Marea Blu in Canada
di
Salvatore Antonaci
| 3 maggio, 2011
| 7 commenti
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Alla fine Stephen Harper è riuscito a vincere la sua scommessa.
Inchiodato per 6 lunghi anni da un'ossessione degna del romanzo
melvilliano, il Premier canadese è riuscito, infatti, a catturare
l'agognata ed inafferrabile balena bianca: la maggioranza assoluta
nel nuovo Parlamento federale. Coronamento trionfale di un
'attivismo a dir poco frenetico nei (pochi) giorni di campagna
elettorale successivi allo scioglimento improvviso, ma non
inatteso, della massima assise legislativa del paese.
Con i 167 seggi conquistati ieri, i conservatori potranno
tentare di concretizzare quel progetto di ristrutturazione
complessiva già delineato nel decennio passato e non portato a
termine causa la ferrea legge dei numeri. Saranno novità di non
poco conto che investiranno quasi tutti gli ambiti di una società
piuttosto restia ai grandi mutamenti. Innanzitutto a livello
istituzionale dovrebbe essere abolito il Senato, considerato un
intralcio all'attività amministrativa, e cancellato l'assai
impopolare finanziamento pubblico dei partiti politici. Questi
almeno gli intenti.
In economia via libera al taglio delle tasse per il big business
con l'aliquota fiscale per le corporations portata al 15%
dall'attuale 18. Tutto perfettamente in linea col paradigma
reaganian-thatcheriano. In più, niente imposte di scopo o carbon
tax, come nei desiderata degli ambienti più leftist
e razionalizzazione della spesa pubblica senza, tuttavia, uno
smantellamento del welfare piuttosto generoso, soprattutto a
livello di governi locali.
In politica estera è scontata una conferma degli onerosi
impegni assunti nella war on terror americana, in primis in
Afghanistan dove il contingente canadese ha pagato un tributo
piuttosto pesante nella campagna anti-taliban. Previsti, inoltre,
investimenti importanti per aggiornare il già eccellente arsenale
militare di Ottawa, soprattutto nei comparti aeronautico e
navale.
Trattandosi di una forza politica che ha fatto della filosofia
"law and order" un tassello irrinunciabile della propria
piattaforma di governo, arriveranno tutta una serie di
provvedimenti all'insegna del securitarismo.
Se la costruzione di nuovi penitenziari federali era largamente
scontata ed incontrava un'approvazione popolare importante,
preoccupa, invece, il giro di vite sulla libertà del web. Una
tendenza purtroppo consolidata anche nelle democrazie sviluppate,
nonostante il rifiuto abbastanza generalizzato della vastissima
platea di utenti. Bisognerà vedere, tuttavia, sino a qual punto si
spingerà la volontà "normalizzatrice" del neo-esecutivo. Certamente
in un paese da sempre molto attento alle libertà individuali non
sarà possibile esagerare con la censura, né dovrebbe essere
interesse di una classe dirigente in fondo pragmatica abbandonare
del tutto il sentiero del buon senso pur tentando di soddisfare la
crescente esigenza di sicurezza.
Dedicata l'apertura, come di dovere, ai vincitori, resta da
analizzare il quadro, peraltro assai interessante, dei
restanti protagonisti della partita giocatasi nelle urne. Come
spunto di riflessione principale tutti gli analisti concordano sul
fatto che l'elezione odierna sancisca la nascita di un nuovo
bipartitismo di sistema. Alla tradizionale dicotomia tra
conservatori e liberal si sostituisce il nuovo tandem tra
i primi e il Nuovo Partito Democratico, emerso prepotentemente come
seconda forza del panorama politico nazionale. Si tratta di una
forza inquadrabile nei canoni del laburismo o della
socialdemocrazia classica europea, pur con delle peculiarità
interessanti sul cotè più libertario. Presenti tra le issues del
partito guidato da Jack Layton anche la depenalizzazione del
consumo di droghe e l'impegno attivo in favore di minoranze
come i nativi e la comunità LGBT. Scelte che,
notoriamente, in diversi partiti socialisti o progressisti
del vecchio continente non sono, come dire, in cima alle priorità.
Per il resto, molte ricette neo-keynesiane all'insegna del tax and
spend, potenziamento della mano pubblica, multilateralismo
diplomatico e revisione del trattato NAFTA che regola l'intesa
libero-scambista col resto del nordamerica. Posizioni non
esattamente nuovissime, è vero, ma che hanno reso magnificamente in
termini di consensi portando l'NDP dai 37 deputati suffragati nel
2008 ai 102 attuali e dal 19% scarso all'oltre 30. Spicca, in
particolare, il dato del Québec dove ben 58 constituencies su 75 si
colorano di arancione.
A fare le spese di questa avanzata, che non possiamo che
definire imponente, tutti gli altri partiti dell'establishment
canadese ridotti quasi al rango di comprimari. A partire dai
liberal, fino al 2003 padroni incontrastati a Ottawa come
nelle province più influenti, Ontario e perlappunto Québec, che
incassano una disfatta umiliante. Solo 34 esponenti dei 77 della
vigilia torneranno a sedere in parlamento: il prezzo altissimo
pagato all'irresolutezza della leadership ed agli scandali ripetuti
che hanno investito pezzi grossi dell'organigramma. Scontata la
dipartita di Michael Ignatieff, accademico onesto prestato
alla politica con esiti deprecabili e schiacciato da una
responsabilità troppo grande per lui.
A vivere di ricordi saranno anche gli indipendentisti del Bloc
Québecois letteralmente annientati dallo tsunami NDP: dei 47 seggi
riescono a conservarne a fatica soltanto 4! E pensare che,qualche
anno fa, il referendum per la secessione di questa provincia
francofona andò ad un soffio dal buon esito. Altri tempi: ora per
gli irriducibili dell'Ecception québecoise toccherà
lottare per la sopravvivenza, di sicuro non con lo screditato e
tracotante Gilles Duceppe alla guida.
Resta da dire ancora del risultato storico dei verdi: per
la prima volta un'esponente ecologista arriverà ad Ottawa spinta
dal voto popolare. L'onore dell'impresa è andato alla leader del
movimento , Elisabeth May, che ha strappato un collegio a Vancouver
dalle mani del defending champion tory. Un premio di
consolazione, a ben vedere, dato che un terzo dei voti
greens ha preso altre strade.
In conclusione, dobbiamo dire che il terremoto di ieri avrà
altre scosse di assestamento nei prossimi mesi. Si rinnoveranno,
infatti, tra ottobre e novembre, ben 5 governi locali tra
cui l'Ontario, l'Alberta ed il Saskatchewan. Potrebbe essere il
capitolo finale di questa giornata storica o l'inizio della
rivincita per gli sconfitti.