Alle tre del mattino, Obama era sveglio
di
Andrea Mancia
| 3 maggio, 2011
| 12 commenti
|
Alla fine, per suprema ironia della storia, quella che sembrava
essere la sua vulnerabilità più evidente - la politica estera -
potrebbe trasformarsi nella sua ancora di salvezza. E garantirgli
la rielezione nel novembre del 2012. C'è poco da girarci intorno:
l'uccisione di Osama bin Laden per mano di un'unità d'élite dei
Navy Seals, a pochi chilometri dalla capitale pachistana Islamabad,
rappresenta uno straordinario successo (soprattutto d'immagine) per
il presidente statunitense Barack Obama. In un momento in cui la
sua corsa verso la riconferma alla Casa Bianca, pur in assenza di
concorrenti particolarmente insidiosi in campo repubblicano,
sembrava appesantita da sondaggi zoppicanti , da un quadro
economico ancora appannato e dagli evidenti balbettii di una
politica estera che non riusciva a trovare un equilibrio
comprensibile tra derive terzomondiste, aspirazioni ecumeniche e
sbandate neo-neocon. A complicare il tutto era arrivato anche
l'intervento militare in Libia, di cui i cittadini americani non
hanno capito le motivazioni e che continua ad avere l'indice di
approvazione più basso di ogni conflitto in cui sono stati
coinvolti gli Stati Uniti dai tempi del Vietnam.
Il cadavere di Osama bin Laden, almeno per ora, sana tutte
queste ferite. E' da mettere in conto, c'è da scommetterci, un
fiorire incontrollato di teorie cospiratorie in merito. Il flop
della foto falsa diffusa dalla tv pachistana è soltanto l'inizio:
spunteranno siti Internet specializzati per risolvere il mistero
della salma "sepolta in mare"; tornerà a parlare chi è convinto che
Osama, in realtà, sia morto da anni, come chi è convinto che sia
ancora vivo e vegeto e abiti a Parigi insieme a Jim Morrison e
Moana Pozzi. Neppure il test del dna convincerà gli scettici di
professione. E neppure la crudezza dei fatti farà cambiare idea a
chi ritiene Obama un jihadista in incognito arrivato dall'Indonesia
per distruggere le fondamenta dell'Impero americano. Ma nessuna di
queste schegge impazzite che compongono il complesso mosaico della
società dell'information overloadpuò cambiare, più di
tanto, il mondo reale. E, nel mondo reale, gli Stati Uniti
dell'amministrazione Obama hanno avuto la meglio su un terrorista
che inseguivano spasmodicamente da un decennio e che si era reso
responsabile della morte di migliaia di innocenti.
"Sono trascorsi quasi dieci anni - ha detto il presidente nel
suo discorso di domenica sera (in Italia era notte fonda) - da
quando un luminoso giorno di settembre è stato oscurato dal
peggiore attacco al popolo americano nella sua storia. Le immagini
dell'11 settembre sono cicatrizzate nella nostra memoria nazionale:
gli arei dirottati che irrompono nel cielo senza nuvole di
settembre; le Twin Towers che collassano al suolo; il fumo nero che
fluttua sul Pentagono; la carcassa del Volo 93 a Shanksville,
Pennsylvania, dove le azioni eroiche di alcuni cittadini hanno
evitato ulteriore dolore e distruzione". E' un Obama concentrato e
in sintonia con l'America mainstream, quello che prende la parola
nella East Room della Casa Bianca. E sembra un lontano parente del
presidente distaccato e snob che ha attraversato con difficoltà la
prima parte del suo primo mandato, appellandosi alle virtù sfumate
della diplomazia internazionale e alla necessità di "chiedere
scusa" per gli errori del passato. La sua è una retorica potente,
che parla di "coraggio e capacità" delle forze speciali che hanno
condotto l'operazione e si appella alla "grandezza della nazione" e
alla "determinazione del popolo americano". Sembra quasi di
ascoltare il miglior George W. Bush, il presidente che l'11
settembre lo ha vissuto sulla propria pelle e che la "war
on terror" l'ha lanciata e difesa contro le resistenze
dell'opinione pubblica internazionale. E che ieri - con una classe
che dovrebbe far riflettere anche i suoi detrattori - si è
congratulato con il presidente in carica e con i militari che hanno
partecipato alla missione. "La guerra contro il terrore va avanti -
ha scritto Bush nel suo messaggio - ma stanotte l'America ha
lanciato un messaggio inequivocabile: non importa quanto tempo sia
necessario, alla fine la giustizia arriva". E proprio invocando il
sogno americano di "libertà e giustizia per tutti" Obama ha
concluso il suo discorso di domenica.
Niente male per un candidato che, durante le primarie
democratiche, la stessa Hillary Rodham Clinton aveva irriso con lo
spot delle "tre del mattino", in cui venivano messe in dubbio (non
senza qualche ragione) le doti e l'esperienza necessaria per
affrontare un'improvvisa crisi internazionale, magari arrivata nel
cuore della notte. Alle tre del mattino, invece, Obama si è fatto
trovare sveglio. Ed è giusto che adesso possa raccogliere i frutti
politici di questa vittoria. Con che coraggio, ora, i repubblicani
potranno utilizzare l'arma del "soft on terror"
durante la campagna elettorale?
Il problema, semmai, è che questo trionfo è arrivato troppo
presto per essere sfruttato pienamente in vista della corsa alla
Casa Bianca. Frenerà certamente l'emorragia di consensi che aveva
colpito il presidente, ma difficilmente - a più di un anno e mezzo
dalle elezioni presidenziali - potrà rappresentare un fattore
decisivo per il 2012. Gli ostacoli sono ancora molti: un'economia
che stenta a riprendersi; il danno provocato dall'insensata orgia
dei bailout; una riforma sanitaria che i cittadini
americani continuano a rifiutare; un partito democratico ormai
spaccato in due tra "massimalisti" e "moderati". Intanto, però,
Obama ha dimostrato di non essere un Jimmy Carter qualsiasi.
(oggi in edicola su Il Tempo)
UPDATE. "Cheney's
assassination squad just killed bin Laden"