film, rimane la telefonata con cui Bill Clinton si congratula con Tony Blair per la vittoria elettorale: pochi istanti brevi, quasi freddi con cui il Presidente americano si compiace per la vittoria e chiude rapidamente la conversazione telefonica.  

Nel Regno Unito intanto inizia a complicarsi l'Irish question con l'IRA e il Sinn Fein che si delineano sempre più come due organizzazioni di carattere aggressivo. L'appena eletto Tony chiama subito il suo collega transoceanico chiedendogli alcun i consigli, proprio come farebbe un qualsiasi figlio impaurito con il proprio papà. La telefonata sembra aver prodotto proficui risultati ma alcuni giorni dopo l'IRA ammazza due poliziotti inglesi. Così il presidente americano, per preservare la leadership del suo delfino d'oltremanica, scende in campo e scandisce l'ultimatum alle due organizzazioni irlandesi.

Ma come ben ci fa notare il film, la speciale relazione fra Clinton e Blair inizia a sgretolarsi con il Lewinsky gate. Il presidente americano è accusato di aver avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky, all'epoca ventitreenne, e Blair, nonostante le pubbliche affermazioni di solidarietà, inizia a meditare sul suo ruolo nell'alleanza. Decisiva pare essere la moglie Cherie, da sempre scettica nei confronti del piacione Bill.

La relazione fra i due presidenti  ha una grande possibilità di rinnovarsi, alcuni anni dopo, con la decisione sulla guerra contro Milosevic. Eppure Clinton, sotto influenza della moglie Hilary, è sordo alle richieste del premier britannico che chiede oltre ad un bombardamento aereo anche un'operazione militare congiunta per abbattere il regime di Belgrado. Così Blair, che come afferma nel film si era "spinto fin troppo in questa guerra", ad una convention a Chicago richiede pubblicamente l'intervento militare americano. La pubblica richiesta mette in difficoltà la presidenza di Bill Clinton, già in bilico dopo il Lewinsky gate,  e i principali tabloid americani inneggiano alla figura del premier laburista, fino a coniare l'azzeccata definizione di King Tony.  Un leader talmente forte che riesce a mettere d'accordo pure i conservatori, blanditi a colpi di citazioni di Thatcher e Churchill.

Arriviamo al 2000 e ai giorni delle tormentate elezioni presidenziali che vedono sfidarsi Bush e Al Gore. E' simbolico che Bill Clinton scelga le ore tormentate di quei giorni per andare a cena proprio dall'amico Tony. Un rapporto che, stando alle ricostruzioni del film , è diventato freddo. La causa è con ogni probabilità il grande protagonista sulla scena internazionale del premier britannico e il conseguente offuscamento della stella democratica di Bill Clinton.

Il film si chiude con Bill Clinton che vede perdere il suo vice Al Gore e appare a tutti una sorta di piccola bocciatura postuma del clintonismo. Sullo sfondo si intravede la sagoma di una nuova amicizia che avanza. Questa volta a geometrie un po' più variabili e meno banali: il texano W da una parte e l'ormai affermato King Tony dall'altra. Due personaggi che in comune hanno avuto, come disse lo stesso Bush,  solo "la stessa marca di dentifricio" ma che hanno saputo convivere alla grande, condividendo scelte anche difficili.

E' un film, ovviamente, ma la storia è raccontata davvero bene.

Perde il New Deal Socialistanov21

Perde il New Deal Socialista

Le elezioni politiche spagnole hanno visto la vittoria del Partito Popolare di Mariano Rajoy con il 44% dei votanti (+4,68% rispetto al 2008), aggiudicandosi 186 seggi su 350 (maggioranza assoluta) alla camera, e la sconfitta umiliante per sua portata storica (il peggior risultato elettorale di sempre dalla fine del franchismo) con il 28,73% (-15,14%) con solo 110 seggi del PSOE guidato da Alfredo Rubalcaba erede del premier uscente Zapatero.

Ancora più cocenti i dati del senato per i Socialisti, dove il PP ottiene 136 seggi (11 in più della maggioranza necessaria) contro i 48 del PSOE.

La proposta dei Socialisti in "stile obamiano" avanzata durante la campagna elettorale da Rubalcaba, di un 'New Deal' spagnolo quale ricetta per la crisi economica e finanziaria in corso viene sonoramente bocciata dagli elettori, preferendo il piano di rigore e di contenimento della spesa pubblica proposto e promesso dai Popolari.

Tale dato significativo dimostra la sfiducia dei cittadini verso le proposte economiche del maggior partito della sinistra spagnola, diventando un campanello d'allarme in vista delle future consultazioni politiche dell'anno prossimo anche per le altre sinistre in giro per il mondo, primi fra tutti i Democratici statunitensi.

Anche l'affluenza al voto del 71,69% (-2,16% circa rispetto a tre anni fa) ha tradito i Socialisti.

Gli astenuti sono stati il 28.31% (+2,16%), le schede nulle l'1,29% e le schede bianche il 1,37%.

A fronte del crollo del PSOE in piena crisi di credibilità e di nervi anche al suo interno, i maggiori beneficiari sono stati i partiti di estrema sinistra collettivisti ed anticapitalisti vecchi e nuovi.

Il fenomeno degli indignados è sfociato nell'astensione e nel voto verso le formazioni minori, al fine di punire i Socialisti, rei a loro dire, di non aver ascoltato ed eseguito le loro rivendicazioni durante i tre anni precedenti di governo.

Tale voto di protesta ha fatto pendere la loro preferenza verso la Sinistra Unita (IU) la quale raddoppia il proprio elettorato (+3,15% di incremento rispetto al 2008), arrivando al 6,92%, passando da 2 a 11 seggi, verso i Socialdemocratici (UPyD) con 5 seggi al 4,69% (+3,5% di incremento rispetto al 2008) e verso nuove formazioni minori (ad esempio i 215000 voti, pari allo 0,88% di Equo), lo 0,10% degli Anticapitalisti e lo 0,10% dei Pirati, con 25000 voti a testa, i quali però non entrano in parlamento), saccheggiando l'elettorato socialista.

La Spagna, a parte i due principali contendenti, si conferma terra a forte elettorato localista e territoriale, avanzano le rivendicazioni autonomiste ed indipendentiste specie in relazione alla sicura vittoria dei Popolari (storicamente per l'unità territoriale ed avversi ad ogni ipotesi di decentramento).

Anche tali movimenti autonomisti sottraggono il voto indipendente al PSOE, indicativo ad esempio il caso della Catalogna, dove la Convergencia y Uniò (16 seggi) sopravanza il Partito Socialista della Catalogna (14 seggi) nelle preferenze.

Tre piccole formazioni autonomiste sono riuscite a strappare il biglietto per le Cortes: la coalizione valenciana Compromìs, il Forum asturiano e Geroa Bai in Navarra.

Queste assieme ai 19 rappresentanti catalani (3 seggi ad ERC e ai 16 degli autonomisti catalani di CiU), ai 12 baschi (dove AMAIUR, formazione radical-indipendentista supera 7a 5 il Partido Nacional Vasco, facendo il pieno di voti anche nel centro storico di San Sebastian, nelle prime elezioni successive alla proclamazione di termine della lotta armata terroristica da parte dell'ETA), ai 2 seggi ai galiziani del Bloque Nacional Gallego e ai 2 rappresentanti delle Canarie (per Coaliciòn Canaria), saranno una variabile importante all'interno del quadro delle politiche nazionali, dato che faranno pesare i loro numeri negli accordi con il governo.

Pur non essendo decisivi nel breve periodo per le sorti del governo popolare uscente dalle urne, essi restano una spia accesa verso i futuri assetti della Spagna in caso di fallimento del risanamento proposto dai Popolari.

Il vincitore, Mariano Rajoy, in campagna elettorale aveva proposto come programma di governo la diminuzione della pressione fiscale e la realizzazione di meno debito pubblico, promettendo in campagna elettorale 3000 euro di sgravi fiscali per ogni posto di lavoro creato dalle aziende, e l'abbassamento delle tasse alle piccole e medie imprese con una flat tax al 20%, operando al contempo tagli in ogni settore eccetto che nelle pensioni, proponendosi di ridurre il deficit al 4,4% nel 2012 dal 9,3 del 2010.

A seguito della proclamata vittoria ha dichiarato che la sua prima preoccupazione è la disoccupazione (circa 21,5%, la più alta in Europa) e la riconquista del rispetto dell'Unione Europea, resta da vedere se la maggioranza popolare riuscirà a rassicurare anche i mercati.

Internet è di sinistra?ott15

Internet è di sinistra?

"Internet è di sinistra". Non so a voi, ma è ormai più di un decennio che a me tocca ascoltare questa favoletta. Con tutti gli aneddoti - più o meno inventati - di contorno. Dalla campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, al movimento "Occupy Wall Street" con i suoi smartphone di ultima generazione, passando da Barack Obama e i miliardi di dollari raccolti grazie alle donazioni individuali sul web. Da Beppe Grillo e il suo esercito di cyber-attivisti alle "smart mob" che hanno fatto fuori Letizia Moratti sui social network, passando per i mirabili esempi di satira che prendono in giro Silvio Berlusconi su YouTube. La "vulgata" sull'utilizzo politico della Rete, almeno in Italia, ha sempre dato per scontato che la sinistra (in tutte le sue forme) possa godere di una sorta di superiorità strutturale rispetto agli avversari.

Le due lezioni di Steveott6

Le due lezioni di Steve

Tutti presi a ricordarlo - come è giusto che sia -, i media hanno dimenticato un'importante lezione che Steve Jobs ha lasciato in eredita proprio a loro. E pensare che passa per quel motto, "Stay hungry. Stay foolish", che tanto ha fatto breccia nei cuori. Come ricordò il genio della Apple di fronte alla platea di giovani laureandi della Stanford University, se lo erano inventati gli ideatori della rivista "The Whole Earth Catalogue", pubblicata andando di macchina da scrivere, forbici e foto, per salutare i lettori in occasione dell'ultimo numero.

Un prodotto che si preoccupava di raccontare il mondo, non di fornirne un'opinione. I giornalisti oggi raccontano poco di quel che accade in giro, preferiscono far sapere a chi li legge quali sono le loro opinioni. Non arrivano ad usare l'io narrativo, ma poco ci manca: pretendono che siano i loro occhi a dare un giudizio sul personaggio o l'evento in questione, valutando se sia meritevole di lode oppure no. I giornalisti non narrano più, sentenziano.

È molto più facile, costa meno fatica. Perché basta - a detta loro - anche un solo particolare per fare la tara completa. I nostri giornali sono un retroscena unico, vergati in modo che il lettore capisca che il cronista conosce tutti e tutto, che ha contatti e familiarità con quelli che contano e il suo prestigio dipende dagli agganci dei quali vantarsi indirettamente, scrivendo righe e righe che lasciano immancabilmente il dubbio: sarà tutto vero oppure no?

Sono segni di un tempo nel quale ad ognuno è concesso il diritto di esprimere un'opinione in forma scritta (attraverso i blog, ad esempio), salvo non assumersi responsabilità quando viene commesso un errore (la polemica sulle rettifiche di questi giorni). Basta un attimo e dalla piena libertà si passa a parlare di minacce in agguato, di censura. Alla dignità delle persone delle quali ci si occupa si bada molto meno.

Ce n'è anche un'altra, di lezione. Ancora più delicata, dal momento che riguarda la morte. Roba forte che la società ha tentato di mettere in un angolo, salvo poi ritrovarsi ad apprezzare quello che di lei ha detto Jobs. Uno che l'ha conosciuta ancora prima che arrivasse definitivamente. Nessuno ha voglia di provarla, anche chi crede e spera nel paradiso. Tanto più se si è giovani: andarsene da giovani è una porcata tremenda che, purtroppo, si avvera molto più frequentemente di quanto si possa pensare.

L'uomo, più che di morire, ha una fifa tremenda di soffrire. Ecco perché fa finta con tutti gli sforzi possibili che la signora con la falce non faccia parte della sua vita. È troppo occupato perché questa solamente si azzardi a bussare alla sua porta e nel timore che il peggio possa avversari, si affida a frasi fatte del tipo "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo". Sapendo in partenza che non è possibile. Basterebbe solamente prenderne atto, che il nostro è un tempo limitato. Non c'è nulla di male e infatti poi capita - a chi è venuto a patti con un certo fatalismo - di sentirsi meglio. E di affrontare i giorni che gli restano con la consapevolezza che è la vita e non la morte "the single best invention".

Meet TRNset28

Meet TRN

Se a qualcuno di voi venisse l'insana idea di incontrare i gestori di questo blog, sappiate che nel prossimo weekend saranno particolarmente attivi in giro per il belpaese.

Venerdì, Simone Bressan interviene alla Scuola di Formazione della Fondazione Craxi ad Orbetello e, assieme ad ospiti molto più illustri di lui, discuterà di Web e Consenso. Modera Vittorio Macioce.

Andrea Mancia, invece, preferisce il fresco di Riva del Garda dove sarà presente Sabato e Domenica per la tradizionale Blogfest.

Sabato mattina arriva anche Simone, così sarà possibile scattare una simpatica foto ricordo con i vostri blogger preferiti alla modica cifra di €99 più spese di spedizione (dei blogger a casa vostra).

Ritorna Al Qaedaago29

Ritorna Al Qaeda

Prima o poi ci toccherà bombardare i ribelli libici. Dopo averlo fatto con Gheddafi. Nei quartieri generali dell'Alleanza atlantica la battuta che circola con più insistenza è questa. Specie dopo che si è scoperto il curriculum vitae di Abedelhakim Belhaj, l'uomo che ha guidato i berberi alla liberazione di Tripoli. Si tratta infatti di una vecchia conoscenza degli Usa ed aveva fatto anche un periodo di detenzione a Guantanamo e poi a Bangkok nel 2004 dopo essere stato catturato tra i cosiddetti resistenti in Afghanistan. Si fa chiamare anche Abou Abdallah al Sadeq. Pare si sia fatti tutti i santuari del terrorismo jihadista prima di venire beccato dalla Cia: Iraq, Pakistan e infine Afghanistan. Il proprio training da guerrigliero sarebbe cominciato già dal 1988 in Afghanistan quando aveva solo 22 anni. La Cia lo ha interrogato a modo suo nel 2004 prima di rilasciarlo a Bangkok. Da qui sarebbe stato estradato in Libia dove venne tenuto in carcere da Gheddafi fino al 2009 per poi venire liberato quando il raiss penso di allearsi persino con Al Qaeda. In pratica Belhaij è considerato uno dei leader militari del Gruppo combattente islamico libico. Un gruppo bandito internazionalmente dopo l'11 settembre e perseguitato anche da Gheddafi negli anni '90.

E poi di nuovo dopo l'11 settembre 2001 nel periodo in cui voleva accreditarsi come alfiere della lotta al terrorismo islamico nel Maghreb agli occhi di Bush figlio. Il gruppo cui apparteneva Belhaj era  stato fondato nel 1990 da mujahidin libici di ritorno dall' Afghanistan e in precedenza era stato guidato da Abu Laith al-Libi, un alto leader di Al Qaeda in Afghanistan. Uomo  che si ritiene essere stato un anello di  collegamento chiave tra Al Qaeda e i talebani.

La scarna biografia di Belhaj  ci racconta che è  nato nel 1966,  che è  laureato in ingegneria civile. E che dovrebbe avere anche due mogli: una marocchina e una seconda sudanese. Partito per l' Afghanistan nel 1988 per partecipare alla jihad contro le forze di occupazione sovietiche, lo ritroviamo in Pakistan, Turchia e Sudan negli anni '90. Poi gli arresti in Afghanistan e in Malesia nel 2004, la prigionia a Guantanamo e la "rendition" in Thailandia dove sarebbe stato interrogato dalla CIA prima di essere estradato in Libia nello stesso anno. Nel 1995 ben 1800 membri del suo gruppo vennero segregati in carcere da Gheddafi che solo nel 2010 cominciò a liberare i capi del movimento in un disperato tentativo di restare in sella.

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Andare a Dublino e non visitare la fabbrica della Guinness è come andare a Roma e non passare per il Vaticano. Lo fanno in molti, ma è un vero peccato.  Nelle stesse stanze in cui Arthur Guinness pensò il vero oro nero, gli eredi societari del buon Arth si inventano un percorso espositivo davvero stupendo.  Cesti di orzo tostato, vetrine di luppolo, lievito in bella vista e cascate d'acqua: con questi quattro elementi viene prodotta la Guinness e gli irlandesi te li mostrano tutti e te li lasciano annusare, toccare,  sentire.  Una voce registrata su una specie di walkie-talkie ti racconta tutte le vicende che hanno fatto grande la birra più amata nel mondo e la visita si chiude in bellezza , con una pinta offerta al settimo piano dello stabile, nel bellissimo Gravity Bar.  Fuori dalla fabbrica e nelle vie adiacenti, un piacevole odore di orzo tostato vi dà il benvenuto nel fantastico mondo Guinness. O l'arrivederci, dipende dai punti di vista.

Per arrivare alla Guinness Storehouse dal centro di Dublino si possono prendere un sacco di mezzi pubblici. Noi, però, preferiamo muoverci a piedi e così capita che ci imbattiamo in un pittoresco Cafè con tavolini sulla strada e interni color pastello. Si chiama Cafè Erie e non ne trovate traccia su internet. Ci sono sedie colorate, divanetti a quadri e tavoli in legno chiaro. Da provare assolutamente i Muffins: grandi più della tazza di caffè nero (molto buono) e di almeno dieci gusti diversi. Non c'è un muffin uguale all'altro: anche quelli al cioccolato (i più comuni) hanno ognuno una glassa differente. Noi ce ne siamo presi uno al gusto Snickers e uno al cioccolato nero e bianco. Promossi a pieni voti.

Sempre in tema di simboli c'è la Cattedrale di San Patrizio. C'è molto poco da dire, è un posto da visitare perché l'Irlanda è in buona parte la storia di questo evangelizzatore scaccia-serpenti. Ci trovate la tomba di Swift, che di questa cattedrale è stato decano e un fornitissimo shop pieno di gadgets a metà tra il sacro e il profano.

Quello che di (profanissimo) non potete proprio perdere a Dublino è un pub che si chiama Portherhouse. Batte qualsiasi altro posto visto fino ad oggi. La birra è prodotta in casa e i titolari si vantano di aver vinto per due anni di fila il premio come migliore stout mondiale davanti a..Arthur Guinness. Non è lesa maestà, perché la birra scura che servono qui (Oyster Stout) è davvero eccellente. Più leggera della Guinness (che comunque ha una schiuma ancora migliore) e pensata per essere degustata come accompagnamento alle ostriche, non sfigura nemmeno vicino al nostro Smokey Burger. E qui dobbiamo aprire un capitolo a parte. Fino ad oggi l'hamburger migliore mai assaggiato è stato quello di Five Guys in Virginia. Qui andiamo oltre, decisamente una spanna sopra, con un retrogusto affumicato che fa impallidire gli anemici hamburger di alcuni fast-food italiani. Per chiudere una splendida bionda (oltre alla mia compagna di viaggio) che va assolutamente ricordata: si chiama Hersbrucker ed è un'altra produzione Porterhouse da assaggiare senza se e senza ma.

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Dublino è una città eccezionale perché ti da l'impressione netta di produrre cultura quasi spontaneamente, così, per il semplice fatto di esserci. Dublino è una città letteraria non solo per Joyce, Wilde, Yeats e tanti altri. E' una città che trasuda poesia perché è in grado di trasmetterti poesia e ti mette a tuo agio per poi ritrasmettere quelle sensazioni ad altri. E' così e non c'è nient'altro da dire e passeggiare per i giardini del Trinity College ti mette addosso la voglia di scrivere: lettere, poesie, poemi, qualsiasi cosa. E così passeggiare davanti all'Oscar Wilde Memorial diventa un piccolo omaggio a chi, con la raffinata semplicità dublinese, sanciva verità assolute con rasoiate relativamente brevi.

 

Poco più in là, alla National Library, ci siamo goduti anche la mostra dedicata a Yeats. Esposizione curata, multidimensionale e davvero ben fatta pur (immagino) con costi contenuti: niente effetti speciali e tanta sostanza. L'atmosfera della National Library è la stessa di una grande biblioteca. Silenzio e meditazione si fondono in un ambiente che è maestoso e dimesso al tempo stesso.

In questo post vi lascio altri due consigli per due pub da visitare se capitate da queste parti. Il primo è l'O'Neill's, vicinissimo a Trinity College e che è un punto di riferimento sicuro per i tanti universitari dublinesi. L'ambiente è carino, con spazi molto ampi e un buffet per la cena davvero ben allestito. Io assaggio una birra Smithwick's (mi è stata consigliata da AleTap) e devo dire che mi piace parecchio: leggera, colore rubino, sapore poco deciso e per niente impegnativo. Per gli stessi motivi, credo, alla mia dolce metà piace molto poco. Comunque il pub è molto carino ed è pieno di schermi su cui trasmettono uno sport davvero bizzarro, a metà tra il calcio e il rugby, con qualche spruzzata di pallamano. Dicono si chiami calcio gaelico e se all'inizio mi pareva una mezza bestemmia devo dire che alla fine, probabilmente grazie alla Smithwick's, ho apprezzato questa nuova disciplina così amata nella terra dei trifogli.

 

La seconda menzione spetta a Brazen Head. Per i dublinesi è IL pub. Il primo, il più bello, quello dove ti siedi e lasci che le birre facciano il resto. L'atmosfera è effettivamente unica:gli interni trasudano storia e storie di gente passata di lì. La domenica pomeriggio un quartetto di simpatici locali canta e strimpella, portandosi dietro l'intero pub e coinvolgendo anche il più restio degli avventori (io) a cantare canzoni patriottiche irlandesi. La Regina Elisabetta mi perdonerà, spero. Dietro il banco due signori sulla cinquantina, camicia e cravatta, spinano Guinnes e se non gli viene bene come dicono loro la buttano. E ricominciano il rito. Un piacere. Sláinte!

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Il primo parco che visito a Dublino si chiama St. Stephen's Green e si trova vicinissimo alla centralissima Grafton Street. La particolarità del parco è la statua di James Joyce, anche se quel che colpisce è la totale tranquillità di un'area verde che dista, forse, cinquanta metri dal cuore dello shopping dublinese.

A pochi metri, come detto, c'è Grafton Street che a queste latitudini è un po' come Via Montenapoleone. Ragazzini che fanno avanti e indietro e negozi pieni di firme. La cosa bella è che è pieno di artisti di strada. Artisti veri, che suonano musica vera e che ti fanno capire come qui la musica sia una vera e propria passione. Suonano tutti: piccoli, grandi, mamme, papà, nonni con nipoti, amici e famiglie intere. L'occhio mi cade su un promettentissimo trio very irish. Si chiamano Verona Riots e per tre euro mi porto a casa il loro album. Sarà il tormentone estivo e quando saranno famosi più dei Take That ricordatevi che qui lo avevo detto.

Fuori dal centro e lontano dai Verona Riots (ormai mio gruppo preferito) c'è Cobblestone, un pub che ci è stato consigliato dal tassista che si è preso cura di noi tra aeroporto e albergo. E' un posto molto poco turistico e, infatti, non ci troviamo stranieri, ma davvero singolare. La prima sala ospita un bancone pieno di spine (la spillatura della Guinnes è un rito da ammirare in rigoroso silenzio), qualche tavolino e un angolo dedicato a suonatori che immagino siano volontari. Con la loro chitarra, banjo e tutti gli strumenti che qui sono in grado di strimpellare, un paio di anziani signori intonano musica irlandese. La loro passione si legge negli occhi ed è bello bere birra e ascoltarli. Il "Do not disturb the musicians" è perfino superfluo: qui nessuno si sarebbe sognato di rompere questa magia. Pochi metri più in là c'è una seconda stanza, lunga e stretta, banco più piccolo e palchetto per le esibizioni. Ogni sera un gruppo diverso. Quando ci passiamo noi è il turno di Minnie and the Illywhackers, quartetto tutto incentrato sulla splendida voce di Angie McLaughlin e che si lascia andare ad un folk misto swing con diverse contaminazioni bluegrass.

Fuori, intanto, Dublino conferma le dicerie. C'è un cielo bellissimo (la foto che vedete è opera mia) che rende tutto speciale. Ancor più speciale se condiviso con chi ti ha rubato il cuore

Dublinerlug23

Dubliner

La metà friulana di questo blog si è trasferita per qualche giorno a Dublino. Vacanza di puro piacere, niente di serio, ma spunto comunque buono per darvi quattro-cinque impressioni della capitale irlandese.

Come tutti gli arrivi che si rispettino (da Roma a Washington), la prima impressione è quella che ti arriva da un taxi e dal suo conducente. Questo è letteralmente spettacolare: macchina gigantesca, lunga abbastanza per stendersi in completo relax mentre un uomo che avresti definito un irlandese anche senza saperlo, inizia a raccontare cosa vedere, dove, quando. Alla fine ci segniamo i 4-5 pub che ci ha consigliato e rimaniamo (io soprattutto) estasiato dal "God bless you" finale che fa molto Alabama.

In difesa di Stevegiu11

In difesa di Steve

Prima che leggiate questo articolo devo fare alcune premesse: per me Apple è un'esperienza mistico-religiosa, per me Steve Jobs non può essere un ladro di idee perché è lui stesso ad essere un'idea personificata. Quest'ultima cosa trova proprio conferma nell'articolo citato dal buon Andrea a proposito della top ten dei flop tecnologici dato che sbaglia solo chi prova ad innovare qualcosa e non chi si limita, nella maggior parte dei casi, ad accettare

Steve Jobs, ladro di ideegiu11

Steve Jobs, ladro di idee

Va bene che per qualcuno i prodotti Apple sono qualcosa a metà strada tra una sostanza psicotropa e un'esperienza mistico-religiosa, ma tutto questo stracciarsi di vesti mediatiche ogni volta che Steve Jobs presenta un nuovo prodotto (o comunque qualcosa firmato da lui) è, francamente, imbarazzante. Anche perché, a forza di incensare - senza, nella maggior parte dei casi, capire neppure cosa esattamente si sta incensando - e a forza di agiografie travestite da biografie, quasi tutti ormai credono che Steve Jobs sia davvero un genio. E non soltanto un abilissimo venditore (soprattutto di se stesso), con una carriera imprenditoriale che ha conosciuto molte vette e altrettanti abissi. Nella "top ten" dei flop tecnologici stilata nel 2009 dal Daily Telegraph, tre prodotti su dieci sono creature di Steve Jobs. E non è un caso.

Marea Blu in Canadamag3

Marea Blu in Canada

Alla fine Stephen Harper è riuscito a vincere la sua scommessa. Inchiodato per 6 lunghi anni da un'ossessione degna del romanzo melvilliano, il Premier canadese è riuscito, infatti, a catturare l'agognata ed inafferrabile balena bianca: la maggioranza assoluta nel nuovo Parlamento federale. Coronamento trionfale di un 'attivismo a dir poco frenetico nei (pochi) giorni di campagna elettorale successivi allo scioglimento improvviso, ma non inatteso, della massima assise legislativa del paese.

Alle tre del mattino, Obama era svegliomag3

Alle tre del mattino, Obama era sveglio

Alla fine, per suprema ironia della storia, quella che sembrava essere la sua vulnerabilità più evidente - la politica estera - potrebbe trasformarsi nella sua ancora di salvezza. E garantirgli la rielezione nel novembre del 2012. C'è poco da girarci intorno: l'uccisione di Osama bin Laden per mano di un'unità d'élite dei Navy Seals, a pochi chilometri dalla capitale pachistana Islamabad, rappresenta uno straordinario successo (soprattutto d'immagine) per il presidente statunitense Barack Obama

Chi tocca gli hackers, muoreapr26

Chi tocca gli hacker...

Pasqua di lacrime e sangue per i 70 milioni di utenti del Playstation Network che da mercoledì 20 aprile non possono giocare online con le loro console Sony (PS3 e PSP) o utilizzare il servizio di video e musica on-demand Qriocity. Voci non confermate ipotizzano un ripristino del network entro oggi in Giappone ed entro domani negli Stati Uniti e in Europa (Italia compresa). Ma per ora questa timeline resta più una speranza che una certezza, vista l'estrema frammentarietà con cui il colosso di Tokyo sta comunicando - ai propri utenti e al resto del mondo - quello che è realmente accaduto alla sua infrastruttura telematica.

Cuba Libreapr22

Cuba Libre

Ed ora chi consolerà gli aficionados di una delle ultime tirannie comuniste del globo che ha deciso, con estrema cautela sia chiaro, di intraprendere il primo passo in direzione dell'odiata economia di mercato?

Adusi a sventolare bandieroni con la bandiera del paradiso rosso caraibico e i faccioni accigliati, come si conviene, dei due dioscuri della oramai lontana rivoluzione, gli apologeti nostrani del miracolo de l'Avana dovranno malinconicamente ripiegare sulla paranoica satrapia nordcoreana, ultima thule del marxismo-leninismo ortodosso con l'inconveniente di non offrire i conforts materiali e spirituali della prima.

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