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Andare a Dublino e non visitare la fabbrica della Guinness è come andare a Roma e non passare per il Vaticano. Lo fanno in molti, ma è un vero peccato.  Nelle stesse stanze in cui Arthur Guinness pensò il vero oro nero, gli eredi societari del buon Arth si inventano un percorso espositivo davvero stupendo.  Cesti di orzo tostato, vetrine di luppolo, lievito in bella vista e cascate d'acqua: con questi quattro elementi viene prodotta la Guinness e gli irlandesi te li mostrano tutti e te li lasciano annusare, toccare,  sentire.  Una voce registrata su una specie di walkie-talkie ti racconta tutte le vicende che hanno fatto grande la birra più amata nel mondo e la visita si chiude in bellezza , con una pinta offerta al settimo piano dello stabile, nel bellissimo Gravity Bar.  Fuori dalla fabbrica e nelle vie adiacenti, un piacevole odore di orzo tostato vi dà il benvenuto nel fantastico mondo Guinness. O l'arrivederci, dipende dai punti di vista.

Per arrivare alla Guinness Storehouse dal centro di Dublino si possono prendere un sacco di mezzi pubblici. Noi, però, preferiamo muoverci a piedi e così capita che ci imbattiamo in un pittoresco Cafè con tavolini sulla strada e interni color pastello. Si chiama Cafè Erie e non ne trovate traccia su internet. Ci sono sedie colorate, divanetti a quadri e tavoli in legno chiaro. Da provare assolutamente i Muffins: grandi più della tazza di caffè nero (molto buono) e di almeno dieci gusti diversi. Non c'è un muffin uguale all'altro: anche quelli al cioccolato (i più comuni) hanno ognuno una glassa differente. Noi ce ne siamo presi uno al gusto Snickers e uno al cioccolato nero e bianco. Promossi a pieni voti.

Sempre in tema di simboli c'è la Cattedrale di San Patrizio. C'è molto poco da dire, è un posto da visitare perché l'Irlanda è in buona parte la storia di questo evangelizzatore scaccia-serpenti. Ci trovate la tomba di Swift, che di questa cattedrale è stato decano e un fornitissimo shop pieno di gadgets a metà tra il sacro e il profano.

Quello che di (profanissimo) non potete proprio perdere a Dublino è un pub che si chiama Portherhouse. Batte qualsiasi altro posto visto fino ad oggi. La birra è prodotta in casa e i titolari si vantano di aver vinto per due anni di fila il premio come migliore stout mondiale davanti a..Arthur Guinness. Non è lesa maestà, perché la birra scura che servono qui (Oyster Stout) è davvero eccellente. Più leggera della Guinness (che comunque ha una schiuma ancora migliore) e pensata per essere degustata come accompagnamento alle ostriche, non sfigura nemmeno vicino al nostro Smokey Burger. E qui dobbiamo aprire un capitolo a parte. Fino ad oggi l'hamburger migliore mai assaggiato è stato quello di Five Guys in Virginia. Qui andiamo oltre, decisamente una spanna sopra, con un retrogusto affumicato che fa impallidire gli anemici hamburger di alcuni fast-food italiani. Per chiudere una splendida bionda (oltre alla mia compagna di viaggio) che va assolutamente ricordata: si chiama Hersbrucker ed è un'altra produzione Porterhouse da assaggiare senza se e senza ma.

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Dublino è una città eccezionale perché ti da l'impressione netta di produrre cultura quasi spontaneamente, così, per il semplice fatto di esserci. Dublino è una città letteraria non solo per Joyce, Wilde, Yeats e tanti altri. E' una città che trasuda poesia perché è in grado di trasmetterti poesia e ti mette a tuo agio per poi ritrasmettere quelle sensazioni ad altri. E' così e non c'è nient'altro da dire e passeggiare per i giardini del Trinity College ti mette addosso la voglia di scrivere: lettere, poesie, poemi, qualsiasi cosa. E così passeggiare davanti all'Oscar Wilde Memorial diventa un piccolo omaggio a chi, con la raffinata semplicità dublinese, sanciva verità assolute con rasoiate relativamente brevi.

 

Poco più in là, alla National Library, ci siamo goduti anche la mostra dedicata a Yeats. Esposizione curata, multidimensionale e davvero ben fatta pur (immagino) con costi contenuti: niente effetti speciali e tanta sostanza. L'atmosfera della National Library è la stessa di una grande biblioteca. Silenzio e meditazione si fondono in un ambiente che è maestoso e dimesso al tempo stesso.

In questo post vi lascio altri due consigli per due pub da visitare se capitate da queste parti. Il primo è l'O'Neill's, vicinissimo a Trinity College e che è un punto di riferimento sicuro per i tanti universitari dublinesi. L'ambiente è carino, con spazi molto ampi e un buffet per la cena davvero ben allestito. Io assaggio una birra Smithwick's (mi è stata consigliata da AleTap) e devo dire che mi piace parecchio: leggera, colore rubino, sapore poco deciso e per niente impegnativo. Per gli stessi motivi, credo, alla mia dolce metà piace molto poco. Comunque il pub è molto carino ed è pieno di schermi su cui trasmettono uno sport davvero bizzarro, a metà tra il calcio e il rugby, con qualche spruzzata di pallamano. Dicono si chiami calcio gaelico e se all'inizio mi pareva una mezza bestemmia devo dire che alla fine, probabilmente grazie alla Smithwick's, ho apprezzato questa nuova disciplina così amata nella terra dei trifogli.

 

La seconda menzione spetta a Brazen Head. Per i dublinesi è IL pub. Il primo, il più bello, quello dove ti siedi e lasci che le birre facciano il resto. L'atmosfera è effettivamente unica:gli interni trasudano storia e storie di gente passata di lì. La domenica pomeriggio un quartetto di simpatici locali canta e strimpella, portandosi dietro l'intero pub e coinvolgendo anche il più restio degli avventori (io) a cantare canzoni patriottiche irlandesi. La Regina Elisabetta mi perdonerà, spero. Dietro il banco due signori sulla cinquantina, camicia e cravatta, spinano Guinnes e se non gli viene bene come dicono loro la buttano. E ricominciano il rito. Un piacere. Sláinte!

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Il primo parco che visito a Dublino si chiama St. Stephen's Green e si trova vicinissimo alla centralissima Grafton Street. La particolarità del parco è la statua di James Joyce, anche se quel che colpisce è la totale tranquillità di un'area verde che dista, forse, cinquanta metri dal cuore dello shopping dublinese.

A pochi metri, come detto, c'è Grafton Street che a queste latitudini è un po' come Via Montenapoleone. Ragazzini che fanno avanti e indietro e negozi pieni di firme. La cosa bella è che è pieno di artisti di strada. Artisti veri, che suonano musica vera e che ti fanno capire come qui la musica sia una vera e propria passione. Suonano tutti: piccoli, grandi, mamme, papà, nonni con nipoti, amici e famiglie intere. L'occhio mi cade su un promettentissimo trio very irish. Si chiamano Verona Riots e per tre euro mi porto a casa il loro album. Sarà il tormentone estivo e quando saranno famosi più dei Take That ricordatevi che qui lo avevo detto.

Fuori dal centro e lontano dai Verona Riots (ormai mio gruppo preferito) c'è Cobblestone, un pub che ci è stato consigliato dal tassista che si è preso cura di noi tra aeroporto e albergo. E' un posto molto poco turistico e, infatti, non ci troviamo stranieri, ma davvero singolare. La prima sala ospita un bancone pieno di spine (la spillatura della Guinnes è un rito da ammirare in rigoroso silenzio), qualche tavolino e un angolo dedicato a suonatori che immagino siano volontari. Con la loro chitarra, banjo e tutti gli strumenti che qui sono in grado di strimpellare, un paio di anziani signori intonano musica irlandese. La loro passione si legge negli occhi ed è bello bere birra e ascoltarli. Il "Do not disturb the musicians" è perfino superfluo: qui nessuno si sarebbe sognato di rompere questa magia. Pochi metri più in là c'è una seconda stanza, lunga e stretta, banco più piccolo e palchetto per le esibizioni. Ogni sera un gruppo diverso. Quando ci passiamo noi è il turno di Minnie and the Illywhackers, quartetto tutto incentrato sulla splendida voce di Angie McLaughlin e che si lascia andare ad un folk misto swing con diverse contaminazioni bluegrass.

Fuori, intanto, Dublino conferma le dicerie. C'è un cielo bellissimo (la foto che vedete è opera mia) che rende tutto speciale. Ancor più speciale se condiviso con chi ti ha rubato il cuore

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La metà friulana di questo blog si è trasferita per qualche giorno a Dublino. Vacanza di puro piacere, niente di serio, ma spunto comunque buono per darvi quattro-cinque impressioni della capitale irlandese.

Come tutti gli arrivi che si rispettino (da Roma a Washington), la prima impressione è quella che ti arriva da un taxi e dal suo conducente. Questo è letteralmente spettacolare: macchina gigantesca, lunga abbastanza per stendersi in completo relax mentre un uomo che avresti definito un irlandese anche senza saperlo, inizia a raccontare cosa vedere, dove, quando. Alla fine ci segniamo i 4-5 pub che ci ha consigliato e rimaniamo (io soprattutto) estasiato dal "God bless you" finale che fa molto Alabama.

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Il giudice più odiato

Non è molto felice Corrado Carnevale di avere fatto una chiacchierata telefonica con il noto cronista de "la Stampa" Francesco La Licata. Convinto in buona fede degli intenti semplicemente cronachistici del giornalista, che in passato in verità non si era di certo distinto tra i garantisti nella vicenda del giudice ingiustamente definito "l'ammazzasentenze", ieri il magistrato ha dovuto invece constatare che molte sue dichiarazioni erano state completamente travisate e con esse anche i fatti. "Anzitutto io non ho mai né detto né fatto capire a chicchessia - spiega  - di odiare o di avere odiato in passato il giudice Giovanni Falcone.

Poi non è vero che le mie sentenze furono da lui monitorate quando stava al ministero come direttore generale degli affari penali". Infatti basta rileggersi i giornali dell'epoca per constatare come l'iniziativa fosse partita dal ministro guardasigilli dell'epoca Claudio Martelli, spinto a fare ciò dall'allora responsabile giustizia del Pds Luciano Violante. Infine Carnevale non è mai stato sentito a Caltanissetta su niente e qui c'è un completo equivoco da parte del giornalista. In genere però tutta la pagina de "la Stampa" dedicata al magistrato, con il pretesto che, grazie a una recente sentenza del Consiglio di stato, resterà in servizio ancora fino al 2013 prima che certa politica, certa stampa e certa magistratura potranno tirare il sospiro di sollievo per il suo pesionamento, trasuda ostilità lontano un miglio. Nei toni, nelle allusioni, nelle deduzioni e negli accostamenti maliziosi e arbitrari operati dal giornalista che pure quando vuole è uno dei primi in Italia in sensibilità e acutezza nel trattare le vicende di Cosa Nostra. Ma la toppa presa da buona parte della stampa progressista su Carnevale ancora brucia e allora, quando è possibile, una stilettata e un colpo basso ogni tanto c'è sempre una scusa per tirarglieli.

C'è ancora tempolug16

C'è ancora tempo

Pubblichiamo l'intervento apparso oggi su Il Giornale a firma Daniele Capezzone

Rimettiamoci in camminolug14

Rimettiamoci in cammino

C'è una Caravella che ha deciso, appena salpata, di portare la partita in mare aperto. L'organo della Fondazione Cristoforo Colombo propone oggi, a firma Andrea Camaiora, un Appello a Tocqueville che non può lasciarci indifferenti. Il tema è quello a noi caro della rete dei liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati (uso non a caso la definizione che trovate qui). In un momento di incertezza anche e soprattutto politica e in quadro che va scomponendosi e ricomponendosi in continuazione occorre non perdere la bussola. Per noi la strada maestra si è sempre chiamata fusionismo e abbiamo sempre percorso con decisione la via dell'aggregazione di  tutti quelli che si riconoscono nei valori del mercato, della libertà, della sostenibilità dello sviluppo. Da più parti siamo stati accusati di voler abbracciare tutti, rischiando di perdere l'identità. Il problema, oggi, non è riaffermare identità figlie del passato e finire per spaccare il capello in quattro. Servono idee in grado di unire, di fare sintesi, di segnare una road map per il futuro di questo paese. Camaiora coglie il punto quando dice una cosa così vera da sembrare banale: impariamo ad amarci un po' di più. Fare rete significa riconoscere all'altro il valore di un contributo alla causa, accettare tutti partendo dallo stesso piano, senza piedistalli e senza torri d'avorio.

Allargando il fronte della discussione Daniele Capezzone, nell'asterisco di oggi, parla esplicitamente di fusionismo, definendolo "un obbligo politico". Sia una Fondazione vicina a Claudio Scajola che un esponente importante della cultura liberale ricominciano a parlare, contemporaneamente, di una nuova amalgama per il centrodestra. E' un segnale che va colto, e va colto in fretta.

Anche perché c'è un dato numerico da considerare e che non può essere un elemento secondario di discussione: la Casa delle Libertà che vinse nel 2001 (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc, Lega Nord) vale oggi molto più del 50% dei consensi. Che senso ha continuare a rinfacciarci divisioni per lasciare a qualcun altro la possibilità di governare e riformare questo paese?  Che senso ha imporre preclusioni (no a Berlusconi, no ai democristiani, no a questo, no a quello) figlie di una cultura provinciale e limitata, considerato che come dicono bene sia Andrea che Daniele, nel PPE, nei suoi valori, ci ritroviamo tutti.

Chi scrive voterebbe Conservatori in Inghilterra e Repubblicani negli Stati Uniti. Due partiti-coalizione che non hanno il timore di dibattere per costruire e di discutere per unire. Ripartiamo da lì, dallo spirito di Tocqueville. E rimettiamoci in cammino.

Scusate se insistolug12

Scusate se insisto

Ho avuto solo una volta l'occasione d'incontrare il Prof. Antonio Martino, ad un evento organizzato da Daniele Capezzone il 29 settembre 2007 a Milano, nel quale si parlava, guarda caso, di flat tax al 20%. Dopo 4 anni il tema è tornato attuale e sia Martino che Capezzone parlano di flat tax sulla stampa.

Sarebbe importante che ora il Prof. Martino, oltre che da professore e intellettuale, agisca con la stessa decisione anche da parlamentare. Il precipitare della situazione italiana sui mercati ha reso un inasprimento della manovra ineludibile. Come ha detto Martino stesso in una intervista al Giornale, il taglio della spesa pubblica deve essere contemporaneo al taglio delle tasse, e sembra che il momento sia davvero propizio per una manovra di questo genere: nelle scorse settimane i media più vicini al centrodestra hanno lanciato e rilanciato il tema della riforma del fisco, del taglio delle tasse e della spesa pubblica. Abbiamo avuto delle manifestazioni contro il fisco ed Equitalia, che mette le ganasce alle auto e ipoteca le case non solo degli evasori fiscali, ma anche di quelli che le tasse le dichiarano ma sono in difficoltà economiche e non riescono a pagare. Abbiamo la nascita ed il fiorire di associazioni contro le tasse, come ConfContribuenti, Tea Party Italia. Abbiamo gli imprenditori che si organizzano per resistere, con la nascita di associazioni come Impresa è Rivoluzione e Imprese Che Resistono. Abbiamo avuto persino degli attacchi della Lega Nord a Tremonti per la mancanza di coraggio in tema di tasse e, incredibile a dirsi, abbiamo avuto la CISL e la UIL che hanno organizzato delle manifestazioni contro le tasse! Se non ora, quando?

Ecco quindi la mia proposta: si convochi un tavolo politico per il taglio della spesa pubblica ed il con-tem-po-ra-neo taglio delle tasse. Per gli scompensi temporanei di entrate, finché il prodotto e quindi il gettito fiscale non abbiano ripreso vigore, si preveda un piano di dismissione di parte del patrimonio pubblico. Antonio Martino diventi il leader dell'attività riformatrice della maggioranza. Si inviti a quel tavolo tutti i parlamentari che potrebbero accettare di votare in Parlamento per l'equazione:

meno spesa pubblica + meno tasse = più crescita e sviluppo.

A quel tavolo si potrà discutere e presentare delle proposte concrete al Consiglio dei Ministri o in Parlamento, con decisione, mettendo in chiaro che non si accetterà un voto di fiducia su dei provvedimenti che non tengano conto delle richieste presentate. Meglio far cadere il Governo cercando di fare le riforme che lasciarlo in agonia tentando di galleggiare, presto cadrebbe comunque per su qualche manovra di palazzo. Almeno si potrà dire di aver cercato di riformare l'Italia.

Ai parlamentari che potrebbero partecipare a quel tavolo mi sento di dire una cosa: con la Grecia che sta fallendo, l'Irlanda ed il Portogallo che la stanno seguendo, i tassi d'interesse che in 10 giorni sono saliti di un ammontare sufficiente a bruciare la metà della manovra che state per approvare, con il debito pubblico che galoppa verso i 2mila miliardi, con la tassazione ufficialmente oltre il 42%, ma in realtà, come sappiamo tutti, molto più alta, con tutti questi problemi che dobbiamo affrontare non è questo il momento di pensare ad una rielezione nella prossima legislatura. Qui si tratta di lasciare ai nostri figli un paese normale e non uno Stato di polizia tributaria, un paese in cui si può investire, guadagnare, creare lavoro e benessere, senza rischiare di vedersi pignorato tutto quello che si ha alla prima difficoltà. Ai parlamentari italiani che hanno a cuore il futuro del nostro paese dico quindi: incontratevi con il Prof. Martino ed impegnatevi per dare una nuova linfa vitale al paese. Quando si tratterà di tornare al voto non ci dimenticheremo di voi.

C'è del Web a destralug8

C'è del Web a destra

Due paginette rapide ed efficaci per dire che qualcuno, nel governo, un problema se l'era posto. Quella di Giorgia Meloni sul tema della delibera AgCom è stata una presa di posizione per niente banale. Il problema della classe politica italiana è sempre lo stesso: continuare a reiterare modelli anche quando questi sono totalmente scollegati da ogni dato reale. Il ministro Meloni nella sua lettera a Calabrò sintetizza benissimo questo aspetto censurando "una legislazione ferma a modelli ottocenteschi" e rimarcando come, nella civiltà dell'informazione (e dell'informatizzazione) il solo tentativo di ingabbiare il diritto di ognuno a divulgare dei contenuti appaia quantomeno anacronistico.

E' finita praticamente in punta di diritto, tra direttive comunitarie e prinicipi costituzionali. Questo imponeva la prassi tra AgCom e Ministero. Eppure rimane, sullo sfondo, un problema tutto politico. Non è possibile - ed è paradossale che un comunicatore sopraffino come Berlusconi non lo capisca - che ogni qual volta sul tavolo appare la parola "internet" il centrodestra letteralmente sparisca dal dibattito. Tanto che, escluse le belle eccezioni della Meloni stessa e di Daniele Capezzone, nessuno sembra essersi accorto che ormai i veri laboratori politici vivono tutti online.

Contro l'impostazione che sembrava informare la prima delibera dell'AgCom non si sono scagliati non soltanto agit-prop di sinistra ma anche tanti giovani moderati che hanno visto in questa entrata a gamba tesa l'ennesimo scivolone burocratico su un tema che, invece, dovrebe richiamare un atteggiamento pragmatico e moderno. Solitamente siamo pronti a puntare il dito contro le cose che non vanno e a indignarci per l'insensibilità dei nostri politici su temi che si elevano qualche centimentro sopra la normale demagogia da salotto tv. Questa volta è giusto fermarci un secondo a dire che del buono c'è. Sta (anche) a destra, siede al governo e si occupa di giovani. E' una vittoria per tutti.

Notizie a metà

Cose che accadono. I media italiani tradiscono un certo disagio nel trattare l'argomento caldo degli ultimi giorni in Gran Bretagna: il tabloid News Of the World di Rupert Murdoch sotto pressione per essersi intrufolato e manomesso il cellulare di Milly Dowler, scomparsa e poi trovata morta nel 2002 quando aveva solo tredici anni. Grazie all'aiuto di un detective privato, la redazione era riuscita e intercettare anche i telefonini dei famigliari, finendo inevitabilmente per intralciare le indagini. A gestire l'operazione era l'allora direttrice Rebekah Brooks, alla quale il magnate australiano ha poi affidato News International, la succursale del suo impero Oltremanica, impegnata da qualche mese ad aggiungere Sky News alla lista dei trofei di famiglia. La politica londinese aveva già dibattuto quest'ultimo argomento, vista una certa compiacenza da parte del Primo ministro David Cameron perché l'affare andasse in porto. Cameron ieri ha invece duramente criticato quanto combinato dal NOTW e oggi pomeriggio, al Question Time del mercoledì, l'ordine del giorno non poteva che prevedere un'altra discussione sull'accaduto.

In Italia giornali e tv raccontano, riportano i fatti e si guardano bene dall'esprimere troppe opinioni, se non per puntare l'indice contro Murdoch. Il fatto è che di mezzo ci sono due vizi tipici della stampa di casa nostra: le intercettazioni - quelle che vengono spiattellate per cortesia delle procure senza un minimo di discernimento, ma gettando nel calderone tutti i nomi possibili, anche quelli di gente che poi risulta essere totalmente estranea ai fatti - e il processo in pubblica piazza. Perché mentre tutti gli occhi sono rivolti da una parte, dall'altra è giunta notizia che il Mirror e il Sun (e il News Of the World non è altro che la versione domenicale del popolare tabloid) potrebbero subire sanzioni penali per il modo con il quale hanno trattato un altro fatto di cronaca nera: l'assassinio di Joanna Yates, 25enne architetto uccisa alla vigilia dello scorso Natale.

Nella lista degli indagati era finito Chris Jeffries, l'uomo che aveva affittato l'appartamento a Joanna. Tra il 31 dicembre 2010 e il 1 gennaio 2011 tanto il Mirror quanto il Sun uscirono con una serie di articoli dal taglio giustizialista secondo il procuratore generale Dominic Grieve, che avrebbe posto "un sostanziale rischio di pregiudizio" di colpevolezza nel caso Jeffries fosse finito davanti al giudice con l'accusa di essere l'omicida.

Due fatti strettamente correlati, ma solo uno dei due ha trovato spazio sulla stampa italiana. Anche perché è meglio non diffondere l'usanza britannica, altrimenti ci sarebbe la fila di giornalisti fuori dalle procure e dai tribunali e questa volta non per riceve le intercettazioni da mandare in macchina.

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Orange

E' iniziato tutto una domenica qualsiasi, entro al palasport Carnera col compagno di viaggio di una vita. Occhi abituati a guardare il basket americano su Telemontecarlo (Francicanava, poi Bagatta e Tullio Lauro) e ad accontentarsi del Lauro sbagliato (Franco) per la Serie A. Entriamo per vederci una partita di una certa Bernardi Udine. Coach Alberto Martellossi, play Oberdan o Corpaci, Ezio "havana" De Piccoli a svariare e svarionare, un tal Sguassero sotto le plance. Niente di che, ma era pallalcesto.  L'abbiamo seguita con passione, convinti del fatto che il meglio dovesse ancora venire. E, puntualmente, quell'estate, arrivò. Aveva il piglio gentile dell'Ingegner Edi Snaidero, la storia di un cognome che a Udine significa "palla a spicchi" e  il coraggio di chi si butta nella mischia. Due ore dopo l'apertura della campagna abbonamenti avevamo due abbonamenti per la curva, senza nemmeno sapere per cosa. Nomi scritti a penna su un foglietto di cartoncino e pronti a diventare un passaporto per il paradiso. L'idolo Lou Smalley, un Cedric Ceballos in salsa friulana, contropiedista vero anche se sapeva fare solo quello. Poi l'arrivo del Messia: epifania di basket in purezza, dolcezza e grinta, consapevolezza e sfrontatezza. Charlie Smith è stato per la pallacanestro quello che Zico è stato per l'erba verde del Friuli: inarrivabile. Per prestazioni ed emozioni. Dopo di lui il diluvio. Con lui, invece, una finale promozione vinta in un Carnera che vedeva gente seduta anche dentro i lampadari.

Dall'altra parte, Barcellona Pozzo di Gotto e un destino che segna le cose con l'evidenziatore. A tifare Barcellona c'è quello che poi diventerà un fratello acquisito.  Quella sera io e Michele ridiamo, lui no. Si va in serie A, senza passare per il via. Festa in piazza, poi birra con Max, un capo ultras con maglietta Malagoli e passione arancione. Morirà, poche settimane dopo, in un incidente sull'A1. Un destino beffardo gli ha tolto la soddisfazione di vedersi i suoi campioni alla scala del basket.

La Serie A, appunto.  Un'altalena di emozioni, delusioni, sorprese. Chi scrive si innamora di Kyle Hill e Andres Wooldrige, ma anche di Carraretto (poi Siena), Eddie Shannon e Vetoulas. Michele impazzisce per Marmarinos (ellenico! ellenico!), Carbonara MgGhee ed Estill. Quest'ultimo visto al Krepapelle in una serata di live e mojito e fotografato poco prima che dicesse addio causa caviglia cristallina (nel senso di cristallo).

Nella mente e nel cuore un sacco di cose. Impareggiabili la serie contro i cugini cucinieri della Scavolini e l'attimo in cui Sinisa Kelecevic affonda i cugini triestini e li rispedisce all'inferno. Ma davvero toccante la sequenza con cui Shannon vince una gara all'ultimo tiro e corre in tribuna ad abbracciare President Edi che ha appena perso il papà. Un Carnera con i lucciconi ricorda al mondo che lo sport è ancora in grado di commuovere. Prima, dopo e durante è sostanzialmente vita tranquilla di provincia, però è vita bella.

Gli ultimi anni sono sofferti e si chiude con una retrocessione in LegaDue che è prodromo della fine. In realtà l'appello di Edi fa scattare la molla dell'orgoglio friulano e così una compagine di imprenditori capeggiata dal trio Snaidero-Blasoni-Pozzo decide di proseguire l'avventura. Avendola vissuta in prima persona ho sulla pelle sensazioni contrastanti. Coach Cavina  e la sua maniacalità, l'eccellente Garelli con un'umanità pari solo al suo accento e un gruppo di ragazzi eccezionali rendono possibili due anni non memorabili ma certamente di livello. Finanziariamente se ne esce con le ossa rotte e, noblesse oblige, nessuno ha il coraggio, il tempo, la voglia di stare qui a dire la verità. Che poi, è molto semplice: c'è qualcuno che ha fatto la sua parte e qualcuno che ha preferito guardare la barca affondare. Magari appesantendola con qualche carico di manchevolezze, quando l'equilibrio già era precario.

Peccato. Però è il tempo dei saluti e sarebbe ingiusto sprecarlo così, rammaricandosi di quel che avrebbe potuto essere. Trattenere le emozioni in questi giorni non è stato facile. Quelle due pagine del Messaggero Veneto che annunciavano la resa e la mancata iscrizione al campionato rimangono stampate lì, a futura memoria. Si dirà che qualcuno è mancato, si dirà degli avvoltoi che si sono librati in "volo" un secondo dopo (o prima) della fine. Si dirà delle firme messe e di quelle non messe. Si dirà dei primi cittadini e dei cittadini semplici. Si diranno un sacco di cose. Ma non si dirà mai "grazie" a sufficienza: a chi ci ha messo soldi, tempo, voglia, passione, capacità, lacrime e sorrisi. Perché se questo pezzo è stato scritto è perché per 12 anni c'è stato un Carnera capace di sintetizzare un amore così grande. Giocatori, proprietà, tifosi, dirigenti: erano tutti al Palazzo il giorno della promozione e c'erano allo stesso modo quando il sipario è sceso su questa esperienza. Lo chiamano basket, ma è davvero troppo poco per spiegare tutto questo. Arrivederci.

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Ammucchiate

Quando durante una trasmissione televisiva a Telefriuli mi sono permesso di definire l'attuale fronte anti-berlusconiano "un'ammucchiata" che aveva come unico obbiettivo la destituzione del Cavaliere, il consigliere regionale Mauro Travanut mi aveva criticato bollando il mio linguaggio come poco rispettoso.

Oggi, a distanza di qualche settimana, osserviamo i no-Cav disintegrarsi su una delle poche questioni strategiche di cui si è discusso negli ultimi mesi. Se al governo ci fossero stati loro come sarebbe finita la vicenda dell'Alta Velocità?

Buon 4 Luglio

Sono tempi difficili per tutti e lo sono anche per gli Stati Uniti. Tra il serio e il faceto, rischiano grosso e di restare senza sport per un'intera stagione: nella NBA è tempo di sciopero, con la Summer League già cancellata e la stagione regolare che al momento non è data a cominciare e chissà se mai partirà. Tra franchigie e giocatori non è stato raggiunto un accordo sui ricavi da spartire e i palloni sono così in ripostiglio e non sul parquet. Nemmeno la NFL se la passa bene e immaginarsi un autunno senza football è come andare a Miami e trovare tempo brutto per tutta la vacanza. Fortuna che ci sono i campionati universitari, eventi che mobilitano milioni di tifosi in tutti gli angoli del paese, però è arduo pensare che possa bastare per digerire il colpo.

Tra una discussione e l'altra sul debito, le cronache che arrivano dall'altra riva dell'Atlantico ci raccontano che oggi è il 4 luglio e allora è tempo di festeggiare l'indipendenza - sempre ammesso che quello del 1776 non fosse un atto di pura secessione. La storia ci ha poi consegnato una nazione che per quanto possa essere lontana da noi europei (e italiani in particolare) tanto geograficamente quanto politicamente, ha salvaguardato la nostra libertà. Gli USA si amano o si odiano, di certo non si può rimanere indifferenti anche in questi tempi difficili.

L'uomo ha il diritto di sperare nel meglio e di vedere dietro l'angolo una riscossa, uno scatto in avanti, un colpo di reni per riprendere a sorridere e vivere con meno pessimismo e più coraggio. La "pursuit of happiness" che è conservata nella Dichiarazione d'Indipendenza. È una bella sfida perché - come scrive un amico - "nei paesi civilizzati c'è il diritto di cercarla come e dove ti pare, non la certezza di trovarla o il diritto di averla". Se nessuno ti regala nulla, vattela a prendere, insomma. E non aspettare che sia qualcun altro a indicarti come essere felice, altrimenti quella non sarà una "pursuit of happiness", ma solo una intromissione nei tuoi affari.

C'è chi fonda la propria repubblica sul lavoro manco fosse stata ai tempi terra sotto il giogo socialcomunista, chi sulla realizzazione della felicità e della libertà dell'individuo. Inutile stare qui a contarcela su chi aveva ragione, su chi aveva visto lungo considerando che tra il 1776 e il 1948 c'è un vasto margine di tempo. Due punti di vista che ritraggono due modi opposti di riflettere.

È il 4 luglio e viene da pensare al fatto che - nonostante i guai, le fatiche e le frenate - gli Stati Uniti rimangono un serbatoio di idee e suggestioni, un laboratorio dal quale attingere sempre che non si viva di preconcetti. Sono una terra ancora viva e con molto da raccontare grazie alla varietà di stili di vita, di paesaggi, di accenti e di razze. E alla quale dobbiamo la nostra libertà.

Buon 4 luglio.

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Adesso Democrazia

Angelino Alfano è il nuovo segretario unico del Popolo della Libertà. Per lui si è speso in prima persona Silvio Berlusconi e il voto semibulgaro di oggi conferma la sostanziale unità del partito attorno al suo nome. Insediandosi ha pronunciato un discorso asciutto ma di livello. E' un ottimo politico, è giovane, non è un ex qualcosa e ha davanti a sé una sfida che ne misurerà il carisma.

Per quanto mi riguarda continuo a non condividere il metodo della sua indicazione (la nomina, l'acclamazione, ecc) anche se nel merito avrei scelto comunque lui. Ha molte cose da fare (per cui gli auguro un sacco di fortuna) ma se posso umilmente segnalarne una, gli consiglierei di concentrarsi sul partito, sul movimento, sulla sua consistenza e sulla sua credibilità.

Oggi il partito è stato in tutto e per tutto Silvio Berlusconi. Dal cavaliere arrivava ogni legittimazione e nel cavaliere si esauriva ogni dibattito. E' giunto il momento di rompere gli indugi e superare i tabù: basta percorsi tracciati da altri e classi dirigenti scelte per volontà divina. Torniamo dalla maggioranza silenziosa degli italiani e chiediamogli di scegliere che movimento sarà, con quali facce, con quali temi sull'agenda.

Capisco che la mossa potrebbe sembrare suicida ma se Alfano riuscisse a fare il democratizzatore del centrodestra allora sarebbe riuscito in quel che Berlusconi ha sempre fallito: creare le condizioni perché questo blocco moderato sopravviva al suo fondatore.