Liberalismo muscolare
di
Federico Punzi
| 9 febbraio, 2011
| 1 commento
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Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George
W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici
dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se
gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come
Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier
britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di
Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un
mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei
maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo.
Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero
del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A
venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh,
furono inizialmente le certezze della liberale Olanda.
In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto
processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005
sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano
cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti
su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e
integrati da più generazioni. A dire il vero, già prima di quel
tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo
ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in
discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza
di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia
dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori
- un po' sbiaditi - posti a fondamento delle nostre società
occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista
esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non
dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di
difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore
sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce,
annunciando l'avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo
«attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad
essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una
cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che
promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che
all'estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione
religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato - è il severo
bilancio di Cameron - abbiamo incoraggiato differenti culture a
vivere vite separate, lontane l'una dall'altra e da quella
principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società
alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato
che queste comunità segregate si comportassero in modi che
contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco
sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi
giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista
ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco,
siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle... Tutto
questo fa sì che alcuni giovani musulmani si sentano senza radici.
E la ricerca di qualcosa cui appartenere e di qualcosa in cui
credere può condurli all'estremismo».
Il multiculturalismo ha significato troppo spesso un regime di
doppia o multipla legalità, in cui tolleranza equivaleva a rimanere
indifferenti di fronte alla continua erosione di fette di legalità
da parte delle comunità islamiche, che impongono ai loro membri, e
soprattutto alle donne, dottrine e pratiche incompatibili con i
diritti che consideriamo universali. Moschee e centri religiosi
sono sorti nell'indifferenza, spesso guidati da autoproclamati imam
espressione di gruppi integralisti, che non di rado sono stati
elevati al rango di interlocutori istituzionali e vere e proprie
star televisive, nella ricerca affannosa di un dialogo con
un'illusione che si chiama islam moderato. Anziché integrare
individui abbiamo cercato di integrare le comunità nel loro
insieme; invece di assicurare libertà e diritti ai singoli, abbiamo
concesso ad esse, e ai loro dubbi rappresentanti, attenzioni e
benefici. Così, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo chiuso
un occhio su usanze e comportamenti contrari ai diritti individuali
e ai valori fondamentali del nostro vivere civile. E accusando di
"razzismo" chi chiedeva semplicemente il rispetto della legalità e
maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo
la possibilità di una vera integrazione fondata su un'identità
nazionale condivisa.
Occorre invertire la rotta, nelle politiche sociali così come in
politica estera, sottolinea Cameron: «Per prima cosa, invece di
ignorare questa ideologia estremista, noi - come governi e come
società - dobbiamo affrontarla, in tutte le sue forme. Secondo,
invece di incoraggiare la gente a vivere separata, abbiamo bisogno
di un chiaro senso di identità nazionale condivisa che sia aperta a
tutti... Abbiamo bisogno molto meno della tolleranza passiva degli
anni recenti e di un liberalismo molto più attivo, muscolare. Una
società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori
differenti. Ma io credo che un Paese veramente liberale fa molto di
più; crede in certi valori e li promuove attivamente. Libertà di
parola, libertà di culto, democrazia, stato di diritto, eguali
diritti senza distinzione di razza, sesso o sessualità. Esso dice
ai suoi cittadini, questo è ciò che ci definisce come società: per
appartenere a questo Paese bisogna credere in queste cose. Ora,
ciascuno di noi nel proprio Paese dev'essere inequivocabile e
determinato in questa difesa della nostra libertà».
Cameron ha quindi dichiarato guerra al relavitismo perbenista
dei valori. Una guerra che per quanto concerne la politica interna
si traduce nella fine dell'approccio multiculturale e permissivo
come architrave della convivenza tra diverse etnie e religioni. Per
esempio, dobbiamo interrogarci circa la compatibilità di qualsiasi
organizzazione a sfondo religioso con i nostri valori democratici:
«Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per
coloro che professano religioni diverse? Credono nell'eguaglianza
di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto
dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano
l'integrazione o il separatismo?». Bisogna rivedere politiche
troppo generose nel riconoscimento di un'integrazione e di una
cittadinanza che si rivelano all'atto pratico più formali che
sostanziali. Bisogna recuperare la dimensione dell'individuo come
soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche
incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo.
Altrimenti, il rischio è quello di trovarci di fronte a società
tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti
gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il
vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. Attraverso
l'obbligo per le donne musulmane di indossare il velo, per esempio,
il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico
dell'islam radicale si impone sui membri di quella comunità e sfida
apertamente i valori del liberalismo. Per quanto riguarda la
politica estera, Cameron vede una Gran Bretagna più che mai
impegnata nella promozione dei «diritti umani universali». E nella
recente crisi egiziana il primo ministro britannico è stato tra i
leader occidentali uno dei più netti nello schierarsi a favore
della transizione democratica, con parole inequivocabili. Il
premier conservatore sembra aver ripreso, declinandolo a suo modo,
quell'interventismo liberale in politica estera che da leader
dell'opposizione tanto aveva criticato nel suo predecessore, Tony
Blair, inducendo molti osservatori ad aspettarsi, con il suo
ingresso al numero 10 di Downing Street, una Gran Bretagna più
ritratta in se stessa che proiettata sulla scena
internazionale.
Con gli eventi egiziani di questi giorni è tornata d'attualità
la cosiddetta "Freedom Agenda", riposta nei cassetti troppo
frettolosamente per dimostrare quanto Bush e Blair avessero torto.
Un'agenda politica che a ben vedere non è stata inventata né da
Bush né da Blair - i quali certamente negli anni più recenti ne
sono stati i migliori interpreti - e alla cui urgenza è la realtà
oggi a richiamarci. E forse il discorso di Cameron è il primo
frutto di questo richiamo.
L'estremismo islamico è consapevole che in un clima di
appeasement da parte europea, l'intimidazione da una parte e la
dissimulazione dall'altra sono le tattiche migliori. Criticare
l'islam, dal volto apparentemente "moderato" nelle nostre città,
risulta scorretto politicamente. E' tutta qui la vulnerabilità
politica, ma prim'ancora culturale, dell'Europa rispetto, per
esempio, agli Stati Uniti. Alcuni leader sembrano averlo compreso.
Di Sarkozy sono ben note le posizioni intransigenti sul tema di una
vera integrazione all'insegna dei valori repubblicani e la Francia
è all'avanguardia, per esempio, per quanto riguarda la legislazione
sul velo islamico e i simboli religiosi. Di recente, non più di
quattro mesi fa, anche la cristiano-democratica Angela Merkel ha
parlato dell'approccio multiculturale in termini inequivocabili,
sancendo il suo «completo fallimento». E' questa la nuova
consapevolezza sui temi dell'integrazione e della cittadinanza che
si sta affermando nei maggiori Paesi europei, almeno sul lato
centrodestra. In Italia siamo presi da ben altri, spesso penosi,
dibattiti. Ma se era un centrodestra moderno ed europeo quello
aveva in mente Gianfranco Fini, con la sua svolta "buonista" e
politically correct su questi temi (che sembra in realtà rispondere
a logiche del tutto interne alla politica italiana) non poteva
allontanarsene di più. Questo è il tempo del liberalismo «vigoroso»
di Cameron.
FEDERICO PUNZI. Filoamericano e
liberomercatista nato a Roma il 15 luglio di 35 anni fa.
Giornalista pubblicista, ho iniziato da Radio Radicale, con la
quale ancora collaboro, curando una rubrica settimanale
sull'attività delle commissioni parlamentari. Breve ma intensa
parentesi all'agenzia di stampa "Il Velino", sotto la direzione di
Maurizio Marchesi. Scrivo di politica interna ma la mia passione è
la politica internazionale. Non riesco a staccarmi dal mio blog (http://jimmomo.blogspot.com/), che compilo dal
febbraio 2002 insieme a pochi altri pionieri del genere. Breve
parentesi politica nella direzione di Radicali italiani, a cui per
fortuna sono sopravvissuto senza troppi danni collaterali.