Dubliner
di
Simone Bressan
| 23 luglio, 2011
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La metà friulana di questo blog si è trasferita per qualche
giorno a Dublino. Vacanza di puro piacere, niente di serio, ma
spunto comunque buono per lasciarvi alcune impressioni della
capitale irlandese.
Come tutti gli arrivi che si rispettino (da Roma a Washington), la
prima impressione è quella che ti danno un taxi e il suo
conducente. Questo è letteralmente spettacolare: macchina
gigantesca, lunga abbastanza per stendersi in completo relax mentre
un uomo che avresti definito un irlandese anche senza saperlo,
inizia a raccontare cosa vedere, dove, quando. Alla fine ci
segniamo i 4-5 pub che ci ha consigliato e rimaniamo (io
soprattutto) estasiati dal "God bless you" finale che fa molto
Alabama.
L'hotel è l'Harding
Hotel, vicinissimo a Temple Bar, quartiere dove sono ospitati i
migliori pub dublinesi. La camera è molto grande, c'è tutto: wifi,
bollitore per caffè, asse e ferro da stiro. E' incredibilmente
pulita ma sconta alcune tipicità tutte anglosassoni: bagno spoglio,
due rubinetti nel lavandino (uno con acqua freddissima, l'altro con
acqua caldissima) e moquette riprovevole. Ma servirà solo come base
d'appoggio.
Usciamo dall'albergo e ci dirigiamo verso la zona dei locali.
Pronti,via e incocciamo in una vetrina con cinque ragazzi dentro
che suonano. Chiediamo lumi e ci spiegano che trattasi di "live
performance" per una radio che si sente al 90.3, gemellata con
Radio Popolare di Milano e il cui direttore assicura di voler
conoscere Berlusconi per "expand my media and change my hair
style".
La prima tappa è l'Oliver St.
John Gogarty's Pub su Fleet Street. ll locale è interamente
dedicato a John Gogarty, poeta e intellettuale irlandese, diventato
famoso per aver ispirato il personaggio di Buck Mulligan
nell'Ulysses di James Joyce. E' un posto da stream of
consciousness, effettivamente. E il signore appoggiato al bancone
davanti a noi dà tutta l'impressione di essere assorto in pensieri
profondissimi: Irish Times sotto braccio, pinta di Guinness e
sguardo perso verso il teleschermo che trasmette la tappa del Tour
de France. Ma la testa, è evidente, è altrove. Io prendo un panino
con filetto arrosto e una pinta di Guinness: tutto buonissimo,
anche perché accompagnato da un duo che canta unplugged
musica irlandese e da un gruppo di ragazzi che giocano
rumorosamente a carte. Sembra una scena di The Dubliners, ma qui
tutto, onestamente, pare scritto da Joyce.
La seconda tappa del nostro viaggio coincide con la merenda e
optiamo per Cake Cafe,
locale fuori dal centro pedonale, in zona periferica e costruito
all'interno di una corte introvabile. Luogo surreale: ordiniamo due
caffè e due torte che ci arrivano in ordine sparso. Due tazze
diverse, due piattini diversi, posate diverse. E l'elogio della
diversità e gli riesce parecchio bene: il clima è splendido,
rilassato e da pensatoio vecchia maniera. Le torte sono ancora
meglio. Assaggiamo un mega brownie al cioccolato e una torta allo
zenzero, entrambi sublimi. La differenza, come detto, la fa il
contesto: un giradino molto irish con biciclette ovunque, libri
all'aperto e tavolini con tovaglie cerate color pastello. Dentro
siamo oltre il concetto di "cucina a vista". Sembra proprio di
entrare a casa di qualcuno, disordine compreso. Ordini mentre loro
stanno impastando il pane o sbattendo le uova e davanti a te c'è
già il risultato di tanto lavoro: pagnotte fatte in casa che paiono
disegnate e marmellate di ogni tipo con le etichette scritte a
mano. Un angolo di Dublino lontano dalle direttrici dello shopping
e del turismo ma certamente vicino , vicinissimo, all'idea più pura
ed essenziale di Irlanda. (1/continua)