Donne di centrodestra
di
Calamity Jane
| 26 gennaio, 2012
| 11 commenti
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Se è in generale vero che il centrodestra italiano si avvia
convintamente alle prossime elezioni - prima amministrative,
poi politiche - in ordine sparso, incapace di riprendersi dai
rovesci subiti negli ultimi anni (per chiamarli con il loro nome
senza troppe sottigliezze), questo è vero più in particolare per la
sua componente femminile. Oso dirlo: le donne dell'area moderata e
conservatrice, che siano elettrici, simpatizzanti, o elette, con
rarissime eccezioni, sono messe male. Ma non per le ragioni che
immagina chi per mesi le ha di volta in volta insultate,
ridicolizzate, accomunate all'umanità della peggiore risma - gente
che immaginava che il leader della coalizione le avesse raccolte
tutte sotto i lampioni per strada, assoldate e protette come
neppure un magnaccia professionista, e che ora, giudicandolo caduto
in disgrazia, ritiene sia ormai venuta meno la ragion d'essere
della loro opzione politica. Gente che immagina che tutte le
pidielline facciano ordinatamente ritorno come Maddalene penitenti
al loro ovile naturale, dove c'è chi sa prendersi cura di loro: a
sinistra.
In parte, il problema sta anche nell'aver alimentato questa
speranza. Per tutto questo tempo, nel quale essere donna e votare
per il centrodestra è sembrato un ossimoro, l'area moderata non è
stata capace di esprimere un pensiero di senso compiuto sulle donne
- o almeno di dichiarare esplicitamente che non intendeva
esprimerlo, ciò che sarebbe equivalso già a un'opzione politica
precisa. Non c'è stata un'idea di donna, un'idea solida e
articolata, a sostenere le scelte del centrodestra: nessuno l'ha
elaborata, nessuno l'ha dettagliata, nessuno ne ha mai neppure
avvertito e denunciato la necessità. Al contrario, appena possibile
ci si è accodati a vecchi adagi, conseguenti da una concezione non
soltanto della donna, ma più in generale della società, che
storicamente non ci appartiene. Il risultato è stato quello di
appoggiare certe malnate battaglie in nome di una non meglio
precisata solidarietà trasversale di genere, senza riflettere sulle
loro implicazioni - che, condotte alle loro logiche conseguenze,
avrebbero sconfessato la nostra stessa appartenenza politica. Ci
mancava solo che partecipassimo ai cortei in difesa del corpo della
donna (e per un attimo è sembrato persino che dovessimo farlo, pena
l'espulsione dal genere femminile).
Ma tutto questo, ripeto, è figlio di un'idea di donna che
abbiamo acriticamente abbracciato senza vagliarla. Abbiamo seguito
una traccia allettante, senza preoccuparci di dove potesse
condurci; abbiamo scorto un filo cui attaccarci senza pensare a
quale sagoma disegnasse. E soprattutto, senza capire che per fare
politica occorre anzitutto pensare la politica: e questo è vero
anche per la politica di genere, che come ogni altra mutua il
proprio senso da un progetto di società, di civilità, di vita, e
non da una semplice operazione propagandistica. Qual è il progetto
di società, civiltà, vita, che sta dietro la concezione oggi
prevalente? Cosa implica la negazione della insopprimibile
differenza tra i generi femminile e maschile? Che senso ha l'ondata
di puritanesimo di ritorno, soprattutto in rapporto alla
concomitante e persistente rivendicazione della più piena libertà
di costumi che tracima da ogni insulsa rivista patinata? Quali sono
i valori promossi da chi legittima l'incondizionato egoismo
dell'"io sono mia", spacciando atti di puro autolesionismo - questi
sì, diretti verso il corpo femminile - come la più piena
realizzazione di questo adagio? Cosa significa per il nostro futuro
incoraggiare la delega educativa, pur di salvaguardare la
compattezza di un esercito di volenterose impiegate? Nessuna
risposta. Peggio ancora, neppure la domanda.
Lo so, lo so: sarebbe stato sommamente impopolare arrischiarsi a
mettere in discussione gli assunti cardine della religione delle
pari opportunità, che nella loro essenza altro non sono che cascami
dell'emancipazionismo sessantottino - non del femminismo in
generale, attenzione, ma di quella corrente più visibile, chiassosa
e fortunata che è riuscita a spuntarla sulle mille altre del
movimento delle donne, arrivando fino ai giorni nostri. E
d'altro canto, chi lo avesse anche solo ipotizzato sarebbe stato
istantaneamente tacciato di intenzioni vessatorie, di nostalgie
patriarcali, o addirittura di voler riproporre modelli risalenti al
Ventennio (confessate, o miei venticinque lettori: anche voi
sospettate, almeno finora, che io voglia andare a parare
esattamente lì). Ecco qual è il vero problema: non essere riusciti
ad elaborare un'alternativa vera rispetto alla sottomessa,
ignorante e segregata madre di innumerevoli figli da donare alla
Nazione (ancora viva e attiva solo in certe allucinazioni di
Langone). Con il risultato che, per sfuggire da questa scomoda e
sbiadita immagine, ci si è buttati con tutte le scarpe in braccio
alle michelemarzane e alle concitedegregorie, subendo le loro
intollerabili lezioncine, unendosi ai loro coretti di sedicente
indignazione, senza riuscire a rialzare la testa per opporre a
questi sterili simulacri il proprio, diverso, punto di vista.
Non so come il centrodestra uscirà dallo stallo attuale, né se
ne uscirà entro le prossime scadenze elettorali. Quello che so, di
cui sono certa, è che non accadrà, se non riprogetta il suo
percorso alla luce di idee in grado di resistere agli urti vani
delle circostanze, per disegnare con tratto fermo un futuro
possibile. Ciò che più dobbiamo temere è la mancanza di idee, madre
di quelle pallide imitazioni recuperate a sinistra e a manca che
spesso e volentieri abbiamo visto campeggiare nei programmi
elettorali. E se tra queste stanche riproduzioni continuerà a
campeggiare un'immagine di donna mutuata da una prospettiva così
lontana dalla nostra, non potremo certo aspettarci che il Paese che
verrà si avvicini tanto di più a quello che vorremmo.