Come vincere ancora
di
Simone Bressan
| 21 settembre, 2011
| 19 commenti
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Cortina non è filosoficamente il massimo per lanciare la
costituente di un partito "popolare". Però è una tradizione del Pdl
Veneto e ogni anno, qui, si gettano le basi della stagione politica
che verrà. E' stata una tre giorni certamente ricca di contenuti,
probabilmente l'unico vero appuntamento politico del centrodestra
nazionale, considerato che la scuola di formazione di Gubbio non
esiste più e che Atreju è un gran bell'happening ma è pur sempre lo
spazio dedicato al movimento giovanile.
Contenuti, dicevamo. Tanti, finalmente. Apre Sacconi il venerdì
e chiude Alfano la domenica. Nel mezzo Brunetta, Frattini, Gelmini,
Quagliarello e tanti altri. Non si può parlare di Pdl senza parlare
di Berlusconi però va notato come per la prima volta si siano
sentiti discorsi che guardano esplicitamente oltre.
Occorre evitare la sindrome tipica dei momenti di difficoltà e
superare la tentazione di mettere la testa sotto la sabbia. Un
problema c'è: di consenso, di rapporto con la società civile, di
incisività dell'azione di governo. C'è anche un gigantesco problema
di comunicazione, soprattutto su internet. Questo partito, insomma,
è tutto meno che in salute.
Il malato lo conosciamo e parte della sua malattia si chiama
Silvio Berlusconi. Perché è un bersaglio facile da colpire e perché
qualche errore macroscopico lo ha commesso in prima persona,
esponendo sé stesso, il governo e il centrodestra intero a rischi
che non era salutare prendersi. Pensare di sostituirlo è
realistico, pensare di buttare a mare tutto è autolesionismo puro.
C'è un'eredità evidente di questi anni che rappresenta un
sostanziale passo avanti nella traiettoria zigzagante che spesso ha
assunto questo paese. Innanzitutto l'idea che il Premier venga
scelto dagli elettori, in secondo luogo il rafforzamento di un
modello in cui le coalizioni si decidono prima delle elezioni e non
dopo. In termini di governabilità effettiva questo ha fatto
sì che nella legislatura 2001-2006 ci sia stato un solo capo del
governo e che in quella successiva - stabilita l'impossibilità per
il vincitore di governare - si sia scelto di andare ad elezioni
anticipate e di non ricorrere a governi e presidenti del consiglio
non legittimati dalla volontà popolare. A chi rinfaccia gli scarsi
risultati concreti ottenuti da questi esecutivi, bisognerebbe
ricordare che una cosa è garantire una governabilità accettabile,
altro è il livello della nostra classe dirigente.
E su questo livello dobbiamo porci l'interrogativo più grosso.
Chi rappresenta il partito, sul territorio così come in Parlamento,
quasi mai ha passato un minimo vaglio di consenso popolare. Uomini
e donne che si sono visti paracadutati in ruoli apicali senza avere
il benché minimo riscontro del potere che veniva loro attribuito o,
ancora, perfetti sconosciuti con un seggio in parlamento soltanto
perché amici di tizio o parenti di caio. Avviene anche negli altri
partiti, sia chiaro, ma diciamo che nel Pdl questa pratica ha
raggiunto esacerbazioni non più accettabili. A Cortina, con toni
diversi, si è sentito questo. Ricette giuste per rivitalizzare un
partito in evidente debito di ossigeno. Per colpa del suo leader,
ma non solo.
Lo snodo che deciderà se riusciremo a rappresentare il
riferimento dei tanti moderati silenziosi che ancora rappresentano
la maggioranza di questo paese è tutto nella capacità di pensare un
progetto che vada oltre Berlusconi. Senza abiure o improbabili
prese di distanza fuori tempo massimo ma con la convinzione che
occorra pensare in grande, darsi delle regole e rispettarle,
introdurre meritocrazia e democrazia interna e ripartire dal
nocciolo di ogni questione: crediamo negli individui prima ancora
che in tutte le sovrastrutture che li circondano. Lasciamo ai
nostri uomini e alle nostre donne la possibilità di scegliersi
leader, dirigenti e linea del partito. Altrimenti quella dei
moderati al governo rimarrà una parentesi infruttuosa della storia
di questo paese, destinata a morire con la fine ormai segnata di
Silvio Berlusconi.