Ronald è l'America
di
Cristoforo Zervos
| 6 febbraio, 2011
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Scriveva Whitman in Prospettive democratiche: "La democrazia
politica, nel modo in cui esiste in America e con tutti i suoi mali
minacciosi però fornisce un tirocinio per creare uomini di prima
classe. E' una palestra di vita, non solo nel bene, ma di tutto. La
vita negli Stati Uniti è così impegnativa e così piena di
opportunità che gli americani migliori diventano atleti di libertà.
Conseguono le esperienze del combattimento, l'indurimento della
lunga campagna, e arrivano a fremere per l'attuazione delle loro
aspettative. L'America lotta per essere una nazione potente così da
poter rendere possibile il pieno fiorire degli individui "
Whitman, senza alcun dubbio, aveva capito ciò che molti analisti
della politica e della vita americana ancora oggi non hanno capito:
qualunque fossero i problemi della nazione "America", era proprio
nell'idealismo insito presente in quel nome la vera soluzione alla
superficialità borghese, al materialismo più sfrenato,
all'isolamento, al perbenismo e alla soggezione. Una nazione con un
sistema di obblighi (né pochi e né molti) che avevano spinto le
persone ad uscire dalle loro preoccupazioni limitate e banali per
alzare lo sguardo verso il futuro e la speranza. Un fuoco utopico
che ha "redento" il popolo nelle mille, ed anche imbarazzanti e
palesi, contraddizioni.
La forza, la grandezza e la ricchezza (anche con la crisi)
americane non sono però frutto di un caso o diretta conseguenza di
un disegno divino. Mai come in questo caso il vecchio
proverbio "aiutati che Dio ti aiuta" è mai stato così valido perché
l'essenza americana è l'opera collettiva di milioni di
persone tenute insieme non da radici, religioni o cultura
(troppo pochi secoli di vita), ma bensì da una esperienza storica
fondata su un sistema di governo funzionale ed efficace, una
economia dinamica - anche oggi nonostante i problemi ben visibili -
ed un modo di vivere che gli americani chiamano American way of
life, una filosofia che ha animato questa nazione e che ha
dato vita a questo straordinario esperimento. Ed è proprio grazie a
questo carattere "sperimentale", quanto eccezionale di questo nuovo
Stato, che si può capire come un attore di Hollywood, Ronald
Reagan, sia poi riuscito a diventare uno dei presidenti più amati,
ed influenti a livello globale, di questo straordinario paese.
Nel 1980, sull'onda di una crisi economica molto forte, Reagan
sconfisse il presidente in carica Jimmy Carter. Sulla spinta del suo
successo, in quella stessa tornata elettorale, il Partito
Repubblicano conquistò il controllo del Senato per la prima volta dopo
26 anni e riuscì a ridurre la maggioranza democratica alla
Camera dei Rappresentanti. Da allora quel tipo di politica
economica e quella estera formarono la base del movimento conservatore
americano.
Reagan incarnava la difesa dell'interesse nazionale in politica
estera e la fede nella libertà economica. Fu l'uomo del taglio
dell'imposta sul reddito, della riduzione dei tassi d'interesse e
della vittoria della "guerra fredda" contro l'ex Unione
Sovietica.
Grande comunicatore parlava dell'America e dei valori che
l'avevano resa grande, quell'incredibile esperimento tutto
riassunto in quella carta costituzionale definita working
expedient e poggiante sui tre ordinamenti: il legislativo,
l'esecutivo ed il giudiziario.
Così il federalismo, il presidenzialismo, i diritti individuali
e la democrazia politica hanno costituito il quadro politico e
storico entro cui gli Stati Uniti si sono potuti felicemente
caratterizzare e di cui Reagan ne fu felice esecutore.
I suoi avversari, che lo accusavano di semplicismo, non
riuscirono a capire la fede incrollabile "dell'uomo" nei valori
fondanti della democrazia e "dell'ideale americano". L'ottimismo,
la fiducia nel futuro e la consapevolezza di riuscire a cambiare il
destino erano alla base del suo messaggio, cioè che il sogno
americano non era finito. Fu proprio grazie a questa fede
incrollabile che Reagan riuscì a tradurre risultati eccezionali in
politica estera grazie al programma SDI ("Strategic Defense
Initiative"), iniziativa di difesa strategica che fece capitolare
l'Unione Sovietica e con se il comunismo.
Nella "domestic policy" non fu da meno. Grazie ad uno
stimulus di tagli sulle aliquote (le porto al 28% dopo la
sconsiderevole politica fiscale di Carter), ridiede fiducia negli
americani, favorì lo sviluppo sul lavoro ed aumentò
considerevolmente il gettito gravando di pochissimo sul disavanzo
pubblico (dal 2,7 al 2,9%). Fu proprio grazie a questa lungimiranza
che l'America si rimise in moto dando il via ad una escalation
economica senza precedenti: in sette anni circa un terzo della sua
intera ricchezza.
In definitiva gli anni di Reagan rappresentarono quanto di più
concreto possa fare una economia basata sul libero mercato, un
modello di politica economica liberista, modelli che l'America e
l'Europa di oggi sembrano aver drasticamente dimenticato. Ma è
proprio su quella esperienza di successo, e sulla incrollabile fede
nell'esperimento, su cui noi tutti dovremo soffermarci
cercando di carpirne lo spirito e la concretezza. Mai come oggi,
l'attuale amministrazione statunitense e l'Europa tutta, ne avrebbe
bisogno.L'America certo non è il paradiso in terra e gli Stati
Uniti rimangono, ancora oggi, un paese con forti contraddizioni. Al
tempo stesso però gli USA sono una grande ed affascinante realtà da
cui imparare ed è proprio in questo "chiaroscuro caravaggesco" che
si racchiude la grande forza "sperimentale" di
questa nazione, ove Ronald Reagan ha saputo essere grande e
concreto traduttore per l'occidente.