Sfigati
di
Dario Mazzocchi
| 24 gennaio, 2012
| 1 commento
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A conti fatti, il viceministro del Lavoro Michel Martone non ha
torto quando dice che chi arriva a 28 anni e non si è ancora
laureato è uno "sfigato". Ha toppato nella forma, non nella
sostanza (d'altronde è un professore, lui, vive di teoria e non di
pratica), dal momento che la generalizzazione è il più scontato
degli errori: sarebbe stato più efficace se avesse affermato che è
da sfigati impiegare otto anni per laurearsi nei panni di uno
studente universitario a tempo pieno. Tant'è, il sasso è stato
lanciato nello stagno e la rivoluzione dei girini ha avuto inizio.
E il fatto che a lanciarlo sia stato un ragazzo che ha un padre che
conta è lo specchio di questo Paese. Ma al puzzle manca un
tassello, ancora più importante e comunque complementare.
L'altro giorno un'amica ha provato a fare il punto della
situazione: "Viviamo in una società sempre più competitiva, per
moltissimi aspetti crudele, a volte penso che ci siamo dimenticati
anche chi siamo e che questa dannata velocità ci abbia chiesto un
prezzo troppo alto da pagare". È il legittimo e comprensibile -
nonché condivisibile - sfogo di chi si ritrova fuori dal cosiddetto
mercato del lavoro, dopo aver faticato e dato tanto. Il guaio è che
non siamo una società competitiva: la competizione parte dal
presupposto che sia lecito partecipare, ciascuno con le proprie
armi a disposizione. Una competizione, per essere vera, presuppone
che ci siano almeno due concorrenti. Va da sé che in una nazione
fatta di corporazioni, come la nostra, la corsa è falsata: il
corporativismo (gli italiani oltre a morire democristiani moriranno
pure con qualche tesserino professionale nel portafogli) è
l'antitesi della concorrenza - nel senso di competizione -dove a
vincere sono i migliori, i più forti e non i mediocri.
Dice, Martone, che è il momento di dare messaggi nuovi ai giovani,
di cominciare a costruire una nuova cultura. Fa venire qualche
brivido lungo la schiena l'idea che sia un esponente di un governo
a dire che occorra un impianto culturale nuovo. Dovrebbero essere
le famiglie prima e i ragazzi assieme a farsene una ragione. Non
tutti possono arrivare al termine dell'università, un'istituzione
che da luogo di talenti e qualità si è trasformata in un calderone
dove troppi nullafacenti si accompagnano a gente che ha una seria
intenzione di studiare e rimboccarsi le maniche. Gli "sfigati" non
sono solamente quelli che a 28 anni bivaccano adagiati sui banchi,
sono anche i loro genitori che continuano a mantenerli. Prendendo
in prestito un'affermazione del buon Vittorio Munari, che per sua
fortuna si dedica a tutt'altro nella vita (è dirigente della
Benetton Rugby di Treviso), "tutti vogliono fare Renzo Piano e
nessuno vuole fare il manovale": una battuta espressa parlando di
rugby, ma dopo tutto la palla ovale è davvero una metafora della
vita e quindi calza a pennello.
Il cortocircuito che riguarda la competizione è palese: questa non
nega la nostra identità ("a volte penso che ci siamo dimenticati
anche chi siamo"), perché se fosse realmente concorrenziale
aiuterebbe a esprimere le proprie qualità personali, belle o brutte
che siano, meritevoli di essere applaudite o semplicemente
meschine. Il sentire comune, da queste parti, è che gli "sfigati" o
meglio i "doppiamente sfigati" non siano quelli che a 28 anni
stanno ancora all'università, quanto piuttosto quelli ai quali, pur
dandosi da fare, non è concessa l'occasione di competere. Perché ci
sono i baronati e gli interessi trasversali da proteggere. E
diffidate dei cosiddetti esponenti giovani della politica che
twittano o lasciano scritto su Facebook che è il momento di dare
una sterzata, di riformare l'Italia e altri slogan a seguire: sono
parte del sistema anche loro, è la mammella alla quale si
aggrappano per non restare a spasso. Per capirlo, non serve nemmeno
una laurea.