Intervista a James Delingpole
di
Dario Mazzocchi
| 28 febbraio, 2012
| 9 commenti
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James Delingpole è «right about everything»: così si definisce
l'autore inglese che abbiamo contattato per discutere dello stato
di salute della galassia conservatrice/libertaria in questo
particolare periodo storico, tra crisi economiche e d'identità.
Classe '65, è passato per Oxford dove ha conosciuto David Cameron e
Boris Johnson, i volti più conosciuti del partito conservatore - e
giura che ai tempi erano stati buoni amici. Scrive per il Telegraph
e lo Spectator e pubblica libri: da "365 Ways to Drive a Liberal
Crazy" a "Welcome to Obamaland: I Have Seen Your Future and It
Doesn't Work". L'ultimo in ordine di tempo è "Watermelons: The
Green Movement's True Colors", uscito l'anno scorso: verdi fuori,
rossi dentro.
La conta
«Il grande problema con l'attuale crisi economica è che è stata
definita dalle sirene liberal e della sinistra come la prova che il
capitalismo abbia fallito», precisa per prima cosa Delingpole. «Ma
se non c'è, il capitalismo non può fallire». Nel senso che «la
nostra sfida come destra libertaria/per il libero mercato è
spiegare la verità, che questo è un fallimento dello statalismo,
della regolamentazione, del big government, in definitiva
del continuo stampare moneta. Sarà dura perché il messaggio "il
capitalismo ha fallito" è molto più facile che venga appreso dalle
masse che finiscono per non comprendere la differenza tra
capitalismo e corporativismo. Prevedo una lunga battaglia davanti a
noi».
La battaglia dei conservatori/libertari può contare sulle
truppe, meno sui generali: «Direi che la base, l'underground, è
avanti rispetto alla classe politica, il che equivale a dire che le
idee conservatrici raramente hanno avuto maggiore risonanza o sono
state meglio espresse rispetto a quanto riescono a fare i politici,
ora che c'è internet». Gli esempi sono diversi: «Lo vediamo negli
Stati Uniti con le talk radio, nel Regno Unito per esempio con i
blog del Daily Telegraph (qui quello di Delingpole).
E certamente con i Tea Party che ne sono un'espressione. Lo si nota
anche nella crescita di partiti come lo UKIP, del partito Veri
finlandesi di Timo Soini e di carismatici esponenti di centrodestra
come Pim Fortuyn». D'accordo, ma aggiunge Delingpole «quello che
non stiamo vedendo è un partito propriamente conservatore al potere
che faccia cose veramente conservatrici».
Tra UK e USA
Quindi nemmeno il primo ministro britannico David Cameron
rientra nel gruppo e il giudizio è spietato: «Ha distrutto il
partito conservatore. Il suo tentativo di "disintossicare il
marchio" ha respinto quasi tutti i valori conservatori che ci sono.
Non credo che sarà ricordato come un grande o buon leader dei Tory.
Sarà visto come un architetto - manipolatore dedito al compromesso
il cui unico vero obiettivo era quello di stare al comando il più
lungo possibile». La situazione non è migliore negli Stati Uniti:
«È quasi essenziale che i Repubblicani perdano le elezioni del
2012. I loro candidati sono così poveri che se qualcuno di loro
dovesse vincere, avvelenerà le fonti del conservatorismo per almeno
una decade. Meglio lasciare che Obama vinca nel 2012 e attendere
per uno small-government conservative nel 2016. Rand Paul? Allen
West? Sarah Palin?».
La situazione in Italia è diversa: c'è un governo tecnico,
guidato da Mario Monti, che ha sostituito l'esecutivo Berlusconi
che era nato dalle ultime elezioni parlamentari. Delingpole taglia
corto: «Stavate meglio con Berlusconi. Molto meglio».
La crisi dello statalismo
Dunque, la crisi economica. Diverse ricette, ripresa ancora
lontana dall'essere intravista, nazioni sull'orlo della bancarotta:
«Le cose giungeranno ad una fine quanto il sistema economico
mondiale collasserà - è la previsione del giornalista inglese -. Il
processo di purificazione potrebbe sfociare in qualcosa addirittura
peggiore di adesso, come accaduto negli Anni '30. Ma non c'è
scampo. E spero che nel caso qualcosa di buona possa emergere dal
male. Non possiamo andare avanti come siamo ora».
E se occorre indicare ancora meglio la sua posizione, fa
riferimento alla famiglia: «Credo che il problema più grande sia
che lo stato non si fida abbastanza delle famiglie nella crescita
dei figli. I governi provano sempre di più a dire ai genitori come
allevare i loro figli - e intervengono quando lo fanno
"incorrettamente". Lo stato ha già un grande peso
nell'indottrinamento dei ragazzi: è un aspetto comunque di tutti i
sistemi totalitari».
Si avverte già il coro delle sirene in lontananza.