GOP 2012 - Liveblogging

Da oggi, fino alla convention del partito repubblicano (in programma dal 27 al 30 agosto a Tampa Bay, in Florida), liveblogging continuo sulle primarie del GOP. Notizie, curiosità, sondaggi e video dalla corsa per scegliere l'avversario di Barack Obama.

Quello che mancagen31

Quello che manca

Merito, competizione, concorrenza. Ma c'è dell'altro perché qualcosa possa disperatamente cambiare in uno stato immobile come l'Italia, dove a mancare è anzitutto il coraggio: un'utopia e, a ben guardare, diversamente non potrebbe essere. Questa nazione è come una squadra a corto di fiato, ma che si ostina a mandare in campo sempre gli stessi giocatori e non osa stravolgere i piani, inserendo le forze fresche che non siedono nemmeno in panchina, ma in tribuna.

Il coraggio non è di uno stato dove i legami d'interesse sono saldamente difesi e dove si pretende un cambiamento, sostenendo lo status quo. I sindacati sono ancorati ad un modello lavorativo che non esiste più e che - soprattutto - è destinato a non sopravvivere in un contesto economico come quello attuale, coltivando il culto del contratto a tempo indeterminato, mentre la prima necessità è avercelo, un contratto di lavoro. Confindustria non ammette che si faccia diversamente da quelle che sono le sue istanze, chiedendo che si faccia presto e poi invitando a lasciare che la politica si prenda i suoi tempi. Le categorie professionali pretendono di essere al passo con le realtà estere, ma appigliandosi ai propri regolamenti permettono soltanto allo stato di ingolfare ulteriormente il sistema a colpi di burocrazia, l'arma più affilata per imbrigliare chiunque, compreso chi si presenta alla sfida carico di buoni intenti ed energia. E quindi di coraggio. 

C'è un'epoca storica che riassume il tutto, se non altro perché in quel periodo, quello del boom economico degli Anni '60, due autori l'uno opposto all'altro hanno trovato il filo conduttore: Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini (che tra l'altro nel 1963 si divisero la sceneggiatura del documentario "La Rabbia", una sorta di visto da destra e visto da sinistra dell'allora presente e dell'oggi futuro formato pellicola). Guareschi e Pasolini rimangono dove stanno, sulle sponde opposte del fiume che li separa, ma intuirono senza dubbio il cambiamento nell'atteggiamento degli italiani, passati rapidamente da una mentalità legata alla cultura contadina - dove lo spirito concorrenziale determinato anche dall'invidia e l'esigenza di non essere disturbati erano fattori tenuti in grande considerazione - ad un'altra piuttosto confusa.

Il boom rappresentò un passaggio epocale, in ogni senso: cominciarono a prendere piede, assieme al benessere diffuso, le ingombranti cariche del consigliere, dell'assessore, del sindaco, dell'onorevole che si accompagnarono agli investimenti lungo tutta la penisola. Il cortocircuito ha impiegato poco a mandare in tilt un sistema dove l'invadenza amministrativa ha messo ovunque il naso.

Gli italiani si sedettero, la longa manus statale ha fatto il resto, cominciando a costruire prima e a saldare poi gli interessi e i privilegi che inutilmente si provano a scalfire. Dopo tutto, a Torino c'era un'azienda automobilistica all'avanguardia nella tecnologia che prima non ha saputo concorrere con le rivali straniere e in secondo luogo si è adagiata nelle grazie governative. Un po' come affidare una monoposto al più spettacolare dei piloti e costringerlo a correre dietro alla safety car per tutta la durata del gran premio.

Alla vettura italiana stanno prosciugando pure la benzina.

Tocca alla Florida

Domani tocca alla Florida. E stavolta si fa sul serio. La durissima sfida per le primarie del partito repubblicano arriva a uno snodo cruciale, proprio in quel Sunshine State che negli ultimi anni ha sempre rappresentato un solido indicatore elettorale per le fortune del GOP. Nel 2000, regalando un'inaspettata vittoria ad un George W. Bush che partiva sfavorito nei confronti del vicepresidente Al Gore. Nel 2004, certificando quella superiorità nazionale nei confronti dei democratici che molti analisti (soprattutto al di qua dell'Oceano) fingevano di ignorare. Nel 2008, prima preferendo John McCain a Mitt Romney alle primarie e poi scegliendo Barack Obama per la Casa Bianca.

Numero Otto

E' online l'ottava (!) puntata di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Parliamo delle primarie GOP in Florida e dello scontro tra Mitt Romney e Newt Gingrich come proiezione di quello tra establishment repubblicano e base conservatrice; dei litigi interni in un PdL sempre più frammentato; delle reazioni a quello "sfigato" di Michel Martone; di "Iron Lady", il film in cui Meryl Streep interpreta Margaret Thatcher; di due videogiochi, uno buono ("Bastion") e uno cattivo ("Dark Souls"); Giovanni Rettore inaugura l'angolo della posta. Intermezzi musicali a cura dei Beirut.

Built to last

L'America disegnata da Barack Obama nell'ultimo discorso sullo Stato dell'Unione è così tanto "built to last" che è uguale a quella dell'anno scorso e probabilmente identica a quella dell'anno prossimo. Se vi siete lasciati convincere dai giornali italiani che è stato un gran discorso, guardate qui:

Donne di centrodestragen26

Donne di centrodestra

Se è in generale vero che il centrodestra italiano si avvia convintamente alle prossime elezioni  - prima amministrative, poi politiche - in ordine sparso, incapace di riprendersi dai rovesci subiti negli ultimi anni (per chiamarli con il loro nome senza troppe sottigliezze), questo è vero più in particolare per la sua componente femminile. Oso dirlo: le donne dell'area moderata e conservatrice, che siano elettrici, simpatizzanti, o elette, con rarissime eccezioni, sono messe male. Ma non per le ragioni

Marlboro Countrygen26

Marlboro Country

"Ah coso… senti, ti sto pagando la pensione. Quindi girati dall'altra parte e non rompere i coglioni". KrilliX pagherebbe oro per essere una fumatrice e poter dare questa risposta al primo vicino di tavolo che facesse una smorfia vendendola accendere una sigaretta. Sai che gioia? Che rivincita?

I'm a Ranger

In principio erano i guardiani di Ellis Island, deputati al controllo delle persone che arrivavano negli States per cercare fortuna, al tempo in cui entrare in America era relativamente semplice, a differenza di quanto avviene al giorno d'oggi ( a meno che non si sia provvisti di green card o non si sia dei fuckin' Mexican ).. Da quasi un secolo, oramai, sono invece i guardiani del Madison Square Garden, nelle notti in cui il parquet viene tolto ed è il ghiaccio a farla da padrone: sono i Blueshirts, Ladies and Gentlemen, yours New York Rangers!!

E' senza dubbio il team-pro della Big Apple con più storia e fascino, insieme ovviamente agli Yankees di baseball, membro originale delle ''original six'' della NHL, cioè delle squadre che fanno parte di questa lega di hockey su ghiaccio fin dalla sua creazione, nel lontano 1926. In realtà la NHL fu fondata nel 1917 con solo due squadre, i Toronto Maple Leafs e i Montreal Canadiens. Nel 1924 si aggiunsero i Boston Bruins, infine, nel 1926, fu la volta dei Detroit Red Wings, dei Chicago Blackhawks e dei New York Rangers. Tutte queste squadre ancora oggi fanno parte della NHL, dando lustro e iniettando fascino e storia alla lega di hockey più famosa al mondo, nonostante i pallidi tentativi di imitazione europei e post-sovietici in particolare, e ogni riferimento alla KHL e ai suoi petro-rubli è puramente voluto..
Ma questo è un altro discorso: oggi sono qui a parlarVi di questa squadra, delle sue aspirazioni e dei suoi obbiettivi: chi vi scrive se ne è innamorato dal 28 dicembre 2008, giorno in cui, trovandomi ''per caso'' dalle parti di Manhattan, entrai al Madison Square Garden per assistere live alla stracittadina tra i miei Rangers, appunto, e l'altra squadra della Big Apple, gli storicamente derelitti New York Islanders, versione su pattini dei Los Angeles Clippers di basket, almeno prima dei Griffin e dei Chris Paul. Neanche dirlo, vittoria dei Rangers che acquistarono fin dal loro ingresso in campo, sulle note della theme song di CSI New York, un nuovo fan.. In realtà sarebbero stati due i fan, se avessi avuto Simone al mio fianco, ma in quella particolare occasione ero accompagnato dalla mia anima gemella, che disgraziatamente non sa (ancora) apprezzare lo spettacolo che solo gli sport a stelle e strisce sanno offrire, e per spettacolo non intendo solo l'evento sportivo in senso stretto, ma anche tutto ciò che alla partita fa da contorno, che secondo me è quasi altrettanto importante ( e qui sarebbe molto interessante, anche didatticamente, un paragone con la politica, non solo americana).
Ma veniamo alla stagione in corso di svolgimento, giunta alla pausa per l'All Star Game: i Rangers in questo momento sono al comando della Eastern Conference in coabitazione con i Boston Bruins, riproponendo l'eterna faida sportiva tra queste due città. La rivalità tra queste due squadre non raggiunge i picchi d'intensità di quella, nel baseball, tra Yankees e Red Sox, ma è comunque molto sentita. I Rangers, dicevamo, si trovano al comando sorprendendo un po' tutti gli analisti d'oltreoceano che li accreditavano sì come una buona squadra, ma in grado al massimo di puntare ai playoffs; invece, grazie a un ottimo mercato estivo e a un paio di scelte giuste nel draft, si ritrovano ora ad essere tra le contendenti per la Stanley Cup. Guidati da un ottimo coach, Joe Tortorella, giocano un hockey duro, aggressivo e non lasciano molto spazio ai ricami. Le stelle? Pochine per la verità, in compenso il roster è molto profondo e ricco di ottimi giocatori. In attacco spiccano sicuramente i veterani Marian Gaborik e Brad Richards, elementi che garantiscono fisicità e parecchi punti alla squadra:coach Tortorella spera che portino anche quell'esperienza e quel filo di malizia necessari in vista della post-season. Accanto a loro parecchi giovani di belle speranze come Artem Anisimov, vero e proprio '' steal of the draft '' (secondo giro, 54a scelta assoluta) nel 2006, Carl Hagelin, Brandon Dubinsky ma soprattutto il preferito di chi vi scrive, e cioè Ryan Callahan, una specie di Pippo Inzaghi su pattini da ghiaccio, vera bandiera del team e idolo del MSG.
Anche la difesa può contare su molti ottimi elementi come i paisà Dan Girardi e Michael Del Zotto, Marc Staal e Ryan McDonagh: solidità è il primo termine che mi viene in mente per descrivere questo reparto, seguito da durezza e protezione. Protezione di chi? Del vero valore aggiunto di questa squadra, l'uomo che, con le sue prestazioni sul ghiaccio, può decidere fino a che punto sono concessi sogni di titolo e voli pindarici per l'esigente pubblico della Grande Mela: il portiere Henrik Lundqvist. Svedese (ma glielo concediamo), iridato olimpico a Torino 2006, difende la gabbia dei Rangers dalla stagione 2005-06; è a mio avviso il miglior interprete del ruolo in circolazione sul Pianeta Terra, ma, per non apparire troppo parziale, lo collocherò nei primi tre.. Tipicamente vichingo nei tratti fisici e somatici, è idolo indiscusso di signore, signorine e metrosexuals presenti al Garden nelle sere di ghiaccio, nonchè unico motivo d'interesse per Elisa nella partita di cui Vi ho parlato qualche riga fa..
E' dal lontano 1994 che Lord Stanley non fa una visita dalle parti di Penn Station, e dopo la vittoria in gara7 (avversari i Vancouver Canucks) un tifoso espose un cartellone con la scritta ''Now I can die in peace''..Ora, io non so se quel tale è still alive, ma glielo auguro di cuore, anche perchè questo potrebbe essere l'anno buono per un (alquanto tardivo) replay.. Prima però bisognerà andare a vincere nella tana dei Bruins, per poi attendere la squadra che uscirà indenne dalla tonnara ghiacciata a cui stiamo assistendo ad Ovest.. La squadra c'è, il momentum anche, basterà? In tarda primavera le risposte..
Character assasinationgen25

Character assasination

In Italia funziona così: se sei abituato a dire un sacco di banalità molto politically correct finisci a fare l'editorialista su Repubblica, se invece ami dire cose intelligenti e un po' fuori dagli schemi finisci su Repubblica ugualmente, ma con un editoriale al vetriolo che punta a distruggere la tua credibilità.

E' successo anche a Michel Martone, professore, tecnico e enfant prodige del Governo Monti. Nome ottimo per stare a Ballarò fino a che le sue parole potevano essere usate come una clava contro il Governo Berlusconi. Poi non serviva più e quindi la sinistra mediatica lo ha rimosso rapidamente dal pantheon, come capita a tutti quelli che non si allineano al radicalismo chic di casa nostra.

Sfigatigen24

Sfigati

A conti fatti, il viceministro del Lavoro Michel Martone non ha torto quando dice che chi arriva a 28 anni e non si è ancora laureato è uno "sfigato". Ha toppato nella forma, non nella sostanza (d'altronde è un professore, lui, vive di teoria e non di pratica), dal momento che la generalizzazione è il più scontato degli errori: sarebbe stato più efficace se avesse affermato che è da sfigati impiegare otto anni per laurearsi nei panni di uno studente universitario a tempo pieno. Tant'è, il sasso è stato lanciato nello stagno e la rivoluzione dei girini ha avuto inizio. E il fatto che a lanciarlo sia stato un ragazzo che ha un padre che conta è lo specchio di questo Paese. Ma al puzzle manca un tassello, ancora più importante e comunque complementare.

Right Industria?gen23

Right Industria?

Comunque vada, sarà un successo. Almeno per il centrodestra, la fine dell'era Marcegaglia in Confindustria potrebbe coincidere con una guida di Viale dell'Astronomia un po' più vicina al variegato mondo che gravita attorno al Pdl. A contendersi il trono di Emma sono rimasti in due, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi. Se la corsa sembra essere un "semplice" spareggio con solo due nomi in ballo va detto da subito che le regole del gioco sono un pochino più complicate.
Il post Marcegaglia inizia domani, martedì 24, e si concluderà circa quattro mesi dopo, il 23 maggio, con l'ufficiale proclamazione del nuovo leader confindustriale.  Il primo atto spetta proprio al presidente uscente che, di concerto con gli ultimi "past-presidents" individuerà una rosa di possibili saggi incaricati di scegliere il successore. Mercoledì la Giunta Nazionale di Confindustria pescherà tre nomi da questa rosa e incaricherà la nuova triade di avviare sondaggi e consultazioni per la selezione delle candidature. Non sarà facile perché chi vuol essere eleggibile dovrà dimostrare di poter coagulare attorno a sé almeno il 15% dei consensi espressi dalle singole giunte territoriali.  Soltanto il 22 maggio, la giunta confindustriale, sentita la relazione dei saggi, delibererà in ordine all'elezione del nuovo Papa di Viale dell'Astronomia. Un mese dopo, salvo imboscate e previa accettazione, la proclamazione definitiva. 
Dicevamo dei due frontrunner, anche se avrebbero potuto benissimo essere in quattro. Ai nomi di Bombassei e Squinzi, infatti, per lungo tempo si sono affiancate le possibili candidature nordestine del veronese Andrea Riello e del triestino Riccardo Illy. Alla fine, con qualche mal di pancia, sembra si vada al duello finale con gli imprenditori spaccati in due. Entrambi i candidati sono lombardi, hanno la stessa età e vengono da esperienze personali molto simili. Nessuno dei due è imprenditore di prima generazione ma ha raccolto il testimone da una tradizione di famiglia. Bombassei, 72 anni, è presidente della Brembo, azienda meccanica del bergamasco e capofila del famoso "chilometro rosso".  Squinzi, anni 69, è patron di Mapei, settore chimico e guida un'azienda che ancora oggi vanta un management pressoché interamente riferibile alla famiglia fondatrice.
Numericamente Squinzi sembrerebbe in vantaggio: ha incassato l'appoggio di Emma Marcegaglia , delle federazioni della chimica (la sua), della moda, della meccanica (strappandola al rivale) e una consistente maggioranza degli apprezzamenti tra le federazioni territoriali.  Bombassei vanta invece appoggi decisamente più pesanti dal punto di vista del prestigio: tra i suoi sostenitori ci sono la Fiat, Telecom, alcune federazioni venete come Treviso e Vicenza, la "sua" Bergamo e, da ultimo, ha ottenuto il ritiro dalla corsa e l'endorsement di Riccardo Illy.
Partita comunque apertissima, soprattutto in considerazione del fatto che moltissime federazioni pesanti ancora non si sono espresse e aspetteranno il lavoro dei saggi per dichiarare il proprio orientamento. A far pendere la bilancia per l'uno o per l'altro potrebbe essere Assolombarda, federazione di provenienza dei due contendenti e certamente la più influente sul panorama nazionale.
Dietro le quinte si sono mossi anche alcuni politici. Squinzi è dato da molti vicino all'ala ciellina di Maurizio Lupi (tanto da partecipare anche ad alcuni happening pubblici organizzati dal vicepresidente della Camera) e ha da sempre buoni rapporti con Fedele Confalonieri e con la galassia che ruota attorno al Berlusconi-imprenditore.  Ha dalla sua un "record" molto positivo nel rapporto con le sigle sindacali e una fama di "colomba" sia per quanto riguarda il tema dell'articolo 18, sia nell'atteggiamento nei confronti della Cgil.
Ad essere considerato un "falco" dei rapporti sindacali è, invece, Alberto Bombassei.  Se Squinzi viene ricordato perché da presidente di Federchimica non ha mai strappato con la Cgil, Bombassei è balzato alle cronache confindustriali per essere l'uomo dei "contratti separati" e del sì - più o meno esplicito - al superamento dell'articolo 18. 
O per posizioni assunte o per vicinanza effettiva ad alcuni suoi esponenti, la prossima presidenza di Confindustria finirà per avere un orientamento decisamente più friendly nei confronti del centrodestra nazionale. Rimane da capire con quali uomini il centrodestra nazionale intenda affrontare il tema, per chi scrive cruciale, dei rapporti con il mondo confindustriale.

Numero Sette

E' online la settima puntata di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Puntata speciale dedicata alle primarie repubblicane in South Carolina. Ospite obamiano: l'ottimo Andrea Mollica. Finale bluegrass dedicato al Palmetto State.

Social Cammy

Settimana scorsa il Primo ministro britannico David Cameron è nuovamente intervenuto sulla crisi economica con un discorso nel quale ha esposto il suo pensiero social conservative - oltre che ad inaugurare il corso della Co-operatives Bill - e dove è tornato alla carica nel progetto di costruzione di una Big Society, il mantra della sua missione politica. Ha stressato il concetto di "free market" per garantirsi un volto conservatore, ma ha più volte ripetuto espressioni come "regolamentazione", "regole", "istituzioni".

Il meccanismo economico, per Cameron, si è inevitabilmente inceppato, specie dopo una decade nel quale il governo laburista ha incoraggiato l'aumento del debito nazionale per sostenere i costi di un welfare state sempre più largo e invadente, ponendo i termini per uno stato interventista e raggiungendo un livello di spesa pubblica che "oggi non possiamo permetterci" e un modello di crescita economica "che non funziona". La City invece di essere un centro di competizione e creatività è diventata "una sorta di magia finanziaria che ha lasciato i contribuenti con tutti i rischi e i pochi fortunati con tutte le ricompense".

"C'è bisogno di nuove regole", ha garantito Cameron. Occorre una nuova visione dell'insieme: da una responsabilità sociale che riconosca che gli uomini non sono soltanto individui atomizzati e che le compagnie abbiano delle obblighi, a un capitalismo genuinamente popolare. La Big Society, per l'appunto, è servita. Il guaio è che il progetto che ha in testa il Primo ministro inglese è in alcuni passaggi nebbioso, foggy: "Mentre c'è certamente un ruolo per il governo, per la regolamentazione, per l'intervento, la vera soluzione è più impresa, più competitività, più innovazione". Con tutti i distinguo alla luce anche delle recenti rotture con l'Unione europea e della successiva precisazione ("now non of this should mean more regulation. It means less but better regulation"), par di ascoltare un ex commissario europeo che nella liberalizzazione dei taxi intravede parte di un'impennata dal Pil pari all'11%.

C'è comunque da rendere merito a Cameron di aver sottolineato, nel corso del suo intervento, l'attenzione posta dei conservatori alle questioni sociali nel corso degli anni, se non dei secoli, a dispetto della vulgata che li vuole brutti e cattivi: da Sir Robert Peel a Benjamin Disraeli, passando per William Pitt. La vera notizia è che in un discorso delicato e complesso come quello in questione oltre a citare Harold Macmillan, Cameron abbia ricordato Margaret Thatcher, ponendo finalmente termine al vizio di andare a ripescare articoli di Polly Toynbee (columnist del Guardian e figlia di intellettuale rigorosamente comunista) (http://ringoworld.tumblr.com/post/8731402550/se-cameron-ha-davvero-come-modello-polly-toynbee) piuttosto che guardare alla tradizione che gli ha consegnato il partito del quale è leader oggi.

Lessons from the South

Qualche considerazione, in ordine sparso, sull'esito delle primarie repubblicane in South Carolina. 1) Ha vinto Newt Gingrich. E su questo ci sono pochi dubbi. Ma si tratta di una vittoria ancora più netta e significativa se si pensa che fino a una decina di giorni fa l'ex Speaker della Camera viaggiava malinconicamente al terzo posto - con un trend pericolosamente negativo - dietro a Rick Santorum e con una dozzina di punti percentuali di svantaggio rispetto a Mitt Romney.

Speeches

Al solito, in rigoroso ordine di arrivo, vi proponiamo il "victory speech" di Newt, il grande sconfitto Mitt Romney, il terzo incomodo Santorum e il sempre originale Ron Paul. Enjoy!

GOP 2012 - South Carolina Liveblogging

Liveblogging sulle primarie repubblicane in South Carolina. Si parte "light", poi si vedrà. Anche stavolta si va avanti fino allo sfinimento dei livebloggers. Oltre alla coppia di fatto Mancia & Bressan, previsti gli interventi di Dario Mazzocchi, Filippo Nardelli e Pietro Salvatori. I commenti sono aperti.

Dumb Leftgen21

Dumb Left

"Sono davvero cosi stupidi? Possono davvero essere cosi imbecilli?". La sinistra della blogosfera americana questa volta ha perso la pazienza . Ed è passata agli insulti pesanti. A scrivere così (e anche di molto peggio) è stato niente meno che Daily Kos, blogstar della sinistra progressista statunitense. Post e articoli dello stesso tenore sono stati pubblicati negli ultimi giorni sui siti più frequentati dai liberal Usa. Gli "stupidi" e gli "imbecilli" sono il presidente Obama e i deputati Democratici.

Contro gli asili nidogen20

Contro gli asili nido

Quando, ormai due anni fa, "Contro gli asili nido"ha visto la luce , il discorso pubblico sulla conciliazione tra famiglia e lavoro in Italia era monopolizzato da una sola, pressante richiesta: più nidi per tutti. Aumentare il numero di nidi pubblici, allargare i cordoni della spesa pubblica per sovvenzionarli, diffonderli su tutto il territorio nazionale, estenderne l'orario di apertura, renderli "universali" (il copyright è di Veltroni, ma l'espressione non avrebbe sfigurato su tante altre bocche) sembrava a tutti la soluzione a ogni male derivante dal conflitto tra famiglia e lavoro: fino ad essere invocato come l'antidoto alla denatalità, ormai in crescita libera nel nostro paese. Di più: la frequentazione dei nidi veniva spacciata non solo come cosa buona e giusta per riportare di corsa le madri lavoratrici in ufficio, ma anche per consentire ai bambini di "socializzare", e persino per migliorare le loro future performance scolastiche. E giusto per condire l'argomentazione con quella dose di esterofilia che non guasta mai, si portavano ad esempio gli altri paesi europei, tutti più vicini al famigerato obiettivo di Lisbona (copertura del 33% sulla domanda di nidi) del nostro (oltre che più vicini ai vincoli di stabilità, in primis quello del debito pubblico, peraltro). Due anni fa, l'imperativo era: delega educativa. L'idea che l'affidamento ai nidi, o alle baby sitter, o a qualsiasi surrogato delle madri potesse non essere la panacea era del tutto bandita dal dibattito. Qualsiasi argomentazione facesse leva non solo sul benessere dei neonati (perché di neonati si tratta, e non di bambini in età scolare), ma anche sul desiderio dei genitori di non consegnarli in fasce a terzi per la maggior parte della giornata, veniva bollata in anticipo come retrograda. Le obiezioni di sedicenti femministe si levavano come alti lai davanti alla prospettiva che qualcuno potesse strappare le madri lavoratrici alla schiavitù del cartellino, per chiedere almeno il loro parere sulla scelta obbligata che erano costrette a fare. Nessuno si azzardava ad allargare lo sguardo fuori dai nostri confini - ad esempio, in quella Germania dove, avendo sperimentato i nidi ad apertura estesa e "universali" della DDR, esiste tuttora un fiorente dibattito sulle deleterie conseguenze dell'affidamento precoce e prolungato ai nidi. A pochissimi veniva in mente di precisare che, se i paesi "modello" erano più vicini all'obiettivo di una felice conciliazione tra famiglia e lavoro, questo fosse non solo grazie ad un buon numero di nidi pubblici o di "tagesmutter", ma anche grazie alla diffusione di misure come il part-time, il telelavoro, gli orari flessibili. E ancora meno erano quelli che invocavano la flessibilità lavorativa e le soluzioni tecnologiche ormai pressoché universalmente diffuse, come possibile alternativa. A distanza di due anni, poco è cambiato. Il pensiero dominante, che spaccia la rigidità statalista e emancipazionista per l'unica possibile strada, impera ancora abbastanza indisturbato. Ecco perché mia sorella (nonostante i suoi figli siano ormai già cresciuti) da due anni non fa che ripetere che conciliare tra famiglia e lavoro non può voler dire accantonare la prima per far posto al secondo. Ecco perché si è gettata a tuffo in una serie di iniziative per sostenere la flessibilità lavorativa come strada maestra per la conciliazione, e condizione essenziale per permettere a chi vuole occuparsi in prima persona dei figli di poterlo fare. Ed ecco perché la pubblicazione del suo pamphlet in versione ebook [QUI VA IL LINK] è una buona occasione per ribadire che le alternative esistono: basta volerle promuovere. Alternative percorribili, anche in tempi di crisi, e sostenibili rispetto alla prospettiva di trasformare lo Stato (a spese del contribuente) in una balia, che mentre il collettivo dei suoi sudditi lavorano ancora alla maniera di Fantozzi, sveglia e caffè, barba e bidé, si prende cura del collettivo dei loro pargoli, avocando a sé la responsabilità educativa. E se non vogliamo ritrovarci tra qualche anno di fronte ad adolescenti sconosciuti, a lamentarci per l'emergenza educativa - magari con quello stesso Stato cui abbiamo chiesto di allevarli -, sarà meglio riprenderci insieme la responsabilità e la libertà della loro educazione, fin dalla prima infanzia.

Home Run [video]

Newt Gingrich contro John King, nelle fasi iniziali del Southern Republican Presidential Debate trasmesso ieri dalla CNN. [video]

Ouch!

La buona notizia è che la prossima corsa a sindaco di Londra è ancora aperta. Quella ottima è che Boris Johnson va, nella capitale, decisamente più forte del suo partito. Quella pessima, ed è quella che conta davvero, è che l'ultimo sondaggio Yougov vede per la prima volta Boris rincorrere Ken.

Innanzitutto un passo indietro: alle prossime elezioni comunali londinesi gli sfidanti saranno gli stessi dell'ultima tornata. Da una parte Ken "The red" Livingstone, dall'altra il biondissimo Boris Johnson. Una rivincita della sfida che sancì con chiarezza la fine dell'era del New Labour e di Tony Blair e che aprì il baratro del disastro elettorale firmato Gordon Brown.

La candidatura di Livingstone era l'unica possibile per i laburisti guidati da un altro "The red", Ed Miliband. A Giugno sembrava essere un'opzione sbagliata, con Boris Johnson avanti addirittura di otto punti (54-46%) in un'ipotetica sfida a due. Oggi il verdetto è decisamente ribaltato con il candidati laburista che sconfiggerebbe il rivale, anche se di misura, 51 a 49.

La domanda che ormai tutti si pongono è che cosa possa aver determinato uno swing così consistente tra i due candidati. Secondo Peter Kellner di YouGov non si tratterebbe di un "surge" generato da un miglioramento del gradimento elettorale per il Labour Party. La questione sembra rimanere, almeno per ora, confinata alle performance elettorali dei due contendenti.

Da un lato c'è l'oggettivo (e rinnovato) movimentismo mediatico di Ken Livingstone, dall'altro un'eccessiva presenza mediatica (soprattutto nazionale) di Boris Johnson. Un candidato conservatore ortodosso difficilmente può pensare di vincere in una città tradizionalmente progressista. Per avere qualche chance di successo c'è bisogno di pescare consistenti fette di consenso nell'elettorato che sostiene a livello nazionale Ed Miliband. Il primo Boris Johnson c'era riuscito con successo, il secondo un po' meno.

La cesura, e la conseguente identificazione di Boris con l'ortodossia conservatrice, arriva anche dalle fibrillazioni interne che stanno caratterizzando i Tories negli ultimi due anni: da una parte i New Conservatives di David Cameron, considerati un po' troppo colombe dai nostalgici del muscolarismo thatcheriano, dall'altra i duri e puri che, dovendo immaginare un leader alternativo al buon Dave, si sono orientati sul sindaco londinese. Il primo effetto è stato quello di rendere decisamente più difficile la sua corsa alla rielezione.

Pagina {$pageNumber} di {number(number($numberOfRecords)/number($numberOfPosts))}1