Character assasination
di
Simone Bressan
| 25 gennaio, 2012
| 9 commenti
|
In Italia funziona così: se sei abituato a dire un sacco di
banalità molto politically correct finisci a fare l'editorialista
su Repubblica. Se invece ami dire cose intelligenti e un po' fuori
dagli schemi finisci su Repubblica ugualmente, ma con un editoriale
al vetriolo che punta a distruggere la tua credibilità.
E' successo anche a Michel Martone, professore, tecnico e enfant
prodige del Governo Monti. Nome ottimo per stare a
Ballarò fino a che le sue parole potevano essere usate come una
clava contro il Governo Berlusconi. Poi non serviva più e quindi la
sinistra mediatica lo ha rimosso rapidamente dal pantheon, come
capita a tutti quelli che non si allineano al radicalismo chic di
casa nostra.
Il nostro riemerge dall'oblio quando viene nominato
sottosegretario dell'ottimissimo governo Monti. Suscita qualche
risatina e mini polemiche. Ma è poca roba rispetto allo tsunami
scatenato ieri da questo ragazzo che fisicamente ricorda Gramsci,
anche se ha idee notevolmente migliori. Del pensatore che a Livorno
contribuì a fondare il Partito Comunista Italiano, ahilui, non
aveva mandato a memoria la lezione sull'egemonia culturale e così
ha dovuto sorbirsi un trattamento niente male, roba che quello
Boffo, a confronto, era uno shampoo dal parrucchiere.
Andiamo ai fatti, che sono sempre un pochettino migliori delle
opinioni. Ieri Michel Martone interviene ad un convegno
sull'apprendistato e
dice cose che non avrebbe dovuto dire in quei termini. Per chi
scrive la cosa è irrilevante. Ha espresso concetti assolutamente
sensati e il fatto d'aver detto "sfigato" in luogo di "non è una
best practice" non rappresenta un motivo buono per far finta di non
aver sentito.
Però lo sport preferito degli italiani è quello di cambiare
sempre e comunque argomento, di qualsiasi cosa si parli. Martone
dice quel che dicono l'Unione Europea, l'Ocse e larga parte delle
persone di buonsenso: se ovunque la gente si laurea a 23-24 anni ed
entra nel mercato del lavoro l'anno dopo, mentre qui da noi tutto
si posticipa di almeno 5 anni, serve porsi qualche domanda. Meglio
se non banale. E per farlo (bravo!, non smetteremo mai di
dirglielo) ricorda a tutti quanto debba essere apprezzato chi
sceglie percorsi professionali in luogo di lunghi parcheggi
accademici.
Adesso prendete il pezzo dell'
Espresso, prendete quello del
Fatto Quotidiano e leggetevi le migliaia di tweet con hashtag
#martone o #sfigati. Vi sembra che qualcuno affronti il tema? No,
ovviamente. Perché il problema non è il tema in sè, un paese
completamente ripiegato su sè stesso e un sistema formativo e
scolastico sensibilmente disallineato rispetto al mercato del
lavoro reale. No. Il tema vero, quello da affrontare con
insospettabile urgenza, si chiama Michel Martone. Sono le sue
amicizie, la sua carriera universitaria, le ragioni della sua
nomina a sottosegretario.
L'attualità politica di questa penisola popolata da 60 milioni
di commissari tecnici della nazionale esperti contemporaneamente
anche di spread e titoli pubblici è rimasta tutta concentrata su
quegli occhialetti a metà tra Gramsci ed Harry Potter. Così
l'Espresso si interroga sulle modalità con cui Martone è diventato
professore ordinario e, anche se abbiamo cercato a lungo, ci
accorgiamo che trattasi di incredibile eccezione: nessun'altra
carriera universitaria dei membri del Governo è stata anche solo
minimamente sfiorata. Eppure i "figli di" o gli "amici di" non
mancano di certo.
Anche sulla sua nomina fioccano retroscena. C'è la mano di
Brunetta, l'imprimatur di Sacconi, le pressioni di Previti.
Ovviamente è l'unico che piace a qualche politico, mentre Corrado
Passera, Andrea Riccardi o Carlo Malinconico erano tutti signori
che passavano casualmente di lì ed erano (e restano) perfettamente
indifferenti alle segreterie di partito e ai loro desiderata.
Anche se comprendiamo come sia difficile spiegare all'Espresso o
al Fatto Quotidiano che essere figli di un conoscente di Previti
non integri alcuna fattispecie di reato, vorremmo aver ascoltato
una e una sola parola di critica sul merito di quel che Martone ha
detto.
Se Michel Martone continuerà a sostenere che chi a 28 anni
(senza ragioni plausibili) sta ancora all'Università, mantenuto dai
genitori e senza uno straccio di lavoro, rischia di essere travolto
da un mercato globale del lavoro e delle competenze certamente più
veloce del nostro paternalismo da quattro soldi, noi staremo senza
se e senza ma con Martone. Anche contro quelli che non potendo
confutarlo con i numeri ci provano con il fango.