Numeri della Florida
di
Andrea Mancia
| 2 febbraio, 2012
| 3 commenti
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A 48 ore dal voto delle primarie repubblicane in Florida, è il
caso di sottolineare qualche dato di fatto passato sotto silenzio
durante l'orgia mediatica sulla ritrovata "ineluttabilità" della
vittoria di Mitt Romney.
1) La vittoria dell'ex governatore del Massachussetts è stata
netta (+14%), ma assai meno stupefacente se osservata in una
prospettiva storica. Negli ultimi quarant'anni, soltanto in un paio
di casi (McCain nel 2008 e Ford nel 1976) il vincitore della
primarie repubblicane in Florida ha fatto registrare un distacco
inferiore al 25% nei confronti del secondo classificato. In qualche
caso (Bush nel 2000, Nixon nel 1972), questo distacco ha
addirittura superato il muro del 50%.

2) In un mercato televisivo estremamente costoso come quello della
Florida, a fronte di un vantaggio del 14% in termini di voti, la campagna di Romney ha speso circa il 450% in
più di quella di Gingrich nell'acquisto di spot. Sommando il
denaro speso dalla campagna ufficiale di Romney a quello speso dal
suo SuperPac "Restore the Future", si arriva all'incredibile totale
di oltre 15 milioni di dollari (15.340.000 per l'esattezza), contro
i 3.390.000 dollari spesi da Gingrich (compreso il SuperPac
"Winning the Future"). Dodici milioni di dollari per un distacco
del 14%. E' quasi un milione di dollari ogni punto percentuale. Il
New York Times ha stimato che il 92% degli
spot trasmessi in Florida sono stati "negativi". Anche se l'impatto
di questa "superiorità aerea" è difficile da valutare, altrettanto difficile è
ignorare la differenza che esiste tra la trasmissione di 12.768 spot (Romney) contro 210
(Gingrich).
3) Dopo l'ottimo risultato del turnout in South Carolina, il trend
sembra essersi nettamente invertito in Florida. E questo non può
che suscitare preoccupazione in quell'establishment repubblicano
che tanto si affanna nel far "ingoiare" la candidatura di Romney
alla base conservatrice e al movimento dei Tea Party.

Si tratta di un trend ancora più pericoloso, poi, se si pensa che
- contando solo gli elettori repubblicani in senso stretto
(escludendo cioè "indipendenti" e "democratici" che possono votare
nelle primarie aperte), i numeri sono ancora peggiori. E la
differenza tra South Carolina (vinta da Gingrich) e Florida (vinta
da Romney) diventa più netta. Calcolando il turnout dei soli
repubblicani, infatti, soltanto nel Palmetto State il turnout è
stato superiore rispetto al 2008. In tutti gli altri casi il trend
è negativo.

Ma esiste una correlazione diretta tra turnout (e dunque grado di
mobilitazione dell'elettorato) e candidati? Secondo Michael P.
McDonald della George Mason University la rispostà è affermativa.
In particolare, nota McDonald, in Florida le contee in cui il
turnout è stato superiore rispetto al 2008 sono quasi tutte quelle
in cui il risultato di Gingrich è stato superiore alla media.
Mentre nelle contee vinte da Romney i repubblicani che sono andati
a votare sono stati meno di quattro anni fa.

Detto in soldoni: quando la base repubblicana è motivata, Romney
perde; quando la base repubblicana è svogliata, Romney vince. Tutto
questo, non soltanto getta una luce sinistra sulla reale
"ineluttabilità" della vittoria di Romney alle primarie. Ma
soprattutto mette in forte dubbio le possibilità di successo
dell'ex governatore in una sfida contro Obama a novembre. Un certo
grado di appeal nei confronti di indipendenti e moderati è
senz'altro necessario per arrivare alla Casa Bianca. Ma senza una
base motivata, senza un get-out-to-vote radicato e capillare, le
probabilità di cambiare l'inquilino di Pennsylvania Avenue sono
praticamente vicine allo zero. Sarebbe il caso che l'establishment
repubblicano si rendesse conto di questa semplice verità, prima che
sia troppo tardi