Il dilemma del GOP
di
Federico Punzi
| 19 novembre, 2012
| 6 commenti
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Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice
sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli
errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile
della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha
avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono
senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato
congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di
assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino
consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà
presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di
scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due
mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a
tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).
E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume
aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato
che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della
vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella
sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella
composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali
e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del
2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di
liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato
sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere
battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui
stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe
le cose insieme.
Due, a mio avviso, i dati strutturali da valutare, ovviamente
correlati tra di loro: i cambiamenti demografici e la clamorosa
smentita del motto "It's the economy, stupid". Nel 2008 Obama ha
rappresentato un "esperimento" eccitante anche per molti elettori
moderati e centristi, che l'hanno portato alla Casa Bianca
sull'onda di uno spirito bipartisan. In questi quattro, duri anni
di presidenza è emerso il lato più ideologico e "partisan" di
Obama, che probabilmente ha contribuito ad alienargli gran parte di
quegli elettori (circa 7 milioni i voti in meno rispetto al 2008).
Romney li ha in parte recuperati (prevalendo 50 a 45 tra gli
indipendenti), ma non gli è bastato per avere la meglio perché il
turnout democratico è stato nettamente superiore a quello
repubblicano (38% e 32%). E' storica, dunque, la vittoria di Obama,
perché ottenuta mobilitando quasi esclusivamente forze di sinistra
e minoranze, niente a che vedere con la "terza via" centrista di
Clinton.
Nel voto popolare Obama ha staccato Romney del 2,4%, circa 3
milioni di voti, più o meno lo stesso distacco tra Bush e Kerry nel
2004. Ma mentre allora quel consenso valse a Bush "solo" 286 voti
elettorali, oggi è bastato ad Obama per conquistarne ben 332. Come ha ben spiegato il blog The White City,
se con il passare degli anni i repubblicani hanno bisogno di un
margine sempre più ampio dei democratici nel voto popolare per
arrivare alla fatidica quota 270, ciò significa che a causa dei
cambiamenti demografici gli stati in bilico, quelli che decidono
l'elezione, tendono sempre di più a garantire ai democratici (che
vincano o che perdano il singolo stato) percentuali superiori alla
loro media nazionale.
Certo, il distacco negli stati chiave è ancora minimo, e
indurrebbe a pensare che bastino lievi spostamenti di voti perché
tutti i discorsi sulla nuova geografia etnica vadano a farsi
benedire nel novembre 2016, ma se non si valuta nella giusta misura
la tendenza in atto in quegli stati - i Dem che ottengono
percentuali superiori alla loro media nazionale - il rischio è di
incappare in una pericolosa illusione ottica: il lieve spostamento
di voti, infatti, potrebbe continuare a premiare il candidato
democratico.
La forza di Obama sta nell'aver dato rappresentanza a una parte di
America che fino ad oggi era rimasta divisa e lontana dalle urne e
che oggi, invece, si risveglia unita e maggioritaria nel paese. Una
inedita coalizione di minoranze: tutte le minoranze non bianche e
quei bianchi liberal che considerano le disparità sociali fra le
etnie un peccato originale della schiavitù e della segregazione da
cui solo attraverso l'assistenza pubblica e le affirmative action
l'America si può mondare. In effetti il presidente ha letteralmente
surclassato Romney non solo nel voto femminile (+12 punti) e dei
giovani (+24 punti), ma anche nel voto degli afroamericani (+87),
degli ispanici (+40) e degli asiatici (+49). Presso questi due
ultimi gruppi etnici Romney ha fatto addirittura peggio di McCain
(distanziato rispettivamente di 36 e di 27 punti).
E pensiamo a quanta poca sintonia c'è tra afroamericani, ispanici
e asiatici, e a quante differenze ci sono sia sull'economia che
sulle cosiddette social issues (ad es. aborto e unioni gay) tra
questi gruppi etnici e all'interno di ciascuno di essi. Eppure
tutti e tre si sentono tutelati in tal misura da Obama da
riversarsi ai seggi per votarlo. Com'è stato possibile? La
sensazione è che la diffidenza reciproca e le profonde differenze
sulle varie issues siano state in parte attenuate giocando la
"carta razziale", cioè facendo leva sul risentimento e il
vittimismo, l'unico tratto che accomuna gli appartenenti a ciascuna
minoranza.
E qui veniamo al secondo dato strutturale. Una rielezione
nonostante dati macroeconomici così avversi, soprattutto la
disoccupazione all'8%, deve far riflettere sul reale peso
dell'economia nelle scelte dell'elettorato. Da una parte, come
abbiamo detto, le minoranze hanno visto nel voto a Obama
un'occasione di riscatto, la prospettiva di politiche compensative
a risarcimento di una discriminazione che in pochi probabilmente
hanno provato di persona, ma che ciascuno avverte come
un'ingiustizia storica subita in quanto etnia, ed ecco quindi che
hanno pesato meno lo stato dell'economia nel suo complesso, e
persino la condizione economica personale. Dall'altra, l'economia
continua a contare ma in modo diverso rispetto al passato. Chi ha
perso il lavoro può contare su sussidi più generosi e chi sta per
perderlo sul salvataggio della sua industria, come in Ohio; tra no
tax area e detrazioni molti americani non avvertono il peso del
fisco, quindi sono meno preoccupati dei costi del welfare, della
sanità pubblica, di cui vedono solo il lato rassicurante e umano.
E' un approccio ai temi economici davvero più "europeo", più
orientato alle protezioni sociali che non al dinamismo tipico
dell'economia americana: spaventano meno il dato del Pil o della
disoccupazione, l'importante è sentirsi tutelati dallo Stato. E
senz'altro le variazioni demografiche - l'incidenza sul voto di
afroamericani e ispanici, più inclini all'assistenzialismo - e le
politiche obamiane stanno contribuendo alla diffusione di questo
modo "europeo" di guardare all'economia. La retorica dei
Democratici secondo cui si può finanziare uno stato sociale
generoso a spese dei ricchi e senza fiaccare l'economia sembra
avere sempre più presa. Anche se si rivelerà ben presto
un'illusione, ci vorrà del tempo per aprire gli occhi: noi europei
ancora non ci siamo riusciti.
"It was not the economy, stupid" è dimostrato anche dalla
rilevanza di temi quali l'immigrazione, l'aborto, le unioni gay,
che si sono rivelati decisivi, ma in negativo, per Romney. L'hanno
reso invotabile anche da parte di elettori critici con Obama
sull'economia, ma che si sentono culturalmente troppo lontani da un
GOP drammaticamente arretrato su questi temi, ormai chiave per far
breccia presso elettorati determinanti come gli ispanici e le
donne.
Insomma, non si può non prendere almeno in considerazione
l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e
nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente",
cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo,
come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism"
e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di
Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto
nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un
presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione
conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli
anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di
George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti
demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non
escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che
insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi
con il suo secondo mandato.
Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton,
vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in
maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP
oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in
superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i
propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità
in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere
il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere
indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un
candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma
inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista,
cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze
welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi
immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su
immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non
negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo
politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di
nuovo a destra.
Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta?
S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in
sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi
occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di
drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito,
soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri
elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori
di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori
alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega
il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come
rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti,
ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».
Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla
nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi
elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani
temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un
problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si
convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello
dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia
all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano
tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non
sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due
partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby
Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una
versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche
sviluppare una totale repulsione verso di esse.
Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte
politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti
potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato
crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti,
minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status,
ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che
mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma
comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il
GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione
sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più
rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla
sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica
fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono
infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere
economico, il resto - forse - è aggiornabile.