Ma il Tea Party dov'è?
di
Luca Bocci
| 18 gennaio, 2012
| 13 commenti
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Da bravi political junkies state svegli una notte sì e
l'altra pure per guardare tutte le trasmissioni politiche da
oltreoceano e cercare di capire chi la spunterà nella rissa reale
nel GOP, temendo che possa non bastare per mandare a casa Obummer.
Leggete e rileggete roba sulla rete, riempiendo di improperi i
corrispondenti di radio e televisione mainstream che raccontano
favolette su un paese che, forse, esiste solo nei salotti di San
Francisco e Manhattan. Sapete cos'è la "nuclear option" ed
il "filibustering", siete informati ed appassionati,
magari ne discutete pure su internet con gli amici. Eppure una
domanda vi frulla in testa e non riuscite a dargli una risposta. Ma
che fine ha fatto il Tea Party?
Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Vista la clamorosa
botta di lato B dell'anno scorso, ho avuto modo di conoscere
parecchie persone dal lato giusto dell'Atlantico e, senza colpo
ferire, diventare una specie di autorità sul movimento in questione
(visto il livello di disinformazione e puttanate sparate dai media
nostrani non è che sia stato così difficile), provvedo più che
volentieri, con i dovuti caveat del caso (non è una posizione
ufficiale, parlo solo in quanto osservatore, il movimento è
talmente grande e vario che è spesso vero tutto ed il contrario di
tutto, you know the drill).
Il fatto sarà saltato agli occhi anche dei lettori più distratti:
dopo un 2009 e un 2010 trionfali, il Tea Party sembra andato "in
sonno". Niente più manifestazioni oceaniche, niente marce su
Washington, il movimento sembra sparito, sostituito dalla
maleodorante, maleducata e vandalica massa degli Indignados di
Occupy Wall Street. In politica, spesso, percezione è sostanza. Da
qui agli epitaffi per il Tea Party a mezzo stampa, il passo è stato
brevissimo (il Times of London, non più di una settimana fa, lo
definiva "waning", ovvero pronto a finire nel cestino
della storia).
La realtà è molto più complicata degli schemi interpretativi dei
quali molti colleghi sembrano andare matti, as usual. Quando, a
metà del 2008, dalle parti di Tucson, Arizona, si pensò per la
prima volta ad un movimento anti-statalista, dedicato alla
restaurazione degli ideali alla base della Costituzione americana
(l'unica che, a mio modesto parere, meriti la maiuscola), nessuno
si aspettava di travolgere un sistema costruito con pazienza e
metodicità da più di un secolo nel giro di qualche mese. Quando il
Tea Party è cresciuto, paese dopo paese, teapartygiano dopo
teapartygiano, il messaggio era lapidario: ci vorranno decenni per
riportare la nazione ai principi delle origini, al vero
capitalismo, al mercato libero da lacci e lacciuoli di ogni genere,
alla responsabilità personale, alla carità vera, quella che non
maschera biechi interessi di bottega.
Consci che trattavasi di maratona e non di un cento metri alla
Usain Bolt, milioni e milioni di attivisti sono tornati a guardare
alle proprie comunità, al consiglio scolastico, alle assemblee di
contea, al parlamento dello stato, alle millemila cariche elettive
del sistema statunitense. Magari non si è notato, ma una gran parte
di questi uffici sono stati occupati da esponenti più o meno di
spicco della enorme stella marina che sta crescendo al riparo dal
sole del meriggio. Tornando alla domanda di partenza, che fine ha
fatto il Tea Party? Semplice, è diventato sistema, per questo non
ha bisogno di farsi vedere in piazza.
Già vi vedo lì, pronti a ribattere "ma le primarie, allora?
Neanche lì si mobilitano?". Keine Sorge, ecco la risposta. Il Tea
Party c'è, eccome, ma non si vede perché diviso in mille rivoli.
D'altro canto, aspettarsi compattezza e risoluzione marziale da un
movimento fatto da mille anime, migliaia e migliaia di leader
locali, millemila portavoci e decine di agende diverse sarebbe
stato ridicolo. Il bello del movimento è proprio questo: ognuno per
conto suo, nessuno al comando, ma tutti, miracolosamente, uniti
quando conta, quando in gioco c'è la libertà.
Il progetto nemmeno troppo nascosto dei "brothers in
arms" oltreoceano (qualcuno poi mi dovrà spiegare perché non
possa usare la una volta degnissima espressione italiana senza
causare attacchi apoplettici e levate di scudi) era quello di
prendersi il Partito Repubblicano. Beh, se volete un takeover
ostile, niente di meglio che appoggiare tutti lo stesso candidato
(capito, Paulbots?), così da compattare think tanks, lobbies,
establishment dentro o fuori la Beltway e rischiare di far
esplodere la "big tent" del GOP. Gli americani saranno un
poco fresconi, non sofisticati come noi europei quando si tratta di
decidere se il grigio dei massacri in Siria sia perla o antracite
(in quello siamo imbattibili), ma non sono particolarmente
appassionati dell'arte tutta italica di randellarsi violentemente i
cosiddetti ad ogni occasione, pratica resa celebre dal sommamente
non divertente personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo detto
Tafazzi.
Sul rapporto tra TP ed establishment parleremo un'altra volta,
ma una cosa è assolutamente certa: senza la mobilitazione di Tea
Parties ed evangelici, avremo altri quattro anni di disastri alla
Casa Bianca e chissà cosa a giro per il mondo (capito perché in
Israele è scattato l'allarme rosso da un pezzo?). Anyone but
Obama non sarà un granché come piattaforma e rischia di far
passare personaggi decisamente impresentabili (tra Mitt, RickS,
Newt e RickP, francamente, il migliore c'ha la rogna), ma, per
dirla come i transalpini antipatici, "à la guerre comme à la
guerre". La piazza non serve più, se la prendano pure gli
sciamannati di Zuccotti Park. Quando ci sarà da combattere sul
serio, il Tea Party si farà sentire eccome.