L'amara vittoria laburista
di
Simone Bressan
| 8 maggio, 2011
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Per il laburisti inglesi queste elezioni amministrative di medio
termine potevano essere una straordinaria occasione per mandare un
messaggio di vitalità al proprio elettorato. In parte, è stato
così: il centrosinistra britannico guadagna 26 "local councils" e
diventa su base nazionale il primo partito, scalzando dal gradino
più alto del podio gli storici rivali conservatori.
E', però, una vittoria amarissima. A mandare di traverso lo
champagne a Ed Miliband e compagni ci sono innanzitutto i Tories
che, accreditati di un pessimo risultato da larga parte degli
osservatori, finiscono non solo per reggere l'urto della prima
verifica dopo un anno di governo, ma anche per aumentare di quattro
unità il numero di consigli controllati. Un risultato insperato
qualche settimana fa e che, sommato al crollo degli alleati
liberaldemocratici, rafforza ancora una volta la posizione del
premier David Cameron e dei suoi uomini più fidati.
In seconda battuta c'è la storica affermazione dello Scottish
National Party, diventato partito di maggioranza assoluta in quello
che per anni è stato il bacino di voti prediletto da chi ha
espresso nel breve volgere di tre legislature ben due premier (Tony
Blair e Gordon Brown) provenienti dalla terra che fu di William
Wallace. E proprio la Scozia, alle ultime elezioni politiche, ha
"salvato" i laburisti garantendogli una consistente rappresentanza
parlamentare e costringendo i conservatori alla grande coalizione
con Nick Clegg. Questa affermazione indipendentista cambia
completamente la prospettiva e mette in un angolo un'intera classe
dirigente che aveva fatto del dialogo con la Scozia e
dell'interpretazione delle sue spinte stataliste e autonomiste la
principale garanzia di sopravvivenza nel dopo-Blair.
Da ultimo, ma non certo per importanza, è arrivato l'esito del
referendum che chiedeva ai sudditi di sua maestà di abbandonare il
sistema maggioritario puro per approdare a un più "proporzionale"
Alternative Vote, sul modello di quanto accade, ad esempio, in
Australia. Un plebiscito di no al cambiamento che ha letteralmente
elettrizzato i Conservatori, unici a essersi ufficialmente
schierati contro la modifica del sistema elettorale e, quindi, i
soli a poter oggi legittimamente reclamare la vittoria. Se i
componenti della coalizione si trovavano l'un contro l'altro armati
(David Cameron a guidare la campagna per il mantenimento del
maggioritario, Nick Clegg a favore dell'Alternative Vote), il
Partito Laburista ha finito con il dividersi su posizioni
differenti: mentre l'ex ministro blairiano John Reid sfilava con i
conservatori, il giovane leader Ed Miliband sosteneva i
Liberaldemocratici. Una lacerazione interna che ha pesato anche sul
risultato poco brillante uscito dalle urne dei consigli locali.
Il Labour Party ha affrontato questa tornata elettorale come
l'ideale rivincita a un anno di distanza dalla sconfitta alle
consultazioni politiche. E' stata, invece, una due-giorni in cui il
centrosinistra britannico ha preso coscienza di quanto ancora siano
distanti i fasti dell'era dominata da Tony Blair. Da un blocco
socialdemocratico capace di parlare a un intero Paese, i laburisti
si sono repentinamente trasformati in un partito profondamente
diviso e senza più un'anima, né sociale né territoriale. Mai
vittoria numerica fu politicamente più amara.
(oggi in edicola su Il Tempo)