Contro gli asili nido
di
Calamity Jane
| 20 gennaio, 2012
| 16 commenti
|
Quando, ormai due anni fa, "Contro gli asili nido"ha visto la
luce , il discorso pubblico sulla conciliazione tra famiglia e
lavoro in Italia era monopolizzato da una sola, pressante
richiesta: più nidi per tutti. Aumentare il numero di nidi
pubblici, allargare i cordoni della spesa pubblica per
sovvenzionarli, diffonderli su tutto il territorio nazionale,
estenderne l'orario di apertura, renderli "universali" (il
copyright è di Veltroni, ma l'espressione non avrebbe sfigurato su
tante altre bocche) sembrava a tutti la soluzione a ogni male
derivante dal conflitto tra famiglia e lavoro: fino ad essere
invocato come l'antidoto alla denatalità, ormai in crescita libera
nel nostro paese. Di più: la frequentazione dei nidi veniva
spacciata non solo come cosa buona e giusta per riportare di corsa
le madri lavoratrici in ufficio, ma anche per consentire ai bambini
di "socializzare", e persino per migliorare le loro future
performance scolastiche. E giusto per condire l'argomentazione con
quella dose di esterofilia che non guasta mai, si portavano ad
esempio gli altri paesi europei, tutti più vicini al famigerato
obiettivo di Lisbona (copertura del 33% sulla domanda di nidi) del
nostro (oltre che più vicini ai vincoli di stabilità, in primis
quello del debito pubblico, peraltro).
Due anni fa, l'imperativo era: delega educativa. L'idea che
l'affidamento ai nidi, o alle baby sitter, o a qualsiasi surrogato
delle madri potesse non essere la panacea era del tutto bandita dal
dibattito. Qualsiasi argomentazione facesse leva non solo sul
benessere dei neonati (perché di neonati si tratta, e non di
bambini in età scolare), ma anche sul desiderio dei genitori di non
consegnarli in fasce a terzi per la maggior parte della giornata,
veniva bollata in anticipo come retrograda. Le obiezioni di
sedicenti femministe si levavano come alti lai davanti alla
prospettiva che qualcuno potesse strappare le madri lavoratrici
alla schiavitù del cartellino, per chiedere almeno il loro parere
sulla scelta obbligata che erano costrette a fare. Nessuno si
azzardava ad allargare lo sguardo fuori dai nostri confini - ad
esempio, in quella Germania dove, avendo sperimentato i nidi ad
apertura estesa e "universali" della DDR, esiste tuttora un
fiorente dibattito sulle deleterie conseguenze dell'affidamento
precoce e prolungato ai nidi. A pochissimi veniva in mente di
precisare che, se i paesi "modello" erano più vicini all'obiettivo
di una felice conciliazione tra famiglia e lavoro, questo fosse non
solo grazie ad un buon numero di nidi pubblici o di "tagesmutter",
ma anche grazie alla diffusione di misure come il part-time, il
telelavoro, gli orari flessibili. E ancora meno erano quelli che
invocavano la flessibilità lavorativa e le soluzioni tecnologiche
ormai pressoché universalmente diffuse, come possibile
alternativa.
A distanza di due anni, poco è cambiato. Il pensiero dominante,
che spaccia la rigidità statalista e emancipazionista per l'unica
possibile strada, impera ancora abbastanza indisturbato. Ecco
perché mia sorella (nonostante i suoi figli siano ormai già
cresciuti) da due anni non fa che ripetere che conciliare tra
famiglia e lavoro non può voler dire accantonare la prima per far
posto al secondo. Ecco perché si è gettata a tuffo in una serie di
iniziative per sostenere la flessibilità lavorativa come strada
maestra per la conciliazione, e condizione essenziale per
permettere a chi vuole occuparsi in prima persona dei figli di
poterlo fare. Ed ecco perché la pubblicazione del suo pamphlet in
versione ebook è una buona occasione per ribadire che le
alternative esistono: basta volerle promuovere. Alternative
percorribili, anche in tempi di crisi, e sostenibili rispetto alla
prospettiva di trasformare lo Stato (a spese del contribuente) in
una balia, che mentre il collettivo dei suoi sudditi lavorano
ancora alla maniera di Fantozzi, sveglia e caffè, barba e bidé, si
prende cura del collettivo dei loro pargoli, avocando a sé la
responsabilità educativa. E se non vogliamo ritrovarci tra qualche
anno di fronte ad adolescenti sconosciuti, a lamentarci per
l'emergenza educativa - magari con quello stesso Stato cui abbiamo
chiesto di allevarli -, sarà meglio riprenderci insieme la
responsabilità e la libertà della loro educazione, fin dalla prima
infanzia.
CONTRO GLI ASILI NIDO
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