Il cielo d'Irlanda
di
Salvatore Antonaci
| 27 febbraio, 2011
| 3 commenti
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Mai come questa volta sondaggi ed indagini pre-elettorali si
sono rivelati veritieri e precisi nell'indicare le dimensioni
dello spettacolare rovesciamento di fronte avvenuto nelle
urne irlandesi.
Al termine dello scrutinio mancano ancora, per la verità, i dati
di 5 delle 43 constituencies e l'attribuzione di 15 seggi residui,
ma i giochi sono oramai fatti e la ridda di commenti si è già
scatenata come pure la corsa a disegnare futuri scenari, tutti
piuttosto fumosi, soprattutto in merito alle policies da attuare
per traghettare l'isola di smeraldo fuori da una tempesta quasi
senza precedenti. Perlomeno negli ultimi decenni, visto che di
vicissitudini tristi e sanguinose è piena la storia d'Eire.
Dunque, a tentare di pilotare la nave nei prossimi cinque anni
sarà Enda Kenny, leader del partito trionfatore nelle urne, il Fine
Gael che, forte dei suoi circa 75 seggi, diventa di gran lunga la
forza più rappresentata nel prossimo Dail. Affiliato al PPE, il FG
può essere definito un partito conservatore centrista anche se, in
anni non remoti, i suoi dirigenti affermavano di ispirarsi alla
socialdemocrazia. Pur prevalendo, all' interno, l'anima
democristiana, tuttavia, la legge sul divorzio e una discussione
sulla regolamentazione delle unioni civili portano la firma dell'
ultimo Premier FG, John Bruton. Non solo, la stessa riforma fiscale
che abbassò la pressione fiscale sulle imprese sino al 12,5%,
contribuendo all'avvio del boom economico di fine millennio ha
la stessa matrice. Molto pragmatismo, dunque, risorsa
assai preziosa visto l'arduo compito da svolgere.
D'altronde, si affrettano a ricordare diversi commentatori,
anche le precedenti esperienze governative del FG avevano per
compagna d'avventura la dura legge della necessità. Se non altro
l'esperienza ed i nervi saldi non dovrebbero venire a mancare. Il
dettaglio non trascurabile è che, per costituire una nuova
compagine ministeriale occorrerà ricorrere ad una coalizione, forse
con gli indipendenti, molto più probabilmente con i laburisti, al
loro zenit di consensi raccolti.
Il partito di Eamon Gilmore aveva chiesto agli irlandesi di non
affidare tutto il potere nelle mani di un solo contendente. Ed è
stato accontentato, visto che il FG si è fermato ad una manciata di
seggi dalla maggioranza assoluta (fissata a quota 84) e lo stesso
Labour, con oltre 35 postazioni conquistate va oltre il proprio
massimo storico di 33 che nel 1992 consentì il ritorno nella stanza
dei bottoni in partnership col Fianna Fail. Impressionante, in
particolare, lo score dublinese: ben 18 seggi sui 47
disponibili.
Accomunati nella critica all'accordo sottoscritto dal precedente
Esecutivo con l'UE e il FMI per salvare dal default il sistema
creditizio irlandese, i due vincitori della contesa dovranno ora
fronteggiare l'umore ribollente dell'opinione pubblica. Rischiando,
magari, di restare col cerino in mano. Eh sì, perchè una semplice
rinegoziazione di alcuni punti dell'accordo potrebbe non bastare a
chi si è visto bruscamente decurtare il tenore di vita nell'arco di
pochi mesi. A ben guardare, il motivo principale del rigetto che ha
sommerso il Fianna Fail, vero parafulmine di questa campagna
d'inverno.
Conscio di dover sostenere il ruolo di vittima sacrificale, il
più assiduo detentore della carica di Taoiseach(Primo Ministro),
con 61 anni su 79 di esistenza, ha provveduto ad un vano tentativo
cosmetico scegliendosi un nuovo presidente, Michael Martin, buon
oratore che nulla ha, però, potuto per arginare l'onda di tsunami.
Basti pensare che dei 13 seggi dublinesi il FF ha ritenuto a stento
solo quello del Ministro delle Finanze uscente, Brian Lenihan. La
dirotta non è stata meno catastrofica nel resto del paese: dei 78
deputati della vigilia, solo una 20 sopravviveranno alla mattanza.
Mai visto un avvenimento simile: gli esperti trovano come pietra di
paragone solamente la scomparsa del partito patriottico agli albori
della storia repubblicana. E non fu, va detto, un evento foriero di
momenti particolarmente allegri. Quel che è sicuro, nei prossimi
mesi le nuove leve dovranno sostenere un durissima lotta per la
sopravvivenza politica con lo spettro concreto della totale
irrilevanza.
Chi, di certo, non correrà questo rischio è il terzo vincitore
indiscusso di ieri: il Sinn Fein di Jerry Adams. Triplicando i
seggi, il partito delle "32 contee"(le 26 tradizionali del paese
più le 6 dell'Ulster) si candida a protagonista assoluto
dell'opposizione, respingendo il deal con l'UE ed, anzi,
attivandosi a combattere con tutte le armi, per fortuna pacifiche,
la battaglia per uno sganciamento irlandese dalla stessa entità
continentale, non più una mera utopia, considerando l'impopolarità
crescente della moneta unica e delle istituzioni comunitarie
tutte.
A competere su queste issues sarà pure la sinistra radicale che
rientra in gioco con 4 eletti, risultato ottimo, visto che il
cartello raggruppante tre movimenti extraparlamentari distinti (il
Partito Socialista, la People Before Profit Alliance e il Workers
and Unenployed Action Group) riuniti sotto l'acronimo ULA
(United Left Alliance) ha avuto solo poche settimane per
prepararsi al voto, non riuscendo nemmeno a registrare la sigla
presso la commissione elettorale nazionale. Il programma
promette socialismo a tutto spiano con allargamento del welfare e
fine dei tagli imposti da Bruxelles. ricetta che rischia di essere
piuttosto popolare anche nell' immediato futuro.
Brevissima citazione, infine, anche per i defunti: scompaiono
dopo diversi anni i Verdi, né si vede come potranno recuperare
visto l'azzeramento della rappresentanza, frutto, dicono i
maggiorenti, del patto faustiano di governo col FF.
Riassumendo, possiamo dire che le incognite restano ancora
l'unica certezza in campo. Oltre, naturalmente, alla pioggia.