Quello che manca
di
Dario Mazzocchi
| 31 gennaio, 2012
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Merito, competizione, concorrenza. Ma c'è dell'altro perché
qualcosa possa disperatamente cambiare in uno stato immobile come
l'Italia, dove a mancare è anzitutto il coraggio: un'utopia e, a
ben guardare, diversamente non potrebbe essere. Questa nazione è
come una squadra a corto di fiato, ma che si ostina a mandare in
campo sempre gli stessi giocatori e non osa stravolgere i piani,
inserendo le forze fresche che non siedono nemmeno in panchina, ma
in tribuna.
Il coraggio non è di uno stato dove i legami d'interesse sono
saldamente difesi e dove si pretende un cambiamento, sostenendo lo
status quo. I sindacati sono ancorati ad un modello lavorativo che
non esiste più e che - soprattutto - è destinato a non sopravvivere
in un contesto economico come quello attuale, coltivando il culto
del contratto a tempo indeterminato, mentre la prima necessità è
avercelo, un contratto di lavoro. Confindustria non ammette che si
faccia diversamente da quelle che sono le sue istanze, chiedendo
che si faccia presto e poi invitando a lasciare che la politica si
prenda i suoi tempi. Le categorie professionali pretendono di
essere al passo con le realtà estere, ma appigliandosi ai propri
regolamenti permettono soltanto allo stato di ingolfare
ulteriormente il sistema a colpi di burocrazia, l'arma più affilata
per imbrigliare chiunque, compreso chi si presenta alla sfida
carico di buoni intenti ed energia. E quindi di
coraggio.
C'è un'epoca storica che riassume il tutto, se non altro perché in
quel periodo, quello del boom economico degli Anni '60, due autori
l'uno opposto all'altro hanno trovato il filo conduttore:
Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini (che tra l'altro nel
1963 si divisero la sceneggiatura del documentario "La Rabbia", una
sorta di visto da destra e visto da sinistra dell'allora presente e
dell'oggi futuro formato pellicola). Guareschi e Pasolini rimangono
dove stanno, sulle sponde opposte del fiume che li separa, ma
intuirono senza dubbio il cambiamento nell'atteggiamento degli
italiani, passati rapidamente da una mentalità legata alla cultura
contadina - dove lo spirito concorrenziale determinato anche
dall'invidia e l'esigenza di non essere disturbati erano fattori
tenuti in grande considerazione - ad un'altra piuttosto
confusa.
Il boom rappresentò un passaggio epocale, in ogni senso:
cominciarono a prendere piede, assieme al benessere diffuso, le
ingombranti cariche del consigliere, dell'assessore, del sindaco,
dell'onorevole che si accompagnarono agli investimenti lungo tutta
la penisola. Il cortocircuito ha impiegato poco a mandare in tilt
un sistema dove l'invadenza amministrativa ha messo ovunque il
naso.
Gli italiani si sedettero, la longa manus statale ha fatto il
resto, cominciando a costruire prima e a saldare poi gli interessi
e i privilegi che inutilmente si provano a scalfire. Dopo tutto, a
Torino c'era un'azienda automobilistica all'avanguardia nella
tecnologia che prima non ha saputo concorrere con le rivali
straniere e in secondo luogo si è adagiata nelle grazie
governative. Un po' come affidare una monoposto al più spettacolare
dei piloti e costringerlo a correre dietro alla safety car per
tutta la durata del gran premio.
Alla vettura italiana stanno prosciugando pure la benzina.