Scuola Comunista
di
Federico Punzi
| 14 aprile, 2011
| 9 commenti
|
Al di là dell'ultima polemica sui libri di testo - girano per le
classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile
prendersi in giro, l'hanno sottolineato anche intellettuali come
Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia - il problema va ben
oltre qualche manuale un po' troppo partigiano. Subito si sono
levati gli scudi in nome della «libertà d'insegnamento», principio
che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova
in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare.
Innanzitutto, già il riferimento all'«insegnamento», e non
all'«educazione», indica che l'accento viene posto su chi insegna,
che dovrebbe essere "libero", e non sugli alunni e i loro genitori,
cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma
in concreto, con quell'espressione si intende davvero la libertà
del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se
è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo
Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per
cento del sistema dell'istruzione. Ma a ben vedere proprio per
questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà
di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma
da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola
riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici
e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti
educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei
giovani; dall'altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i
propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene
migliore.
Oggi in Italia questa libertà non c'è. Non solo per il monopolio
pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto
educativo - o meglio, di diversi progetti educativi che però
promanano da un unico attore sociale. Un attore che - è bene
ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi
dell'hegelismo imperante nella nostra cultura politica -
non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità
propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con
braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi
non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non
ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di
norma un criterio territoriale (il domicilio), all'oscuro dei
risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo
il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli
capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la "libertà di
insegnamento" dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati;
poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe
conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che
credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata
nessuno sembra preoccuparsi.
Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata,
è proprio perché il mito della "libertà di insegnamento" non si
realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente,
prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi
sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby
dell'editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché
tutte le classi. A causa dell'altissimo tasso di uniformità
culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque
la propria mitica "libertà di insegnamento", andrebbe incontro alle
stigmate della "devianza", sarebbe individuato come "eccentrico",
susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei
genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul
proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla
marginalizzazione sul posto di lavoro.
Si dirà che l'accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti,
a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il
risultato che si determina nella scuola pubblica - e quindi nella
scuola tout court - è comunque di un orientamento culturale
nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non
condizionare i progetti educativi verso l'omologazione e quindi non
può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che
dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di
libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non
si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di
indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura
predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe
essere altrimenti - in questo bisogna riconoscere una coerenza e
persino una efficienza nel nostro sistema scolastico - considerando
l'attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a
cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.
La scuola in Italia è "comunista" non nel senso che gli
insegnanti sono "comunisti", politicamente di sinistra. Sarebbe il
meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista,
statalizzato quindi statalista, quasi "sovietico" nell'inseguire il
mito dell'eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al
pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità,
questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli
standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia
destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia
nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua
a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché
allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non
gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di
assolvere.
E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture
stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà?
Anche qui l'ipocrita risponde: "Va bene le scuole private, ma
fatevele da soli". Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago,
almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe
più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non
statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l'istruzione, ma
solo a chi sceglie il suo progetto formativo - bella libertà! - e
le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle
famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private
non abitano un contesto di reale competizione necessario a
migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più
ragionevole ed efficiente sarebbe la via "blairiana" di mettere
scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare
proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra
loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che
privati.