Macchine del fango
di
Luca Pautasso
| 23 febbraio, 2012
| 5 commenti
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Non si può trasformare il caso Formigli contro Fiat in una
battaglia per la libertà di stampa e di espressione. Non ci sono i
margini. Né questi margini si creano se a mobilitarsi in favore
della santa causa è un giornalista di grosso calibro come Enrico
Mentana. «Sarebbe giusto che al Lingotto, finché la sede della Fiat
resta lì, si mettessero una mano sulla coscienza, e facessero un
gesto adeguato di fair play», scandiva ieri il direttore del Tg La7
nel suo editoriale. Un intervento ripreso su Facebook, dove è
subito diventato un cult. Su Twitter sono persino nati gli hashtag
#fiatripensaci e #iostoconformigli.
Premesso che siamo in un paese libero, e ognuno ha facoltà di
stare con chi più gli aggrada, in tutte queste levate di scudi si
omette (e non senza malizia, viene da pensare) che è stata una
sentenza del Tribunale di Torino a condannare al risarcimento il
giornalista e la Rai. Il provvedimento reca in calce la firma del
giudice Maura Sabbione, non quella di Sergio Marchionne o Luca
Cordero di Montezemolo. Se davvero il conquibus richiesto dalla
casa automobilistica torinese fosse stato esoso, il tribunale
avrebbe avuto facoltà di abbassarlo, così come sovente accade.
Prova ne sia che la richiesta iniziale di Fiat era di 20 milioni,
quattro volte tanto.
Vero, cinque milioni sono una cifrona. Alzi la mano chi li ha
mai visti tutti insieme, cinque milioni. Ma quale danno economico
può aver provocato il servizio denigratorio ai danni del prodotto
trasmesso durante uno dei programmi di informazione più seguito
della tv nazionale? Quanti telespettatori possono essere stati
condizionati negativamente come potenziali acquirenti della
vettura, di un'auto dello stesso marchio o (perché no?) dello
stesso gruppo? Quanto la loro opinione può aver condizionato quella
dei loro amici o parenti, o l'opinione di coloro che il servizio
l'hanno googlato, visto e condiviso su Youtube, condiviso su
Facebook, twittato e ritwittato? Perché il diritto di un'azienda
alla tutela della propria immagine e dei propri interessi economici
dovrebbe valere meno del diritto di un giornalista a realizzare un
servizio riconosciuto in sede giudiziale come fazioso e
denigratorio? Il fatto che il giornalista in questione possa
risultare simpatico, mentre l'azienda non lo è, non è una risposta
sufficiente. Sarebbe troppo comodo. Se si fa una cazzata e si viene
richiamati alle proprie responsabilità, non si grida alla censura
sapendo che le reazioni di pancia del populismo da social network
ci metteranno molto poco a trasformare chi sbaglia in un
martire.
Mentana accusa la Fiat di omaggiare giornalisti con le proprie
vetture a scopo pubblicitario, in modo da potersene ingraziare i
servizi. E ciò, secondo lui, annesso al fatto che il gruppo è
proprietario a vario titolo di alcune delle più importanti testate
nazionali, sarebbe di per sé sufficiente a suggerirgli di lasciare
in pace i giornalisti ritenuti "scomodi". La prassi di fornire i
propri prodotti alla stampa, o a personaggi famosi in genere, o a
soggetti in grado di influenzare positivamente i potenziali
clienti, o addirittura di regalare i prodotti alle produzioni
cinematografiche affinché queste le infilino qua e là nelle loro
pellicole di maggior successo non l'ha certo inventata Fiat. Né di
sicuro é la sola a praticarla. Limitandosi al mondo delle quattro
ruote, ci sono fior fior di case automobilistiche straniere che lo
fanno come e anche più di Fiat, anche solo per il fatto di poter
godere di bilanci più consistenti. È curioso però che nessuno
verghi mai nei loro confronti un editoriale di critica. Non perché
non ce ne sia il motivo (il modello flop capita a tutti, anche ai
migliori), ma piuttosto perché la testata teme di perderne le laute
prebende pubblicitarie. Questo sì che è «limitare la libertà di
espressione». Non si tratta dunque di "fare la verginella", così
come scrive Mentana, ma di tutelare la propria immagine lesa
sconsideratamente da chi giornalista automobilistico si è
improvvisato da un giorno all'altro. Se modelli come la Duna o la
Multipla sono entrati a far parte del pantheon delle barzellette, è
un problema di Fiat e del suo ufficio stampa, che magari dovrà
lavorare il doppio per convincere la clientela che quei tempi sono
finiti. Questo però non autorizza però un giornalista a
confezionare servizi diffamatori, magari finalizzati a colpire
l'azienda più per le sue politiche sul lavoro, che la testata non
condivide, piuttosto che per l'effettiva mediocrità dei suoi
prodotti.
Ma è sbagliato soprattutto far passare l'idea che essere un
giornalista sia una sorta di "tana libera tutti" per scrivere o
raccontare qualunque cosa, senza doverne rispondere mai. Se il
servizio non fosse stato volutamente denigratorio, così come
stabilito dal tribunale torinese, non sarebbe accaduto nulla. Sono
decine le testate di settore che sfornano pagelle da bocciatura
sonora contro questa o quell'automobile, e non per questo vengono
querelate. Perché lo fanno con professionalità. Il giornalista ha
la piena responsabilità di ciò che scrive, e la deontologia gli
impone trasparenza e perizia nel suo lavoro. Anche perché il suo
lavoro gli dà il potere di causare danni enormi, se svolto male. Se
il medico imperito causa il male paziente, paga. È non importa se
il paziente è un povero senzatetto affamato oppure un facoltoso
nipote di Rockefeller. Giornalista ne più ne meno, considerati i
danni che cattivo lavoro può arrecare. Non c'è editoriale che
tenga. Nemmeno quelli del Gandalf del giornalismo italiano.