British Racism?

Sabato scorso, al teatro dei sogni di Manchester, è andata in scena una classica del calcio inglese, la partita tra i Red Devils padroni di casa e il Liverpool. For the records, la vittoria è andata al Manchester United per 2-1. Ma non è del match che voglio disquisire, bensì di ciò che è avvenuto pochi istanti prima dell'inizio, al momento della canonica stretta di mano tra le due squadre: succede infatti che la punta del Liverpool, l'uruguaiano Luis Suarez, si rifiuta di stringere la mano al capitano dello United, il francese di colore Patrick Evra, come ripicca per un episodio risalente alla partita di andata, quando Evra accusò Suarez di ripetuti epiteti razzisti nei suoi confronti. Per questo motivo, dopo un'indagine della Federcalcio inglese, al giocatore del Liverpool furono comminate ben otto giornate di squalifica.

Fin qui i fatti, a cui aggiungo una doverosa premessa: Suarez si è comportato in modo completamente idiota e ha commesso un gesto inqualificabile. Detto questo, ho trovato scandaloso il modo in cui la stampa italica ha trattato questo brutto episodio, dando esplicitamente a Suarez del razzista, inventandosi di sana pianta un presunto razzismo di fondo dei tifosi del Liverpool e infine generalizzando il problema su TUTTA la società d'oltremanica, strumentalizzando (e poteva non essere così?) i famosi riots dell'estate scorsa. Ma andiamo con ordine.
-- il razzismo di Suarez: ribadisco con forza, a scanso di equivoci, che la punta dei Reds si deve vergognare per non aver stretto la mano al collega Evra, ma faccio sommessamente notare come nella formazione del Manchester United di sabato scorso fossero presenti altri tre o quattro giocatori di colore (basta vedere le immagini), e a questi Suarez ha tranquillamente offerto la propria mano.. quindi credo che il suo problema fosse di natura personale con Evra per ciò che era successo all'andata e NON con il colore della pelle di Evra stesso.. Non mi pare una ricostruzione priva di fondamento, ma forse sono io ad essere in malafede.
In buonafede comunque non era certo il giornalista, che , sull'inserto della Gazzetta dello Sport di martedì, documenta il razzismo di Suarez in maniera illuminante: Suarez è sostanzialmente un razzista perchè ai Mondiali di calcio sudafricani del 2010 causò un rigore a favore del Ghana con un fallo di mano, venendo, come da regolamento, espulso. Solo che il Ghana sbagliò il penalty, si andò ai rigori e lì fu l'Uruguay a prevalere, accedendo alle semifinali.. Capito che dannato razzista? Ha commesso un fallo di mano CONTRO una squadra africana!! 
-- tifosi del Liverpool: Secondo Stefano Boldrini, sempre della rosea, i tifosi del Liverpool sabato hanno coperto di ululati razzisti Evra ad ogni tocco di palla. Anche qui siamo davanti ad una incredibile manipolazione della realtà: è vero infatti che Evra veniva beccato ad ogni giocata, ma il razzismo non c'entra proprio per nulla. Se il giornalista in questione seguisse la Premier, anche solo in televisione, si accorgerebbe che i fischi contro un particolare avversario sono all'ordine del giorno, per qualsiasi motivo: da una precedente militanza nella squadra avversaria, da un fallaccio, da un'espulsione rimediata in FA Cup o addirittura l'anno precedente.. i fischi dei tifosi dei Reds SICURAMENTE non si riferivano al colore della pelle di Evra, tanto è vero che i vari Ferdinand, Young e Wellbeck (tutti dello United) non erano minimamente toccati dai buh dei supporters avversari, che sono storicamente così razzisti da aver idolatrato per anni gente come John Barnes o Paul Ince, persone di colore e bandiere del Liverpool, di cui hanno indossato (per anni!) la fascia di capitano.   
-- riots agosto 2011: è giusto non sottovalutare il problema, ovviamente anche in Gran Bretagna, ma non dimentichiamoci che il problema dell'integrazione razziale è comune in tutta Europa, e diverse sono state le ricette per affrontarlo. A me pare di poter dire senza timore alcuno che il sistema inglese, per quanto imperfetto e sicuramente migliorabile (Cameron ha già convocato un vertice), sia quello che meno danni ha provocato, specie se pensiamo alle banlieue francesi (con tanto di Marsigliese fischiata durante un Francia-Algeria a Parigi), per tacere del sistema tedesco o dell'italico non-sistema d'integrazione e di accoglienza indiscriminata..
Per concludere: secondo noi Suarez non ha dato la mano ad Evra non perchè è di colore, ma perchè è francese!!

T come Vendetta

Il vero problema è che persino la vendetta è impossibile. KrilliX non può prendere la nonna di Phyllida Lloyd e scrivere un pezzo patetico su quanto sia rincoglionita la vegliarda. Non perché la nonnetta non sia in effetti fuori di zucca. KrilliX non ne ha idea. Forse è persino trapassata. Ma non ha senso neppure informasene, perché anche nel caso fosse in vita e rimbambita, la povera vecchina non farebbe il caso nostro: sarebbe inadeguata allo scopo.

Social Cammy

Settimana scorsa il Primo ministro britannico David Cameron è nuovamente intervenuto sulla crisi economica con un discorso nel quale ha esposto il suo pensiero social conservative - oltre che ad inaugurare il corso della Co-operatives Bill - e dove è tornato alla carica nel progetto di costruzione di una Big Society, il mantra della sua missione politica. Ha stressato il concetto di "free market" per garantirsi un volto conservatore, ma ha più volte ripetuto espressioni come "regolamentazione", "regole", "istituzioni".

Il meccanismo economico, per Cameron, si è inevitabilmente inceppato, specie dopo una decade nel quale il governo laburista ha incoraggiato l'aumento del debito nazionale per sostenere i costi di un welfare state sempre più largo e invadente, ponendo i termini per uno stato interventista e raggiungendo un livello di spesa pubblica che "oggi non possiamo permetterci" e un modello di crescita economica "che non funziona". La City invece di essere un centro di competizione e creatività è diventata "una sorta di magia finanziaria che ha lasciato i contribuenti con tutti i rischi e i pochi fortunati con tutte le ricompense".

"C'è bisogno di nuove regole", ha garantito Cameron. Occorre una nuova visione dell'insieme: da una responsabilità sociale che riconosca che gli uomini non sono soltanto individui atomizzati e che le compagnie abbiano delle obblighi, a un capitalismo genuinamente popolare. La Big Society, per l'appunto, è servita. Il guaio è che il progetto che ha in testa il Primo ministro inglese è in alcuni passaggi nebbioso, foggy: "Mentre c'è certamente un ruolo per il governo, per la regolamentazione, per l'intervento, la vera soluzione è più impresa, più competitività, più innovazione". Con tutti i distinguo alla luce anche delle recenti rotture con l'Unione europea e della successiva precisazione ("now non of this should mean more regulation. It means less but better regulation"), par di ascoltare un ex commissario europeo che nella liberalizzazione dei taxi intravede parte di un'impennata dal Pil pari all'11%.

C'è comunque da rendere merito a Cameron di aver sottolineato, nel corso del suo intervento, l'attenzione posta dei conservatori alle questioni sociali nel corso degli anni, se non dei secoli, a dispetto della vulgata che li vuole brutti e cattivi: da Sir Robert Peel a Benjamin Disraeli, passando per William Pitt. La vera notizia è che in un discorso delicato e complesso come quello in questione oltre a citare Harold Macmillan, Cameron abbia ricordato Margaret Thatcher, ponendo finalmente termine al vizio di andare a ripescare articoli di Polly Toynbee (columnist del Guardian e figlia di intellettuale rigorosamente comunista) (http://ringoworld.tumblr.com/post/8731402550/se-cameron-ha-davvero-come-modello-polly-toynbee) piuttosto che guardare alla tradizione che gli ha consegnato il partito del quale è leader oggi.

Ouch!

La buona notizia è che la prossima corsa a sindaco di Londra è ancora aperta. Quella ottima è che Boris Johnson va, nella capitale, decisamente più forte del suo partito. Quella pessima, ed è quella che conta davvero, è che l'ultimo sondaggio Yougov vede per la prima volta Boris rincorrere Ken.

Innanzitutto un passo indietro: alle prossime elezioni comunali londinesi gli sfidanti saranno gli stessi dell'ultima tornata. Da una parte Ken "The red" Livingstone, dall'altra il biondissimo Boris Johnson. Una rivincita della sfida che sancì con chiarezza la fine dell'era del New Labour e di Tony Blair e che aprì il baratro del disastro elettorale firmato Gordon Brown.

La candidatura di Livingstone era l'unica possibile per i laburisti guidati da un altro "The red", Ed Miliband. A Giugno sembrava essere un'opzione sbagliata, con Boris Johnson avanti addirittura di otto punti (54-46%) in un'ipotetica sfida a due. Oggi il verdetto è decisamente ribaltato con il candidati laburista che sconfiggerebbe il rivale, anche se di misura, 51 a 49.

La domanda che ormai tutti si pongono è che cosa possa aver determinato uno swing così consistente tra i due candidati. Secondo Peter Kellner di YouGov non si tratterebbe di un "surge" generato da un miglioramento del gradimento elettorale per il Labour Party. La questione sembra rimanere, almeno per ora, confinata alle performance elettorali dei due contendenti.

Da un lato c'è l'oggettivo (e rinnovato) movimentismo mediatico di Ken Livingstone, dall'altro un'eccessiva presenza mediatica (soprattutto nazionale) di Boris Johnson. Un candidato conservatore ortodosso difficilmente può pensare di vincere in una città tradizionalmente progressista. Per avere qualche chance di successo c'è bisogno di pescare consistenti fette di consenso nell'elettorato che sostiene a livello nazionale Ed Miliband. Il primo Boris Johnson c'era riuscito con successo, il secondo un po' meno.

La cesura, e la conseguente identificazione di Boris con l'ortodossia conservatrice, arriva anche dalle fibrillazioni interne che stanno caratterizzando i Tories negli ultimi due anni: da una parte i New Conservatives di David Cameron, considerati un po' troppo colombe dai nostalgici del muscolarismo thatcheriano, dall'altra i duri e puri che, dovendo immaginare un leader alternativo al buon Dave, si sono orientati sul sindaco londinese. Il primo effetto è stato quello di rendere decisamente più difficile la sua corsa alla rielezione.

Hannan c'e'

Dopo la scoperta Nigel Farage, vi facciamo sentire qualcosa anche dell'eurodeputato conservatore Daniel Hannan (grazie ad Annalisa per la segnalazione).

Sul suo blog sul Telegraph oggi presenta un libro interessante sugli Stati Uniti, la sovranità popolare e quello che sta accadendo - mica tanto silenziosamente - in Europa.

(New)spapers

La parte sinistra del giornalismo britannico è in gran fermento. Gli anni di opposizione - come spesso accade - sono i migliori per organizzare idee e ripensare modelli. Guardian e Independent, definiti dall'Ansa "le testate più vivaci nella riflessione su giornalismo e nuovi media", sembrano aver preso la palla al balzo. Così, mentre il Labour Party arranca nella rincorsa al ticket Cameron-Clegg, i suoi giornali di riferimento ridisegnano la strategia web.

Per l'Independent si tratta sostanzialmente di introdurre strumenti nuovi per il pagamento delle notizie e due livelli di usabilità del sito: gratis per i contenuti accessibili a tutti, a pagamento per i pezzi ritenuti "premium". Già oggi il prestigioso quotidiano britannico ha una sua applicazione per Kindle che a 9.99 dollari al mese garantisce agli utenti la possibilità di leggersi il giornale sul reader targato Amazon. L'idea dell'editor Chris Blackhurst è quella di allargare i confini dello shopping made in Independent: ci sarà un'applicazione iPad che permetterà di leggere gratuitamente un numero prefissato di articoli dopo i quali scatta il pagamento automatico e una serie di prodotti editoriali (probabilmente inchieste) destinata a vivere soltanto online e soltanto a titolo oneroso.

Un leader

Come al solito, come ai bei tempi andati delle convention in tempi di blairismo spinto, David Cameron divide. Non è un leader normale, non per come siamo abituati a conoscere i leader di partito in Italia. Mai dogmatico, poco ideologico, reticente a  cercare l'applauso facile. Anche quest'anno, all'annuale meeting del partito,  l'inquilino di Downing Street ha scelto di lanciare un sasso gigantesco nel non tranquillissimo stagno conservatore. Niente discorsi di maniera ma una lunga serie di provocazioni che faranno discutere, garantendo al buon Dave la necessaria centralità nel dibattito politico.

Partiamo da quella frase, molto meno importante delle altre ma certamente destinata a far discutere: "non sostengo le unioni gay nonostante sia conservatore ma proprio perché sono conservatore". Una visione di società poco ortodossa per l'intelligencija militante del centrodestra europeo, eppure è una visione che ha una sua coerenza se inserita nel percorso che questo giovane leader sta facendo compiere al suo partito. Usciti da una condizione di minorità strutturale e trincerati dietro il mantra thatcheriano anni '80, i Tories sono riusciti a tornare centrali nell'agenda politica britannica solo grazie a questo prodotto di un conservatorismo un po' più fair e un po' meno muscolare.

Detto di questo passaggio sulle unioni gay (più mediatico che sostanziale), torniamo al cuore del discorso cameroniano: un appello alle radici del Regno Unito, al suo spirito combattente e alla sua naturale tendenza a stupire. Non fosse premier in carica, con uno speech come quello di ieri, sarebbe pronto per scendere in campo alle primarie americane. Non è ottimismo speso a piene mani, ma consapevolezza di essere alla guida di un paese con mille problemi e altrettante risorse. Cameron elenca entrambe le cose, in un costante gioco di rimandi retorici che gli fanno citare quelli che dicono che il meglio è passato e quelli che pensano che debba ancora venire.

Colloca i conservatori tra i secondi e rilancia l'idea di un movimento chiamato a rappresentare l'orgoglio di una nazione e, al contempo, a indicare la strada per la ripresa. Solo le urne, tra qualche anno, potranno dire chi aveva ragione e chi torto. Tutto si potrà dire, però, meno che questo Cameron non sia un leader pronto a giocarsela.

Un liberal

C'è un aggettivo di troppo nella definizione che David Cameron ha dato di sé qualche settimana fa durante il dibattito del mercoledì alla House of Commons: Liberal Conservative.Il guaio grosso è che quello che stona è il secondo, come il Primo ministro inglese ha confermato con il discorso di oggi alla conferenza di Manchester, nel corso del quale ha riproposto i suoi cavalli di battaglia, Big Society inclusa. Un concetto che tale rimane e Cameron è troppo impegnato a rimarcare di volere una "stronger and bigger society" da dimenticarsi di aggiungere che per far ripartire l'economia occorrerebbe anche meno stato. Di solito i conversatori ci tengono a sottolinearlo, i liberal no. Ci ha pensato per fortuna Boris Johnson, che ha chiesto tanto a Cameron quanto al fido George Osborne che è il momento di tagliare tasse e macchina normativa, la ripresa allora verrà da sé. I conservatori che vuole il loro leader assomigliano tanto al blu leggero, annacquato e tinto di verde che campeggiava dietro a Cameron intento ad arringare la platea sul palco. Assicura che con i Tories al governo sono tornati pure l'ordine e la disciplina nelle scuole, poi annuncia all'interno del Work Programme stanziamenti di 14.000 sterline a testa per agevolare il reinserimento di chi è rimasto senza un'occupazione e deve aggiornare la proprie qualifiche alle richieste di oggi. È un conservatorismo a dir poco criptico, il suo. E il tiepido applauso riservatogli dai presenti in sala quando ha provato a spiegarlo, indica che la missione non è andata a buon fine: "Conservatives believe in the ties that bind us; that society is stronger when we make vows to each other and support each other. So I don't support gay marriage despite being a Conservative. I support gay marriage because I'm a Conservative". Sì, doveva essere un congresso di liberal, effettivamente.

Agenda Tottenham

Avrei dovuto scrivere un post dal titolo "Agenda Montevarchi" per spiegarvi come e perché David Cameron è lo straordinario comunicatore che è. Poi diciamo che i London Riots hanno leggermente modificato l'agenda politica d'oltremanica e il post avrebbe avuto un gusto quantomeno surreale.

Delle rivolte londinesi si è detto e scritto moltissimo. Per i Conservatori poteva essere la spallata fatale ad un consenso già barcollante. Scotland Yard è nell'occhio del ciclone da ormai due mesi (poliziotti infedeli, amici di Murdoch, fughe di notizie e, da ultimo, il pasticcio di Tottenham) e il governo nazionale non se la passa benissimo. In tutto questo baillame metteteci pure alcune tensioni tra Boris Johnson (Sindaco di Londra e in corsa per la rielezione) e George Osborne (Cancelliere dello Scacchiere e gran cerimoniere dei conti pubblici) e l'ormai cronica difficoltà dei Liberldemocratici ad accettare di essere la ruota di scorta della maggioranza di governo.

Il Foglio di ieri ci ha raccontato di una Big Society andata in frantumi sul primo scoglio di tensione sociale. Nelle stesse ore, a Londra, si risvegliava la coscienza civile di una città che ha reagito composta e determinata alla follia omicida islamista e che difficilmente si lascerà intimorire da quattro ragazzetti viziati reinventatisi improvvisamente predoni metropolitani.

Migliaia di persone armate di scope e buona volontà si sono messe a ripulire la città d vetri rotti e senso di sconforto. Come accade in tutte le moderne mobilitazioni, il passaparola è corso su internet al grido, anzi: al tag, di "riot clean-up". Uomini e donne, inglesi ed immigrati, amici e sconosciuti, si sono ritrovati fianco a fianco per mettere insieme i cocci di una città ferita da una piccola minoranza di teste matte.

La società civile è arrivata là dove lo stato, almeno inizialmente, aveva fallito. Chiamatela come vi pare, ma credo che in inglese di dica Big Society.

Notizie a metà

Cose che accadono. I media italiani tradiscono un certo disagio nel trattare l'argomento caldo degli ultimi giorni in Gran Bretagna: il tabloid News Of the World di Rupert Murdoch sotto pressione per essersi intrufolato e manomesso il cellulare di Milly Dowler, scomparsa e poi trovata morta nel 2002 quando aveva solo tredici anni. Grazie all'aiuto di un detective privato, la redazione era riuscita e intercettare anche i telefonini dei famigliari, finendo inevitabilmente per intralciare le indagini. A gestire l'operazione era l'allora direttrice Rebekah Brooks, alla quale il magnate australiano ha poi affidato News International, la succursale del suo impero Oltremanica, impegnata da qualche mese ad aggiungere Sky News alla lista dei trofei di famiglia. La politica londinese aveva già dibattuto quest'ultimo argomento, vista una certa compiacenza da parte del Primo ministro David Cameron perché l'affare andasse in porto. Cameron ieri ha invece duramente criticato quanto combinato dal NOTW e oggi pomeriggio, al Question Time del mercoledì, l'ordine del giorno non poteva che prevedere un'altra discussione sull'accaduto.

In Italia giornali e tv raccontano, riportano i fatti e si guardano bene dall'esprimere troppe opinioni, se non per puntare l'indice contro Murdoch. Il fatto è che di mezzo ci sono due vizi tipici della stampa di casa nostra: le intercettazioni - quelle che vengono spiattellate per cortesia delle procure senza un minimo di discernimento, ma gettando nel calderone tutti i nomi possibili, anche quelli di gente che poi risulta essere totalmente estranea ai fatti - e il processo in pubblica piazza. Perché mentre tutti gli occhi sono rivolti da una parte, dall'altra è giunta notizia che il Mirror e il Sun (e il News Of the World non è altro che la versione domenicale del popolare tabloid) potrebbero subire sanzioni penali per il modo con il quale hanno trattato un altro fatto di cronaca nera: l'assassinio di Joanna Yates, 25enne architetto uccisa alla vigilia dello scorso Natale.

Nella lista degli indagati era finito Chris Jeffries, l'uomo che aveva affittato l'appartamento a Joanna. Tra il 31 dicembre 2010 e il 1 gennaio 2011 tanto il Mirror quanto il Sun uscirono con una serie di articoli dal taglio giustizialista secondo il procuratore generale Dominic Grieve, che avrebbe posto "un sostanziale rischio di pregiudizio" di colpevolezza nel caso Jeffries fosse finito davanti al giudice con l'accusa di essere l'omicida.

Due fatti strettamente correlati, ma solo uno dei due ha trovato spazio sulla stampa italiana. Anche perché è meglio non diffondere l'usanza britannica, altrimenti ci sarebbe la fila di giornalisti fuori dalle procure e dai tribunali e questa volta non per riceve le intercettazioni da mandare in macchina.

L'amara vittoria laburista

Per il laburisti inglesi queste elezioni amministrative di medio termine potevano essere una straordinaria occasione per mandare un messaggio di vitalità al proprio elettorato. In parte, è stato così: il centrosinistra britannico guadagna 26 "local councils" e diventa su base nazionale il primo partito, scalzando dal gradino più alto del podio gli storici rivali conservatori.

E', però, una vittoria amarissima. A mandare di traverso lo champagne a Ed Miliband e compagni ci sono innanzitutto i Tories che, accreditati di un pessimo risultato da larga parte degli osservatori, finiscono non solo per reggere l'urto della prima verifica dopo un anno di governo, ma anche per aumentare di quattro unità il numero di consigli controllati. Un risultato insperato qualche settimana fa e che, sommato al crollo degli alleati liberaldemocratici, rafforza ancora una volta la posizione del premier David Cameron e dei suoi uomini più fidati.

In seconda battuta c'è la storica affermazione dello Scottish National Party, diventato partito di maggioranza assoluta in quello che per anni è stato il bacino di voti prediletto da chi ha espresso nel breve volgere di tre legislature ben due premier (Tony Blair e Gordon Brown) provenienti dalla terra che fu di William Wallace. E proprio la Scozia, alle ultime elezioni politiche, ha "salvato" i laburisti garantendogli una consistente rappresentanza parlamentare e costringendo i conservatori alla grande coalizione con Nick Clegg. Questa affermazione indipendentista cambia completamente la prospettiva e mette in un angolo un'intera classe dirigente che aveva fatto del dialogo con la Scozia e dell'interpretazione delle sue spinte stataliste e autonomiste la principale garanzia di sopravvivenza nel dopo-Blair.

Da ultimo, ma non certo per importanza, è arrivato l'esito del referendum che chiedeva ai sudditi di sua maestà di abbandonare il sistema maggioritario puro per approdare a un più "proporzionale" Alternative Vote, sul modello di quanto accade, ad esempio, in Australia. Un plebiscito di no al cambiamento che ha letteralmente elettrizzato i Conservatori, unici a essersi ufficialmente schierati contro la modifica del sistema elettorale e, quindi, i soli a poter oggi legittimamente reclamare la vittoria.  Se i componenti della coalizione si trovavano l'un contro l'altro armati (David Cameron a guidare la campagna per il mantenimento del maggioritario, Nick Clegg a favore dell'Alternative Vote), il Partito Laburista ha finito con il dividersi su posizioni differenti: mentre l'ex ministro blairiano John Reid sfilava con i conservatori, il giovane leader Ed Miliband sosteneva i Liberaldemocratici. Una lacerazione interna che ha pesato anche sul risultato poco brillante uscito dalle urne dei consigli locali.

Il Labour Party ha affrontato questa tornata elettorale come l'ideale rivincita a un anno di distanza dalla sconfitta alle consultazioni politiche. E' stata, invece, una due-giorni in cui il centrosinistra britannico ha preso coscienza di quanto ancora siano distanti i fasti dell'era dominata da Tony Blair. Da un blocco socialdemocratico capace di parlare a un intero Paese, i laburisti si sono repentinamente trasformati in un partito profondamente diviso e senza più un'anima, né sociale né territoriale. Mai vittoria numerica fu politicamente più amara.

Una data storica

Una data storica. Di quelle da segnare, magari, con un cerchietto rosso. Troppa enfasi? Non c'è da giurarci visto che la sostanza di questa giornata elettorale britannica è davvero notevole per più di un aspetto. Tralasciato per il momento il capitolo referendum elettorale, che riprenderò in altra sede, il dato più eclatante emerso dalle urne è, sicuramente, il quasi plebiscito che ha premiato il partito degli indipendentisti scozzesi consegnando loro una maggioranza assoluta nel locale parlamento.

Chi vince e chi perde

Avendo seguito durante l'intera nottata di oggi i primi risultati delle elezioni amministrative in UK riassumo brevemente il risultato e le prime impressioni che ho ricavato dai dati provenienti da Galles, Scozia e Inghilterra, in attesa dello spoglio oggi pomeriggio del referendum sull'AV (dall'esito a maggior ragione scontato, visto il risultato della notte) e dei risultati del Nord Irlanda nei prossimi giorni. Parto dai grandi sconfitti della nottata: i liberaldemocratici del vicepremier Clegg, basta questo dato amministrativo per capire come di fatto anche quello referendario sarà di ugual segno.

I libdem si sono quasi estinti in tutto il Regno nel giro di una notte, dopo un anno vissuto in modo evidentemente delirante a fianco dei Tories (i quali invece riescono addirirttura a guadagnare seggi alle spalle dei loro alleati di minoranza) secondo il giudizio dell'elettore inglese.

Il Labour ha grossi problemi proprio nel luogo da cui provengono due suoi ex leader: la Scozia.

Riesce a difendersi nei soliti bacini tradizionali inglesi (sebbene per il momento non sfondi) e nel complesso è avanti di 2 punti percentuali rispetto ai tories come media nazionale.

I Tories però a differenza dei loro soci di governo si difendono bene in Galles e addirittura in Scozia vanno meglio dei libdem (il che significa davvero un disastro di proporzioni apocalittiche per i libdem!).

In Inghilterra i tories stanno dominando nel numero dei consigli e nei seggi e si prevede una estesa macchia blu sulla cartina a spoglio concluso.

La grande sorpresa e il grande vincitore della notte si chiama però SNP, gli indipendentisti scozzesi di Salmond hanno annichlito i Libdem rubando tutti i voti, e hanno sconfitto pesantemente anche il Labour addirittura in alcuni feudi scozzzesi sicuri.

Hanno pigliato voti a raffica in ogni parte della Scozia, isole escluse (andate ad appannaggio dei libdem)!.

Quindi quali scenari si aprono ben sapendo che l'AV verrà quasi presumibilmente bocciato (e non solo per la scomparsa dell'elettorato del partito proponente, i libdem)?

A mio giudizio, se lo SNP non farà come ha fatto la Lega nel decennio scorso, dopo il suo boom pensando di costruirsi un ruolo di "partito ecumenico", l'indipendenza per la Scozia da oggi è molto più vicina.

Non fosse altro perchè gli altri partiti nazionali lab e libdem sono in grave crisi di consensi proprio in Scozia ma anche nel resto del Regno.

Certo i tories sono per l'unità del Regno da sempre, e un partito che vince e regge la prova della coalizione alle urne, potrebbe cercare non solo di disfarsi dei libdem andando alle elezioni anticipate, ma cercando ache di bloccare sul nascere ogni velleità indipendentista oltre il vallo di Adriano.

Ma potrebbero paradossalmente anche pensare a un qualche accordo di massima con lo SNP per ridurre la portata dei due partiti (libdem e lab) suoi diretti rivali sul piano politico sul nazionale entro il solo contesto politico inglese (dove ora oggettivamente i tories sono sicuramente più forti dei concorrenti).

Quindi al fine di ridurre il peso politico lab e libdem si potrebbe aprire anche la possibilità concreta di una fase avanzata verso la secessione della Scozia.

D'altronde a Cameron restano poche possibilità, dato che lo SNP prossimamente potrebbe diventare paradossalmente il terzo incomodo sul piano nazionale in termini di voti, sostituendosi ai libdem quanto a portata di consensi anche solo puntando nella natia Scozia.

Il fatto che Cameron abbia puntato nettamente sul sistema attuale maggioritario sfavorendo i libdem è un segnale che dovrebbe indicare un interesse dei tories a conservare una preminenza politica evitando possibili sistemi di coabitazione a Downing Street e certamente lo SNP non si è disponibile a tali intese (a maggior ragione per la sua ragione autonomista anti-inglese e anti-tories, e a maggior ragione dopo la fine dei libdem).i

Cameron però deve comunque scontrarsi con il fatto che la Scozia non è i libdem, a maggior ragione ora che non li vota più.

Cameron non potrà mai essere un leader britannico ma solo inglese, dato che sia in Scozia ma sopratutto in Galles (aspettando i risultati in Nord Irlanda) egli e il suo partito non trovano consensi adeguati per tali ambiziosi ruoli a loro volta "ecumenici".

In Scozia ora c'è un partito indipendentista che certamente cercherà di far valere le proprie ragioni forte del suo seguito di voti.

Il fatto che gli scozzesi si siano espressi in massa verso lo SNP anzichè i libdem e il labour, significa che solo tale partito viene ritenuto difensore (a torto o a ragione) degli interessi degli scozzesi.

Lo SNP per la sua peculiarità nazionalista scozzese non può andare a Westminster o a Downing Street e atteggiarsi a ruolo di comprimario di Cameron e del suo governo.

Salmond non è un cialtrone  pavido come Umberto Bossi e la Scozia è storicamente e culturalmente più viva della inesistente Padania!.

Il Labour e i Libdem specie negli ultimi tempi hanno dimostrato di considerare la Scozia solo un mero bacino di voti per le loro manovre politicanti a Londra, con poco interesse in merito alle richieste della gente del luogo.

Gli elettori quindi si sono vendicati forse anche tramite il voto di protesta, forse anche con una sensibile riconsiderazione della situazione vigente, punendo il Labour e i Libdem con il voto verso lo Scottish Natonal Party.

Quindi è assai probabile che tale pacchetto di voti indipendentisti scozzesi non solo siano inutilizzabili per Cameron, ma di fatto tale pacchetto venga sottratto in particolar modo ai libdem e labour danneggiandoli seriamente.

Che Cameron e i tories non possano ambire  elettoralmente al successo o al bacino di voti scozzesi, è dato per scontato da tutti gli analisti, molto meno questo è avvenuto in tempi recenti sia per libdem che per il Labour (si pensi specie al New Labour degli ultimi due decenni).

Al contempo però, Cameron deve tener conto che i libdem sono usciti quasi di scena a livello nazionale con le ossa fratturatissime e in piena crisi di nervi al loro interno tra la fazione sinistrata e quella liberale.

L'intesa di coalizione tra i libdem e i Tories al governo è a rischio per contrapposti interessi che difficilmente veranno appianati da un rimpasto (il quale poi sfavorirebbe i Libdem), i tories hanno tutto interesse (ora che sono forti e che hanno scaricato efficacemente e molto spesso non a torto, tutte le colpe all'alleato di minoranza davanti agli elettori del regno), a correre il prima possibile da soli alle elezioni politiche per un governo monocolore al fine di realizzare il programma.

Clegg non è riuscito a far cambiare mentalità al suo partito e questo è un limite suo come leader e della sua compagine, che non ha caso è stata pesantemente punito dagli elettori anche in merito ad una proposta di riforma della legge elettorale che non solo non era proporzionale ma neppure efficace per le altre forze politiche minoritarie nel regno al fine di avere maggior visibilità.

L'unico beneficiario sarebbe stato Clegg, appare quindi evidente che tale furbata-porcata a differenza dell'Italia non sia stata apprezzata dagli elettori britannici.

I libdem nel tentativo spasmodico di recuperare consensi e di staccarsi dai conservatori potrebbero addirittura sacrificare la ormai loro fallimentare esperienza di governo per puntare ad una sterile opposizione sinistrata.

Lo stesso Labour pur non brillando (anzi...) ha tutto interesse a far fuori politicamente i libdem cercando di guadagnare il loro elettorato in fuga evitando ogni intesa politica con la leadership di questa, spingendo per le elezioni politiche il prima possibile (come hanno dichiarato anche i suoi stessi esponenti) nel tentativo di evitare possibili polemiche interne al partito specie riguardo la sua giovane leadership.

A fronte di tutto ciò lo SNP potrebbe inserirsi in tali vicende proponendo l'agenda indipendentista (forse anche secessionista!?) ricreando a fronte della debolezza di libdem e laburisti, una rivalità diretta tra SNP e Tory, tra Scozia e Inghilterra tale da indurre il secondo a prendere seriamente sul serio la possibilità di sganciare la Scozia dal proprio sistema politico qualora non voglia intestardirsi nel solito atteggiamento da nazionalconservatore sovente presente nei tories che certamente potrebbe anche essere deleterio specie se proprio lo SNP dovesse perdere appeal presso gli scozzesi (i quali potrebbero tornare a rivotare in massa i Libdem o il Labour con grosso danno per i Tories).

Cameron non ha interesse a farsi nemico lo SNP, questo eminentemente per ragioni elettorali; a maggior ragione se lo SNP si orienterà su un programma interno di governo locale basato su istanze conservatrici o moderate-centriste auspicabilmente meno stataliste del passato e più propense al libero mercato.

Esso potrebbe apparire soluzione migliore dei libdem e dei laburisti anzichè semplice loro imitazione autoctona sul suolo scozzese.

Se lo SNP si sostituirà ai libdem e ai laburisti presentandosi come forza politica di centrodestra moderato avente peculiarità locali potrebbe addirittura diventare una insidia mediatica proprio all'immagine di Cameron nel Regno specie qualora ll giovane leader Tory cercasse lo scontro con Salmond.

Non a caso Salmond nelle sue prime dichiarazioni ha preferito saggiamente muovere guerra al Labour scozzese dichiarando la sua egemonia in Scozia come terminata grazie al trionfo dello SNP, accusando il partito di Milliband di una campagna antisecessionista al limite della paranoia.

Staremo a vedere nelle prossime settimane e mesi, certamente vista anche la condizione generale dell'economia UK e la crisi degli eurostati (si pensi al Belgio o Spagna), non è escluso che il successo dello SNP non possa diventare il vero motore per un processo di secessioni a catena in giro per l'Europa laddove le condizioni socio-politiche sono favorevoli.

Nel caso britannico in particolare anche le condizioni politiche interne ai partiti del Regno, gli interessi dei due principali leader vincenti (Cameron e Salmond) e il giudizio espresso dai rispettivi elettorati inglese e scozzese paiono essere favorevoli al fine di poter immaginare tale genere di scenari secessionisti.

Liveblogging: Av Referendum

La Gran Bretagna va al referendum, prassi non particolarmente consolidata da quelle parti: il primo e finora unico referendum che ha interessato tutta l'isola risale al 1975 e chiedeva al popolo britannico se fosse il caso di rimanere o meno nella Comunità europea. Si recò alle urne il 64% degli aventi diritto e i sì vinsero con il 67% dei voti. Oggi, 5 maggio 2011, il tema è la riforma elettorale: passare dal maggioritario secco (detto anche "first past the post") o introdurre l'Alternative Vote? E' una sfida chiave per il governo in carica: i conservatori di David Cameron dicono no all'AV, i liberaldemocratici sì. I laburisti stanno a guardare: hanno invitato il proprio elettorale a votare per il nuovo modello, ma in realtà si augurano semplicemente di rifilare un bel gancio a Cameron. Perché in ballo ci sono anche le Amministrative: la coalizione di governo rischia di perdere fino a 1.500 rappresentanti, a vantaggio del partito di Ed Miliband. Ad un solo anno di distanza dalle General Elections, la legislatura potrebbe imboccare una nuova strada.

UNDER AV

In Inghilterra impazza la guerra referendaria. Tutto si gioca sul sistema elettorale e sulla scelta che i sudditi di Sua Maestà saranno chiamati a compiere il 5 Maggio prossimo: da un lato il sistema del cosiddetto Alternative Vote, dall'altro quello del First past the post. Quest'ultimo altro non è che l'uninominale secco che ha da sempre caratterizzato il sistema britannico, mentre la proposta di riforma sposterebbe il modello Westminster verso un'impostazione più simile a quella australiana.

A sostegno della nuova ipotesi si stanno spendendo, per ovvie ragioni, i Libdem di Nick Clegg mentre per la permanenza dell'attuale sistema sono scesi in campo, con un'inedita alleanza,  sia il premier David Cameron che  l'ex ministro laburista John Reid.

Come al solito, però, sugli scudi ci stanno i creativi del Partito Conservatore che nel video qui sopra spiegano come, con il nuovo sistema, a vincere potrebbero non essere i migliori.

La partita di Cameron

David Cameron è stato tra i primi leader europei a mettersi in mostra di fronte alla vicenda libica, peccato per lui che la scena gli sia stata rubata dal presidente francese Nicolas Sarkozy che, in pieno spirito da grandeur, ha trascorso un intero giorno ad annunciare che i suoi caccia avrebbero bombardato le forze di Gheddafi nel giro di poche ore, salvo aspettare la notte di sabato perché effettivamente entrassero in azione. Nel frattempo, venerdì scorso il Primo ministro britannico ha reso chiari i suoi pensieri prima in un'intervista concessa a Sky News. Le lancette dell'orologio che correvano, la necessità di fare qualcosa il più presto possibile, il dovere morale di non tirarsi indietro per dare una mano ai ribelli del regime: questi in sostanza i punti cardine del pensiero cameroniano.

Ma cosa ci guadagna esattamente Cameron? È quantomeno ironico che il governo di Londra abbia deciso di intraprendere una guerra con un Paese con il quale era sceso a patti durante i mandati di Tony Blair, lasciandosi alle spalle l'attentato di Lockerbie del 1988 e concedendo all'autore, Mohamed al-Megrahi, di tornarsene a casa perché apparentemente in fin di vita. I maligni commentarono che dietro alla tregua tra Gran Bretagna e Libia c'era la mano lunga della British Petroleum, finita al centro della critica mondiale per l'incidente alla piattaforma di sua proprietà nel Golfo del Messico. Così come l'opinione pubblica d'Oltremanica non nascose il forte malcontento quando in televisione apparvero le prime immagini del viaggio di Blair a Tripoli, così oggi giudica rischiosa l'opzione militare contro Gheddafi. O meglio: per il 53% degli intervistati dall'istituto ComRes per ITV News, i soldati di sua maestà non dovrebbero rischiare di morire per difendere i ribelli libici.

Nel frattempo, mentre Cameron ieri pomeriggio ribadiva le ragioni dell'intervento militare ai Comuni, il Capo dello staff della Difesa, il generale Sir David Richards, è andato a sbattere contro la posizioni dell'esecutivo, sottolineando come non sia concesso dai termini delle risoluzione del consiglio di Sicurezza dell'Onu attaccare il leader libico. Il generale Richards è stato contraddetto immediatamente da alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il segretario alla Difesa, Liam Fox.

Negli ambienti conservatori nei giorni scorsi si sono chiesti quando Cameron abbia deciso di indossare i panni dell'aquila. La componente più dura del partito non ha accettato di buon grado la scelta di passare per i bombardamenti, mentre tra gli alleati liberaldemocratici è assordante il silenzio: il partito di Nick Clegg è in caduta libera, sotto il 10% secondo gli ultimi rilevamenti di YouGov. A ieri i Tories sono invece al 36%, i laburisti pur non facendo nulla al 43%.

Cosa ci guadagnerà quindi Cameron? Per capirlo, conviene più che altro dare un'occhiata agli "hot topics" sui media inglesi delle ultime ore: al primo posto c'è la Libia, poi arriva il Giappone, mentre alle loro spalle si sta facendo largo la voce Budget 2011: domani il Chanecellor George Osborne presenterà la nuova manovra economica. I cui effetti potrebbero contare molto di più delle bombe sganciate dai Tornado.

Big Society. Sorry?

È una questione di priorità. Per il Primo ministro conservatore David Cameron è la Big Society, punto centrale del manifesto politica presentato nel corso della campagna elettorale della scorsa primavera. Cosa sia di preciso non si sa e anche per questo è una priorità: nel senso che qualche chiarimento farebbe comodo, anzitutto allo stesso Cameron che non si è ancora scrollato di dosso quell'aurea un po' fumosa che lo accompagna da tempo, ormai.

Tant'è: lunedì di fronte ad una platea fatta di gente che si rimbocca le maniche nel sociale, accompagnata da alcuni imprenditori che operano in questo settore, ha fatto sapere che per lui è un "dovere" quello di sistemare la cose in Gran Bretagna che va al di là delle tante critiche sollevate dai piani economici, tra spese tagliate e tasse in aumento. Il dovere di ridurre il debito pubblico passa da qui, oltre che dalla manovra di 113 miliardi di pound varata negli scorsi mesi sotto la regia del Chancellor George Osborne. E se alcuni servizi non potranno essere adeguatamente prestati dallo Stato, tanto meglio perché a quel punto sarà la Big Society a sopperire alle mancanze e, indirettamente, a respingere i tentacoli dell'assistenzialismo e dello statalismo in generale.

"Non ci renderà popolari", ha avvertito il messianico David. "Ci renderà infatti impopolari. Mi renderà impopolare", ha sottolineato con la retorica che lo caratterizza, "ma questo è il mio dovere: dobbiamo farlo per il bene del Paese".

Un progetto che non piace a molti, soprattutto ai sindacati. Bob Crow, che guida quello dei trasporti, ci è andato giù pesante accusando Cameron di voler sostituire le "lollipop ladies", le vigilesse che regolano il traffico all'uscita dalle scuole dei ragazzi con dei volontari, "mentre ai banchieri responsabili di questa crisi si prospettano altri sei miliardi di sterline come bonus".

Ma la priorità del Primo ministro dovrebbe essere un'altra: quella di farsi capire. A gennaio il 63% dell'elettorato britannico non aveva ben chiaro o non capiva del tutto cosa significasse la politica della Big Society. Nelle ore successive al discorso di Cameron, la percentuale è salita al 74%.

L'idea più chiara di tutti forse ce l'ha Tony Blair: "Aspettiamo e vedremo in cosa consiste". Pure un volpone come lui ha rinunciato a capire Cameron.

Liberalismo muscolare

Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda.

Job Opportunities

Giorni fa trovo in casella una mail di un'amica con un link e un messaggio: "The Times openings!! Go for it!!". E così salta fuori che ogni anno almeno 300 persone inviano le proprie candidature al quotidiano britannico di proprietà di Rupert Murdoch. Basta cliccare alla voce "job opportunities" che quasi tutti i giornali o i gruppi editoriali di stampo anglofono ospitano in fondo alle home page. In Italia non accade, sia mai! Anche da questo aspetto, si misura la risposta alla crisi.

Cronache innevate

La neve tira fuori il meglio, ma pure il peggio di sé. I bambini sono in festa, specie se le scuole rimangono chiuse e mancano pochi giorni al Natale: l'atmosfera ne guadagna. Gli adulti la prendono con filosofia o si mettono in fila a dire la propria tra una lamentela ed un'accusa. Poco importa se la Protezione civile abbia messo in guardia i viaggiatori e soprattutto i conducenti di mezzi pesanti, l'importante è fare cagnarra non appena le condizioni - meteorologiche - lo permettono.

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