Tempo perso, soldi buttatifeb22

Tempo perso, soldi buttati

Ciò che più colpisce, nella surreale clausola numero 10 del contratto di "consulenza" che la RAI, dopo il polverone di questi giorni, si appresta a cancellare, è l'elenco. Un elenco nel quale sfilano, nell'ordine, "malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore", e che si conclude con una fattispecie nella quale, evidentemente, tutte le altre rientrano: "cause di impedimento". Impedimenti e nient'altro, per l'azienda radiotelevisiva di Stato, che a quanto pare utilizzava correntemente la formula contrattuale della "consulenza" per scavalcare i vincoli imposti dal contratto previsto per i giornalisti, e mascherare forme di precariato più o meno perduranti.

La prassi a quanto pare era consolidata, e consentiva, ad esempio, di sottrarsi "allo Statuto dei Lavoratori e alle relative tutele", come ha precisato la RAI. Con una simile precisazione, l'azienda intendeva verosimilmente legittimare la clausola incriminata, la quale avverte il giornalista che "qualora per tali fatti Ella non adempia alle prestazioni convenute […] Le saranno ridotti i compensi relativi alle prestazioni non effettuate", e che "ove i fatti richiamati impedissero a nostro parere il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella presente quest'ultima potrà essere da noi risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore". Chiarissimo: se non hai lavorato per me, non ti pago. E se questo accade troppo spesso, sciolgo il contratto. Un'impostazione che non si discosterebbe da quella generale dei contratti "atipici", che effettivamente prescindono - come precisato da RAI - dalle tutele della malattia e dell'infortunio. Ma a sorprendere negativamente, in questo caso, è l'accostamento a eventi traumatici o patologici di un evento come la gravidanza: il totale misconoscimento della sua dimensione, la sua riduzione a "impedimento" come altri, accanto ad altri, nello stesso elenco. Peggiore degli altri, anzi, secondo una logica di pura quantificazione del tempo, per così dire, "perso".

Cancellando ora la dicitura di "maternità" dall'elenco, la sostanza non cambierà. la gravidanza, per le aziende, è tempo perso, e poco altro. Il caso del contratto RAI non fa che confermare l'incapacità dell'odierna organizzazione del lavoro di fare i conti con le esigenze vitali dei lavoratori - che la circondano, la limitano, ne mettono insistentemente in discussione le priorità. Le aziende tentano continuamente di circoscrivere questa incertezza: ad esempio, offrendo ai dipendenti servizi di welfare che li mettano in grado di delegare per quanto possibile la gestione familiare, minimizzando la loro necessità di dividersi tra famiglia e lavoro. Ma quando questa dialettica tra vita e lavoro si svolge al di fuori delle tutele e dei vincoli previsti nei contratti "tipici", l'attrito tra ciò che l'azienda chiede e ciò che la persona nella sua interezza reclama si fa ancora più stridente, Se poi si tratta della persona alla sua origine, vale a dire della nascita e della cura dei figli, lo stridore diventa insopportabile, inaccettabile, e il suo esito nella maggior parte dei casi è la rottura.

Il primo passo per evitarla sembrerebbe quindi quello di ampliare la rete delle tutele: in questo senso sono state avanzate varie proposte, tutte variamente poco percorribili dato lo stato del welfare nazionale. Il punto non è estendere a tutte le madri, dipendenti o meno, lavoratrici e non, l'indennità oggi prevista solo per una minima parte di loro; e nemmeno allargare i congedi parentali a tutti gli iscritti alla gestione separata (come ha suggerito ad esempio il gruppo Maternità Paternità). Non è questo il punto, perché una simile iniziativa presuppone anzitutto la riaffermazione del valore della maternità, del tempo e delle energie che assorbe, e che rappresentano il miglior investimento possibile non solo per la madre, ma per la famiglia, per la società, per l'intero Paese. La maternità, ogni maternità, non è una malattia, un incidente, o un grattacapo cui il capo debba rimediare in qualche approssimativo modo: è una straordinaria occasione ancora una volta concessa all'umanità. Offrire tempo e denaro non basta: senza una simile riaffermazione, le settimane e i mesi dedicati al bambino, i soldi stanziati per sostenere la sua famiglia continueranno ad apparire solo tempo perso, solo soldi buttati.

Ma c'è l'inno nuovofeb21

Ma c'è l'inno nuovo

Deve essere il clima da festival di Sanremo se adesso il Popolo della libertà ha un nuovo inno. E deve essere sempre per lo stesso fattore che immediatamente qualcuno ha gridato al plagio, lasciandoci a bocca aperta: gli Articolo 31 esistono ancora o per lo meno J-Ax non è sparito dalla circolazione.

 

L'inno, firmato Silvio Berlusconi. Era il 1994 quando sulle televisioni italiane cominciò a riecheggiare quello di Forza Italia, note che hanno fatto la storia della comunicazione politica italiana. Un nuovo capitolo, anzi: una nuova epoca del modo di fare politica in questo paese che adesso si affida ai tecnici mentre ripartono le più classiche delle concertazioni stile Prima Repubblica sulla legge elettorale. C'è anche la sigla pronta per i media: A(lfano) B(ersani) C(asini). Perché è la legge elettorale che conta ai partiti per sopravvivere: una forma di lottizzazione come tante altre. E dunque un inno ci casca bene.

 

Tessere (spesso finte). Correnti. Congressi. Assemblee. Riunioni. Intanto monta l'antipolitica, ma paradossalmente i partiti sono sempre lì, invadono qualsiasi spazio di discussione. Nominano, costruiscono e disfano. Adesso il Pdl potrà farlo sulle note del nuovo motto: ch splende il sole, si va verso la primavera, c'è il tepore dell'amore e non la crudezza dell'odio. Poco importa che nessuno dica più qualcosa di destra (oddio, staremo mica diventando dei Nanni Moretti?), che non si legga da qualche parte quale sia la posizione del Popolo della libertà sulle liberalizzazioni, l'articolo 18, la crisi diplomatica con l'India. Angelino è troppo preso, si capisce: starà imparando a memoria strofe e ritornello. E si vede che tutti gli altri faranno da coro, perché anche di loro nessuno traccia.

 

Ma adesso c'è l'inno nuovo. Vale come minimo cinque punti percentuali in più tra l'elettorato. Peccato non averci pensato prima: avrebbero potuto inserirlo nella lista delle canzoni del Festival.  

Deb e le Primariefeb20

Deb e le Primarie

Debora Serracchiani come l'avete conosciuta:

Le primarie di coalizione sono state giudicate strumento privilegiato per permettere ai cittadini di esercitare la loro sovranità nella scelta dei candidati alla presidenza della Regione.
Costruendo la coalizione, 27 Novembre 2011.

Perciò facciamo attenzione quando diciamo che vogliamo metter le mani sulle primarie, perché se le ingessiamo e snaturiamo diventeremo un partito più povero. Chi ci vota è gente matura e adulta che non deve essere tenuta per mano ma che chiede di essere messa di fronte a scelte chiare e coraggiose.
Primarie, 25 Gennaio 2011.

E' stato costituito e lanciato on line la mattina di domenica 10 gennaio il gruppo facebook: "Vogliamo le Primarie di coalizione in Puglia, Lazio, Veneto. E dopo: uniti!"
In poche ore hanno aderito oltre 300 persone, e questo mi sembra un segnale rilevante. I fondatori e i membri sostengono un'idea che condivido e che ho già più volte ribadito pubblicamente. Il mio invito è perciò a rafforzare il gruppo e a contribuire al dibattito con opinioni e commenti, anche non solo virtuali.
Primarie, 10 Gennaio 2010.

Quando ho letto sui giornali che tornavamo a parlare delle primarie, di chi vuol farle, di chi no, di chi sì ma per finta, confesso che ho provato un senso di sconforto. Mi son detta: non è possibile dover tornare sempre daccapo. Siamo usciti dall'ultima assemblea nazionale convinti che noi eravamo il partito delle primarie e ora pare che non sia più così.
Un partito daccapo, 29 Luglio 2010

 

E Debora Serracchiani come imparerete a conoscerla:

Il Pd Fvg: niente primarie, meglio il candidato unico. L'assemblea approva all'unanimità la relazione del segretario Serracchiani. Ma bisogna fare i conti con lo statuto. Altro punto oscuro sono le alleanze.
Messaggero Veneto, 19 Febbraio 2012


La rivoluzione traditafeb17

La rivoluzione tradita

Sono passati 20 anni da quando l'arresto di Mario Chiesa scatenò la valanga giudiziaria passata poi alla storia con il nome di "Tangentopoli". Le istituzioni italiane e la politica tutta non si sarebbero mai più riprese da quella scoppola e il quadro politico attuale è in larghissima parte figlio di quegli arresti e di quei processi. Mani Pulite e il Pool di Milano scoperchiarono un sistema corrotto e marcio fin nel midollo. Bettino Craxi definì Mario Chiesa un "mariuolo isolato" e mai immagine utilizzata dal leader Psi fu tanto infelice. C'era un sistema, fatto di corrotti e corruttori. C'erano dei magistrati, pronti a far saltare quel sistema. Con questi presupposti sarebbe potuta diventare una delle più belle pagine della storia del nostro paese. Quel che accadde, al solito, è che le buone intenzioni finirono ben presto surclassate da un corollario di assurdità che avrebbero reso sporco anche il più lindo dei procedimenti.

Bestie olimpichefeb15

Bestie olimpiche

"Niente Olimpiadi, evviva! Finalmente affamiamo la bestia". Stavolta non sono d'accordo con la mia cricca. Quella dei liberali che si esaltano oggi perché il Professore ha messo una pietra sopra alla (lontana) eventualità di portare a Roma i giochi olimpici. Non ci trovo granché da festeggiare.

Tra le righefeb13

Tra le righe

Di Corrado Passera possibile candidato in quota (anche) Pdl per la guida di Palazzo Chigi si discute da tempo. Più o meno al riparo da ascoltatori indiscreti, nelle segrete stanze, sono settimane che il nome del Ministro dello Sviluppo Economico circola come possibile Papa straniero. Straniero per molti se è vero come è vero che il "lodo Passera" prevederebbe un accordone Pdl-Pd-Terzo Polo e una grosse coalition che più grosse non si può. Lega, Idv e Vendola fuori dai giochi e un governo per metà democristiano e per l'altra metà in perfetta continuità con l'esecutivo Monti.

L'uscita di Roberto Formigoni è il tentativo, anche maldestro, di sparigliare e di non arrendersi all'inevitabilità (tutta presunta) di un candidato neutro per le politiche 2013. Formigoni non ha detto che Passerà dovrebbe essere il candidato ma che "se [...] dicesse di condividere i nostri ideali e chiedesse di correre alle primarie, sarebbe un fatto positivo" e che "nessuno potrebbe impedirgli di partecipare".

Il non-detto è molto semplice: vuole essere il candidato del Pdl? Si faccia contare. Peccato però che le ipotesi di primarie per la scelta del candidato premier rappresentino il percorso esattamente opposto rispetto ad una possibile candidatura di Passera. Primo perché il titolare dello Sviluppo Economico dovrebbe rappresentare un candidato non-partisan, secondo perché tutto accetterebbe meno che di farsi logorare in una competizione che, gli attuali congressi pidiellini lo confermano, premia più i muscoli e l'organizzazione di partito che i giocatori dai piedi buoni con ottime entrature nei salotti che contano.

Formigoni voleva bruciare Passera. E, stando alle reazioni, ci è riuscito perfettamente.

Prezzo Fissofeb3

Prezzo Fisso

Adesso lo sa anche Mario Monti che quando si è presidente del Consiglio c'è un prezzo che va pagato, per quanto si appartenga alla categoria dei tecnici che a differenza dei politici non devono rispondere all'elettorato - il premier lo aveva affermato nel salotto televisivo di Bruna Vespa. Mentre i giornali ci informavano che il gradimento dell'opinione pubblica nei suoi riguardi aumentava di settimana in settimana, il professor Monti ospite a Matrix si è gettato sul tema del lavoro e preso di mira il culto del posto fisso: "Diciamo anche che è monotonia averlo per tutta la vita. È bello cambiare". Non occorrono particolari rilevazioni statistiche per presumere che la percentuale di consensi nel frattempo sia calata.

 Il dibattito innescato non ha ovviamente tenuto conto del resto dell'intervento del professore, che bisogna colmare il divario che "esiste fra chi è già nel mercato del lavoro e chi non lo è, fra chi è dentro e chi è fuori". Una sottolineatura importante, se si volesse ragionare con calma e in modo approfondito. Quando il tema venne sollevato ai tempi dell'ultimo governo Berlusconi (si capirà subito perché ne parliamo come se fosse passata un'eternità) e la sinistra mostrò i forconi per protestare, da destra ribatterono: "Io non voglio il posto fisso, io voglio guadagnare", riprendendo l'idea promossa da Piercamillo Falasca e altri via Facebook ( http://www.libertiamo.it/2012/02/02/io-non-voglio-il-posto-fisso-voglio-lavorare-guadagnare-crescere/). A distanza di (poco) tempo, tutto tace - eccezion fatta per l'ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi (http://www.mauriziosacconi.it/2012/02/02/nessuno-scandalo/). È davvero trascorsa un'eternità.

 Monti è come Michel Martone (/2012/1/24/sfigati.aspx): gente abituata a dialogare tra simili, tra cosiddetti elitari che si capiscono al volo quando si muovono in gruppo, ma non hanno idea di come ci si debba rivolgere alla maggioranza della gente. Entrambi hanno espresso opinioni condivisibili, ma nel peggiore dei modi: forse ai loro accademici curriculum vitae manca un corso in comunicazione politica. Chi ha un posto fisso se lo tenga stretto, perché è un'utopia alle condizioni attuali: la realtà è talmente sotto gli occhi di tutti che invece di progettare il futuro, si rivendica un passato tramontato. Precariato, assenze di garanzie, disagio sociale, preoccupazioni: la lista potrebbe continuare all'infinito, a chiamare qualcuno della Fiom e della Cgil c'è da scommetterci che per l'occasione conierebbe un termine nuovo di zecca.

 Il posto fisso sarà monotono, sarà sicuramente bello cambiare sulla spinta di sfide avvincenti e predisposizioni naturali a migliorare e migliorarsi (mettendo in conto i rischi o non sarebbero sfide, va da sé), ma sentirselo dire da un presidente del Consiglio che ha studiato una manovra recessiva per l'Italia suona strano. Perché è molto più monotono e noioso fare i conti con un'economia ferma e incapace di generare posti di lavoro. Per cambiare, occorrono le alternative. La disoccupazione è ben peggio del posto fisso - che ormai spetta solo a Casti & Monti, copyright Abr ( http://abr.tumblr.com/post/16915943450/proposta-choc-del-governo-dare-un-premio-in).

 

Cambia il Pdl?feb2

Cambia il Pdl?

Pensare oggi il futuro del Popolo della Libertà significa provare a fare un ragionamento più ampio sull'identità del centrodestra italiano. Perché un dato emerge chiaro oltre tutti i tentativi di analisi: un centrodestra in Italia ci sarà sempre perché sempre esisterà un popolo di moderati che difficilmente accetterà di sostenere una sinistra incapace di dire con convinzione addio ai suoi vizi antichi.

Quello che mancagen31

Quello che manca

Merito, competizione, concorrenza. Ma c'è dell'altro perché qualcosa possa disperatamente cambiare in uno stato immobile come l'Italia, dove a mancare è anzitutto il coraggio: un'utopia e, a ben guardare, diversamente non potrebbe essere. Questa nazione è come una squadra a corto di fiato, ma che si ostina a mandare in campo sempre gli stessi giocatori e non osa stravolgere i piani, inserendo le forze fresche che non siedono nemmeno in panchina, ma in tribuna.

Il coraggio non è di uno stato dove i legami d'interesse sono saldamente difesi e dove si pretende un cambiamento, sostenendo lo status quo. I sindacati sono ancorati ad un modello lavorativo che non esiste più e che - soprattutto - è destinato a non sopravvivere in un contesto economico come quello attuale, coltivando il culto del contratto a tempo indeterminato, mentre la prima necessità è avercelo, un contratto di lavoro. Confindustria non ammette che si faccia diversamente da quelle che sono le sue istanze, chiedendo che si faccia presto e poi invitando a lasciare che la politica si prenda i suoi tempi. Le categorie professionali pretendono di essere al passo con le realtà estere, ma appigliandosi ai propri regolamenti permettono soltanto allo stato di ingolfare ulteriormente il sistema a colpi di burocrazia, l'arma più affilata per imbrigliare chiunque, compreso chi si presenta alla sfida carico di buoni intenti ed energia. E quindi di coraggio. 

C'è un'epoca storica che riassume il tutto, se non altro perché in quel periodo, quello del boom economico degli Anni '60, due autori l'uno opposto all'altro hanno trovato il filo conduttore: Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini (che tra l'altro nel 1963 si divisero la sceneggiatura del documentario "La Rabbia", una sorta di visto da destra e visto da sinistra dell'allora presente e dell'oggi futuro formato pellicola). Guareschi e Pasolini rimangono dove stanno, sulle sponde opposte del fiume che li separa, ma intuirono senza dubbio il cambiamento nell'atteggiamento degli italiani, passati rapidamente da una mentalità legata alla cultura contadina - dove lo spirito concorrenziale determinato anche dall'invidia e l'esigenza di non essere disturbati erano fattori tenuti in grande considerazione - ad un'altra piuttosto confusa.

Il boom rappresentò un passaggio epocale, in ogni senso: cominciarono a prendere piede, assieme al benessere diffuso, le ingombranti cariche del consigliere, dell'assessore, del sindaco, dell'onorevole che si accompagnarono agli investimenti lungo tutta la penisola. Il cortocircuito ha impiegato poco a mandare in tilt un sistema dove l'invadenza amministrativa ha messo ovunque il naso.

Gli italiani si sedettero, la longa manus statale ha fatto il resto, cominciando a costruire prima e a saldare poi gli interessi e i privilegi che inutilmente si provano a scalfire. Dopo tutto, a Torino c'era un'azienda automobilistica all'avanguardia nella tecnologia che prima non ha saputo concorrere con le rivali straniere e in secondo luogo si è adagiata nelle grazie governative. Un po' come affidare una monoposto al più spettacolare dei piloti e costringerlo a correre dietro alla safety car per tutta la durata del gran premio.

Alla vettura italiana stanno prosciugando pure la benzina.

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Donne di centrodestra

Se è in generale vero che il centrodestra italiano si avvia convintamente alle prossime elezioni  - prima amministrative, poi politiche - in ordine sparso, incapace di riprendersi dai rovesci subiti negli ultimi anni (per chiamarli con il loro nome senza troppe sottigliezze), questo è vero più in particolare per la sua componente femminile. Oso dirlo: le donne dell'area moderata e conservatrice, che siano elettrici, simpatizzanti, o elette, con rarissime eccezioni, sono messe male. Ma non per le ragioni

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Marlboro Country

"Ah coso… senti, ti sto pagando la pensione. Quindi girati dall'altra parte e non rompere i coglioni". KrilliX pagherebbe oro per essere una fumatrice e poter dare questa risposta al primo vicino di tavolo che facesse una smorfia vendendola accendere una sigaretta. Sai che gioia? Che rivincita?

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Character assasination

In Italia funziona così: se sei abituato a dire un sacco di banalità molto politically correct finisci a fare l'editorialista su Repubblica, se invece ami dire cose intelligenti e un po' fuori dagli schemi finisci su Repubblica ugualmente, ma con un editoriale al vetriolo che punta a distruggere la tua credibilità.

E' successo anche a Michel Martone, professore, tecnico e enfant prodige del Governo Monti. Nome ottimo per stare a Ballarò fino a che le sue parole potevano essere usate come una clava contro il Governo Berlusconi. Poi non serviva più e quindi la sinistra mediatica lo ha rimosso rapidamente dal pantheon, come capita a tutti quelli che non si allineano al radicalismo chic di casa nostra.

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Sfigati

A conti fatti, il viceministro del Lavoro Michel Martone non ha torto quando dice che chi arriva a 28 anni e non si è ancora laureato è uno "sfigato". Ha toppato nella forma, non nella sostanza (d'altronde è un professore, lui, vive di teoria e non di pratica), dal momento che la generalizzazione è il più scontato degli errori: sarebbe stato più efficace se avesse affermato che è da sfigati impiegare otto anni per laurearsi nei panni di uno studente universitario a tempo pieno. Tant'è, il sasso è stato lanciato nello stagno e la rivoluzione dei girini ha avuto inizio. E il fatto che a lanciarlo sia stato un ragazzo che ha un padre che conta è lo specchio di questo Paese. Ma al puzzle manca un tassello, ancora più importante e comunque complementare.

Right Industria?gen23

Right Industria?

Comunque vada, sarà un successo. Almeno per il centrodestra, la fine dell'era Marcegaglia in Confindustria potrebbe coincidere con una guida di Viale dell'Astronomia un po' più vicina al variegato mondo che gravita attorno al Pdl. A contendersi il trono di Emma sono rimasti in due, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi. Se la corsa sembra essere un "semplice" spareggio con solo due nomi in ballo va detto da subito che le regole del gioco sono un pochino più complicate.
Il post Marcegaglia inizia domani, martedì 24, e si concluderà circa quattro mesi dopo, il 23 maggio, con l'ufficiale proclamazione del nuovo leader confindustriale.  Il primo atto spetta proprio al presidente uscente che, di concerto con gli ultimi "past-presidents" individuerà una rosa di possibili saggi incaricati di scegliere il successore. Mercoledì la Giunta Nazionale di Confindustria pescherà tre nomi da questa rosa e incaricherà la nuova triade di avviare sondaggi e consultazioni per la selezione delle candidature. Non sarà facile perché chi vuol essere eleggibile dovrà dimostrare di poter coagulare attorno a sé almeno il 15% dei consensi espressi dalle singole giunte territoriali.  Soltanto il 22 maggio, la giunta confindustriale, sentita la relazione dei saggi, delibererà in ordine all'elezione del nuovo Papa di Viale dell'Astronomia. Un mese dopo, salvo imboscate e previa accettazione, la proclamazione definitiva. 
Dicevamo dei due frontrunner, anche se avrebbero potuto benissimo essere in quattro. Ai nomi di Bombassei e Squinzi, infatti, per lungo tempo si sono affiancate le possibili candidature nordestine del veronese Andrea Riello e del triestino Riccardo Illy. Alla fine, con qualche mal di pancia, sembra si vada al duello finale con gli imprenditori spaccati in due. Entrambi i candidati sono lombardi, hanno la stessa età e vengono da esperienze personali molto simili. Nessuno dei due è imprenditore di prima generazione ma ha raccolto il testimone da una tradizione di famiglia. Bombassei, 72 anni, è presidente della Brembo, azienda meccanica del bergamasco e capofila del famoso "chilometro rosso".  Squinzi, anni 69, è patron di Mapei, settore chimico e guida un'azienda che ancora oggi vanta un management pressoché interamente riferibile alla famiglia fondatrice.
Numericamente Squinzi sembrerebbe in vantaggio: ha incassato l'appoggio di Emma Marcegaglia , delle federazioni della chimica (la sua), della moda, della meccanica (strappandola al rivale) e una consistente maggioranza degli apprezzamenti tra le federazioni territoriali.  Bombassei vanta invece appoggi decisamente più pesanti dal punto di vista del prestigio: tra i suoi sostenitori ci sono la Fiat, Telecom, alcune federazioni venete come Treviso e Vicenza, la "sua" Bergamo e, da ultimo, ha ottenuto il ritiro dalla corsa e l'endorsement di Riccardo Illy.
Partita comunque apertissima, soprattutto in considerazione del fatto che moltissime federazioni pesanti ancora non si sono espresse e aspetteranno il lavoro dei saggi per dichiarare il proprio orientamento. A far pendere la bilancia per l'uno o per l'altro potrebbe essere Assolombarda, federazione di provenienza dei due contendenti e certamente la più influente sul panorama nazionale.
Dietro le quinte si sono mossi anche alcuni politici. Squinzi è dato da molti vicino all'ala ciellina di Maurizio Lupi (tanto da partecipare anche ad alcuni happening pubblici organizzati dal vicepresidente della Camera) e ha da sempre buoni rapporti con Fedele Confalonieri e con la galassia che ruota attorno al Berlusconi-imprenditore.  Ha dalla sua un "record" molto positivo nel rapporto con le sigle sindacali e una fama di "colomba" sia per quanto riguarda il tema dell'articolo 18, sia nell'atteggiamento nei confronti della Cgil.
Ad essere considerato un "falco" dei rapporti sindacali è, invece, Alberto Bombassei.  Se Squinzi viene ricordato perché da presidente di Federchimica non ha mai strappato con la Cgil, Bombassei è balzato alle cronache confindustriali per essere l'uomo dei "contratti separati" e del sì - più o meno esplicito - al superamento dell'articolo 18. 
O per posizioni assunte o per vicinanza effettiva ad alcuni suoi esponenti, la prossima presidenza di Confindustria finirà per avere un orientamento decisamente più friendly nei confronti del centrodestra nazionale. Rimane da capire con quali uomini il centrodestra nazionale intenda affrontare il tema, per chi scrive cruciale, dei rapporti con il mondo confindustriale.

Contro gli asili nidogen20

Contro gli asili nido

Quando, ormai due anni fa, "Contro gli asili nido"ha visto la luce , il discorso pubblico sulla conciliazione tra famiglia e lavoro in Italia era monopolizzato da una sola, pressante richiesta: più nidi per tutti. Aumentare il numero di nidi pubblici, allargare i cordoni della spesa pubblica per sovvenzionarli, diffonderli su tutto il territorio nazionale, estenderne l'orario di apertura, renderli "universali" (il copyright è di Veltroni, ma l'espressione non avrebbe sfigurato su tante altre bocche) sembrava a tutti la soluzione a ogni male derivante dal conflitto tra famiglia e lavoro: fino ad essere invocato come l'antidoto alla denatalità, ormai in crescita libera nel nostro paese. Di più: la frequentazione dei nidi veniva spacciata non solo come cosa buona e giusta per riportare di corsa le madri lavoratrici in ufficio, ma anche per consentire ai bambini di "socializzare", e persino per migliorare le loro future performance scolastiche. E giusto per condire l'argomentazione con quella dose di esterofilia che non guasta mai, si portavano ad esempio gli altri paesi europei, tutti più vicini al famigerato obiettivo di Lisbona (copertura del 33% sulla domanda di nidi) del nostro (oltre che più vicini ai vincoli di stabilità, in primis quello del debito pubblico, peraltro). Due anni fa, l'imperativo era: delega educativa. L'idea che l'affidamento ai nidi, o alle baby sitter, o a qualsiasi surrogato delle madri potesse non essere la panacea era del tutto bandita dal dibattito. Qualsiasi argomentazione facesse leva non solo sul benessere dei neonati (perché di neonati si tratta, e non di bambini in età scolare), ma anche sul desiderio dei genitori di non consegnarli in fasce a terzi per la maggior parte della giornata, veniva bollata in anticipo come retrograda. Le obiezioni di sedicenti femministe si levavano come alti lai davanti alla prospettiva che qualcuno potesse strappare le madri lavoratrici alla schiavitù del cartellino, per chiedere almeno il loro parere sulla scelta obbligata che erano costrette a fare. Nessuno si azzardava ad allargare lo sguardo fuori dai nostri confini - ad esempio, in quella Germania dove, avendo sperimentato i nidi ad apertura estesa e "universali" della DDR, esiste tuttora un fiorente dibattito sulle deleterie conseguenze dell'affidamento precoce e prolungato ai nidi. A pochissimi veniva in mente di precisare che, se i paesi "modello" erano più vicini all'obiettivo di una felice conciliazione tra famiglia e lavoro, questo fosse non solo grazie ad un buon numero di nidi pubblici o di "tagesmutter", ma anche grazie alla diffusione di misure come il part-time, il telelavoro, gli orari flessibili. E ancora meno erano quelli che invocavano la flessibilità lavorativa e le soluzioni tecnologiche ormai pressoché universalmente diffuse, come possibile alternativa. A distanza di due anni, poco è cambiato. Il pensiero dominante, che spaccia la rigidità statalista e emancipazionista per l'unica possibile strada, impera ancora abbastanza indisturbato. Ecco perché mia sorella (nonostante i suoi figli siano ormai già cresciuti) da due anni non fa che ripetere che conciliare tra famiglia e lavoro non può voler dire accantonare la prima per far posto al secondo. Ecco perché si è gettata a tuffo in una serie di iniziative per sostenere la flessibilità lavorativa come strada maestra per la conciliazione, e condizione essenziale per permettere a chi vuole occuparsi in prima persona dei figli di poterlo fare. Ed ecco perché la pubblicazione del suo pamphlet in versione ebook [QUI VA IL LINK] è una buona occasione per ribadire che le alternative esistono: basta volerle promuovere. Alternative percorribili, anche in tempi di crisi, e sostenibili rispetto alla prospettiva di trasformare lo Stato (a spese del contribuente) in una balia, che mentre il collettivo dei suoi sudditi lavorano ancora alla maniera di Fantozzi, sveglia e caffè, barba e bidé, si prende cura del collettivo dei loro pargoli, avocando a sé la responsabilità educativa. E se non vogliamo ritrovarci tra qualche anno di fronte ad adolescenti sconosciuti, a lamentarci per l'emergenza educativa - magari con quello stesso Stato cui abbiamo chiesto di allevarli -, sarà meglio riprenderci insieme la responsabilità e la libertà della loro educazione, fin dalla prima infanzia.
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Schettini

Su twitter qualcuno come Cristian Rocca c'aveva scherzato su domandandosi: «Chi farà, domani, il pezzo su Schettino simbolo dell'era berlusconiana e DeFalco della nuova era tecnica e pragmatica?». In realtà non c'è stato bisogno di aspettare un nuovo giorno perché questa mattina ci aveva già pensato Gramellini su La Stampa. Il suo "Buongiorno" iniziava infatti con queste parole: «C'erano voluti due mesi per ritornare all'onor del mondo. Due mesi di loden e manovre, di noia e ricevute fiscali. Due mesi per nascondere i politici di lungo corso sotto il tappeto o in un resort delle Maldive. Due mesi per far dimenticare il peggio di noi: la faciloneria, la presunzione, la fuga dalle responsabilità. E invece con un solo colpo di timone il comandante Schettino ha mandato a picco, assieme alla sua nave, l'immagine internazionale che l'Italia si stava ricostruendo a fatica». Era impossibile che le vicende pre-loden non trovassero una scusa per poter riemergere, magari però uno si aspettava che con ancora una ventina di persone disperse e con il numero dei cadaveri che aumenta di ora in ora, a questo giro le "firme più prestigiose" del giornalismo italiano potessero evitarci lo spettacolo. E invece no. Per fortuna noi non siamo come loro e, come ha recentemente fatto Giuliano Ferrara, preferiamo rendere omaggio a chi il suo lavoro l'ha svolto fino alla fine e agli abitanti dell'Isola del Giglio che hanno aperto le loro case ai superstiti. Per fortuna non facciamo parte dell'Italia migliore. Crediamo inoltre che le telefonate fra Schettino e la guardia costiera, rese pubbliche a soli tre giorni dall'accaduto, siano la testimonianza di come questo paese si senta sempre più a suo agio nei panni dell'esecutore di sentenze ancora da scrivere. Che il capitano della nave sia colpevole infatti non ci sono stati dubbi fin dal primo momento ma, nonostante questo, qualcuno ha sentito il bisogno di dare in pasto all'opinione pubblica le suddette telefonate che, in un paese di diritto, sarebbero emerse soltanto nel corso di un normale procedimento processuale. A questo punto, che in Italia i processi si facciano sui giornali e sui media, diventa sempre meno un cliché e sempre più un fatto sotto gli occhi di tutti.

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La Ministra

Ad Elsa piace essere chiamata semplicemente Fornero. Nel giorno in cui su Twitter tenevano banco lezioni d'italiano collettivamente corretto sotto la voce #parolecomepietre, il ministro del Lavoro è intervenuto con Luciana Littizzetto a Torino alla presentazione di un libro di Emma Bonino e così si è rivolta ai giornalisti: «Non mi piace quando dite "la Fornero", oppure "la Littizzetto". Dite "Fornero" e basta, così come dite "Monti"». La presenza dall'articolo determinativo femminile singolare porterebbe con sé qualcosa di maschilista. E maschilista è la stampa, sempre secondo (la) Fornero: «L'Italia è talmente poco abituata ad avere donne con ruoli di responsabilità, che vi posso assicurare che quello che non va giù è che noi ci parliamo in modo molto civile, invece volete che litighiamo a tutti costi. Ci volete vedere litigare». Pare dunque che ci sia chi muoia dalla voglia di vedere le protagoniste della politica tirarsi i capelli nell'emiciclo parlamentare. Meglio appuntarselo per non trovarsi impreparati di fronte all'eventuale fatto compiuto.

Così, mentre il ministro ci assicura che lei e le colleghe non sarebbero apprezzate perché tra di loro discutono civilmente, il "la" è destinato al pensionamento - sempre che abbia maturato gli anni di contributi previsti dalla manovra lacrime (della Fornero) e sangue di questo esecutivo tecnico. Eppure non c'è niente di maschilista in chi è solito accompagnare il cognome della donna con l'articolo determinativo corrispondente. La signora se ne faccia una ragione: è un modo per rimarcare l'identità della persona in questione. Perché Mario è Monti, ma Elsa è la Fornero, un ministro in gonnella che è arrivata tra l'altro a coprire un ruolo chiave. Non un signore in loden qualsiasi.

Un conto è storpiare in versione femminile una carica (la sindachessa, la presidentessa, la ministra - ops!), un altro è il voler sottolineare la differenza di sesso, facendo leva sulla presenza dell'ormai famoso articolo "la". A meno che la Fornero non voglia essere equiparata del tutto ai colleghi maschi. Contenta lei: a tal punto è normale che commentatori e cronisti aspettino soltanto di vedere le signore scannarsi a onor di telecamere e taccuini. Gli uomini di partito non fanno altro che quello.

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Cinque passi avanti

Quando, poco più di un anno fa, abbiamo abbandonato i nostri blog per dare vita a RightNation.it eravamo scettici. Primo, perché lasciare le rispettive case non è mai facile. Secondo, perché un blog comune significava rinunciare ad un pezzetto della nostra identità e della nostra storia. Quattordici mesi dopo possiamo dire che l'esperimento è riuscito: questo luogo virtuale registra oggi più visitatori della matematica somma degli altri due e, cosa più importante, è riuscito a crearsi un piccolo spazio di vita autonoma sulla rete. E' il blog di Andrea e Simone, ma non solo.

Mostly Unfreegen12

Mostly Unfree

Se fossimo un paese serio, oggi, ci occuperemmo dell'edizione 2012 dell'Index of Economic Freedom, uno dei più influenti e completi indicatori delle libertà economiche nel mondo.

L'affresco del nostro paese è disarmante: nella speciale classifica compilata dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Jorunal, l'Italia smette di essere un paese moderately free e diventa a tutti gli effetti mostly unfree, collocandosi al 92esimo posto nel mondo per libertà economiche. Prima di noi l'Azerbaijan, dopo l'Honduras.

Non trattandosi del ranking Fifa, nessun giornale o televisione ne farà menzione. Eppure il dato dovrebbe far riflettere, perché l'Index of Economic Freedom è qualcosa di più di una semplice classifica in cui si mettono in riga le economie nazionali. Ad essere valutati sono fattori diversi: dal livello di corruzione alla libertà fiscale, passando per l'efficienza del sistema giudiziario e la spesa pubblica.

Qui sotto (clicca per ingrandire) potete apprezzare le "performances" del nostro paese. Le scale di valori vanno da 0 a 100 per ogni categoria. Tra 80 e 100 un paese è considerato compiutamente libero, tra 70 e 70.9 mostly free, tra 60 e 69.9 moderately free, tra 50 e 59.9 mostly unfree e tra 40 e 49.9 repressed.

Nuova immagine

Andrebbe fatto notare a quelli che "il liberismo sfrenato ha causato la crisi di questo paese" e a quelli che "l'articolo 18 non si tocca" che il nostro paese - secondo una ricerca di cui il tante volte citato Wall Street Journal è partner - è repressed per quanto riguarda la spesa pubblica e la libertà del mercato del lavoro ed è mostly unfree con riferimento ai diritti di proprietà e alla libertà fiscale.

 

Cos'è l'Index of Economic Freedom
La situazioe Italiana
La classifica mondiale

 

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E Penati?

Il consiglio regionale ha accolto all'unanimità le dimissioni di Franco Nicoli Cristiani da consigliere regionale e da vice presidente dell'Aula. In apertura di seduta infatti il presidente Davide Boni ha letto la lettera, poi votata dal Consiglio, con cui Nicoli Cristiani coinvolto nell'inchiesta sul traffico illecito di rifiuti avviata dalla Procura di Brescia, annunciava di voler rinunciare agli incarichi.

E' una bella notizia e Nicoli Cristiani ha fatto bene. La domanda che sorge spontanea è: Penati proprio non vuole dimettersi? Il Pd non ha niente da dire?

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