Ciò che più colpisce, nella surreale clausola numero 10 del
contratto di "consulenza" che la RAI, dopo il polverone di questi
giorni, si appresta a cancellare, è l'elenco. Un elenco nel quale
sfilano, nell'ordine, "malattia, infortunio, gravidanza, causa di
forza maggiore", e che si conclude con una fattispecie nella quale,
evidentemente, tutte le altre rientrano: "cause di impedimento".
Impedimenti e nient'altro, per l'azienda radiotelevisiva di Stato,
che a quanto pare utilizzava correntemente la formula contrattuale
della "consulenza" per scavalcare i vincoli imposti dal contratto
previsto per i giornalisti, e mascherare forme di precariato più o
meno perduranti.
La prassi a quanto pare era consolidata, e consentiva, ad
esempio, di sottrarsi "allo Statuto dei Lavoratori e alle relative
tutele", come ha precisato la RAI. Con una simile precisazione,
l'azienda intendeva verosimilmente legittimare la clausola
incriminata, la quale avverte il giornalista che "qualora per tali
fatti Ella non adempia alle prestazioni convenute […] Le saranno
ridotti i compensi relativi alle prestazioni non effettuate", e che
"ove i fatti richiamati impedissero a nostro parere il regolare e
continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella
presente quest'ultima potrà essere da noi risoluta di diritto,
senza alcun compenso o indennizzo a suo favore". Chiarissimo: se
non hai lavorato per me, non ti pago. E se questo accade troppo
spesso, sciolgo il contratto. Un'impostazione che non si
discosterebbe da quella generale dei contratti "atipici", che
effettivamente prescindono - come precisato da RAI - dalle tutele
della malattia e dell'infortunio. Ma a sorprendere negativamente,
in questo caso, è l'accostamento a eventi traumatici o patologici
di un evento come la gravidanza: il totale misconoscimento della
sua dimensione, la sua riduzione a "impedimento" come altri,
accanto ad altri, nello stesso elenco. Peggiore degli altri, anzi,
secondo una logica di pura quantificazione del tempo, per così
dire, "perso".
Cancellando ora la dicitura di "maternità" dall'elenco, la
sostanza non cambierà. la gravidanza, per le aziende, è tempo
perso, e poco altro. Il caso del contratto RAI non fa che
confermare l'incapacità dell'odierna organizzazione del lavoro di
fare i conti con le esigenze vitali dei lavoratori - che la
circondano, la limitano, ne mettono insistentemente in discussione
le priorità. Le aziende tentano continuamente di circoscrivere
questa incertezza: ad esempio, offrendo ai dipendenti servizi di
welfare che li mettano in grado di delegare per quanto possibile la
gestione familiare, minimizzando la loro necessità di dividersi tra
famiglia e lavoro. Ma quando questa dialettica tra vita e lavoro si
svolge al di fuori delle tutele e dei vincoli previsti nei
contratti "tipici", l'attrito tra ciò che l'azienda chiede e ciò
che la persona nella sua interezza reclama si fa ancora più
stridente, Se poi si tratta della persona alla sua origine, vale a
dire della nascita e della cura dei figli, lo stridore diventa
insopportabile, inaccettabile, e il suo esito nella maggior parte
dei casi è la rottura.
Il primo passo per evitarla sembrerebbe quindi quello di
ampliare la rete delle tutele: in questo senso sono state avanzate
varie proposte, tutte variamente poco percorribili dato lo stato
del welfare nazionale. Il punto non è estendere a tutte le madri,
dipendenti o meno, lavoratrici e non, l'indennità oggi prevista
solo per una minima parte di loro; e nemmeno allargare i congedi
parentali a tutti gli iscritti alla gestione separata (come ha
suggerito ad esempio il gruppo Maternità Paternità). Non è questo
il punto, perché una simile iniziativa presuppone anzitutto la
riaffermazione del valore della maternità, del tempo e delle
energie che assorbe, e che rappresentano il miglior investimento
possibile non solo per la madre, ma per la famiglia, per la
società, per l'intero Paese. La maternità, ogni maternità, non è
una malattia, un incidente, o un grattacapo cui il capo debba
rimediare in qualche approssimativo modo: è una straordinaria
occasione ancora una volta concessa all'umanità. Offrire tempo e
denaro non basta: senza una simile riaffermazione, le settimane e i
mesi dedicati al bambino, i soldi stanziati per sostenere la sua
famiglia continueranno ad apparire solo tempo perso, solo soldi
buttati.