Il 22esimo censimento degli Stati Uniti, compilato nel 2000 dal
Bureau of the Census, ha contato a Tampico, un paesello di un
chilometro quadrato secco di superficie sperduto nella contea di
Whiteside, nello Stato dell'Illinois, 205 famiglie per totali 772
abitanti. Quando un secolo fa come domani, il 6 febbraio 1911, in
un modesto appartamento al secondo piano dell'edificio che ospitava
la banca locale vi nasceva Ronald Wilson Reagan, sangue
scoto-irlandese nelle vene, dovevano probabilmente abitarvi quattro
gatti.
Ma nulla è impossibile. Rivolgendosi a un gruppo di studenti
conservatori e di possibili nuove leve del Partito Repubblicano
all'inizio degli anni 1990, Ron Robinson, presidente della Young
America's Foundation (YAF) di Herndon in Virginia, ebbe a definire
Reagan il più grande presidente americano di tutti i tempi. A chi
lo rintuzzò con i bei nomi di George Washington (1732-1799), Thomas
Jefferson (1743-1826), John Adams (1735-1826), Andrew Jackson
(1767-1845), Abraham Lincoln (1809-1865), Franklin D. Roosevelt
(1882-1945) e persino il "mito" JFK (1917-1963), Robinson rispose
tranquillo che Reagan è stato superiore poiché come quei leader
massimi della democrazia statunitense ha "creato" e conservato il
Paese, ma in più ha dovuto fare i conti, come nessuno dei
predecessori, con la più crudele e durevole ideocrazia, il
comunismo sovietico, che mai occhio umano avesse fino ad allora
contemplato. Vincendo. «Il comunismo - disse Reagan nel maggio 1975
alla radio - «non è né un sistema economico né un sistema politico:
è una forma di pazzia, un'aberrazione temporanea che un giorno
scomparirà dalla Terra poiché è contrario alla natura umana». Non
era la visione di un esaltato, ma la lucida percezione, più e più
volte riaffermata in decine di discorsi e d'interventi, che il
confronto in corso con l'Unione Sovietica era di natura anzitutto
morale, persino spirituale, fra la possibilità concreta di un
ordine sociale dove l'uomo potesse essere fino in fondo se stesso e
la prospettiva dell'"inferno terrestre". E questa chiarezza, che lo
portò a una determinazione con pochi pari ma sempre il sorriso, ma
sì, caritatevole, sulle labbra, Reagan non se la studiò a bella
posa nei fasti di Hollywood. Derivava da una precisa tradizione
culturale, aveva dei maestri, contava persino dei seguaci.
Non si spiegherebbe altrimenti perché nel 1998 Ron Robinson si è
preso la briga di acquistare la casa di campagna della famiglia
Reagan, il "Rancho del Cielo" in California, facendone un centro di
addestramento per le nuove generazioni che la YAF forma vuoi sui
testi classici di un Russell Kirk (1918-1994), il padre della
rinascita conservatrice americana nella seconda metà del Novecento
che insegnava la dignità del sentirsi occidentali poiché grandi
europei figli di Gerusalemme, Atene e Roma, vuoi alla scuola di
consumati maestri della politica, sia vecchi (l'ex vicepresidente
Dick Cheney), sia nuovi (Sarah Palin).
Del resto quel ranch ameno sulle Santa Ynez Mountains, a nordovest
di Santa Barbara, che Ronnie regalò alla moglie Nancy vedendoci un
pezzo di paradiso in Terra, è il monumento imperituro alla maggiore
misura di governo adottata da Reagan, il taglio delle tasse operato
il 13 agosto 1981. Il più grande della storia degli Stati Uniti.
Seduto jeans e stivali sulla sedia di vimini che dalla
soglia dominava l'intera sua proprietà, Reagan firmò la riforma del
Codice della entrate datato 1954 che innescò una riduzione delle
imposte sui redditi del 23% in tre anni. In cinque anni vennero
quindi cancellati 150 miliardi di dollari in imposte sugl'immobili
e gabelle sborsate da società e corporation, e così nel 1986 il
prelievo annuo effettuato dall'erario nelle tasche degli americani
si smagrì di 200 miliardi di dollari. Più liquidi a disposizione,
risparmio sicuro, incentivi "naturali" alla produzione: in una
formula, Stato federale più leggero e più libertà d'intrapresa. La
chiamarono "Reaganomics", era la scuola detta del "Supply-side"
elaborata da Robert Mundell, Arthur B. Laffer e Jude T. Wanniski
(1936-2005). Fece il giro del il mondo, e lo conquistò. La botta
finale ai sistemi collettivisti imperniati sull'economia comandata
che sarebbero crollati a fine decennio iniziò, senz'averne l'aria,
sulle verdi collinette della sierra californiana.
Adorava, Reagan, scorrazzare a cavallo per quei suoi 688 acri
(poco meno di 2700 volte il villaggio che gli aveva dato i natali)
acquistati quando era governatore della California, al secondo
mandato. Ci portò pure la regina Elisabetta prestandole la sella
preferita della sua sontuosa collezione, un gran lavoro di
artigianato italiano - a dire che se i butteri maremmani sono i
cow-boy originali, Oltreoceano è stato il presidente dei
presidenti a insignire degli speroni d'oro il nostro Stivale.
Ospitò varie volte pure Margaret Thatcher e poi Mikhail S.
Gorbacëv. Chissà se ha mostrato loro quell'albero sulla cui
corteccia con il temperino incise un cuore trafitto attorno alle
iniziali dell'amata moglie e sue, come uno scolaretto qualunque,
lui che è stato il più grande presidente degli Stai Uniti.
Nel 2007, o forse era il 2008, Charles W. Dunn, decano della
Regent School of Government di Virginia Beach, una delle cui
specialità è la storia dell'istituzione presidenziale statunitense,
iniziò una delle sue magistrali lecture di fronte a una platea di
young leader e notabili della cosiddetta "società civile" di mezzo
mondo (dal Nepal alla Nigeria, dal Sudamerica all'Australia)
lanciando un sondaggino. Chiese a quel mezzo mondo lì riunito quale
fosse il più grande presidente degli Stati Uniti. Mise nel cappello
tutti i nomi dei padri e dei protettori della patria, ma vinse
ancora Reagan. Perché Reagan è il campione tanto degli americani
quanto degli stranieri? La soluzione sta all'ultima riga di questo
ricordo.
Quando Reagan se ne andò, il 5 giugno 2004, non sapeva nemmeno più
lui chi era, l'Alzheimer lo divorava da anni. Che storia, salvi il
mondo e nemmeno te ne ricordi; addirittura, alla donna che ha dato
senso alla tua vita un giorno chiedi: "Ma noi non ci siamo già
visti da qualche parte?".
Reagan ha fatto l'attore, sembrava un cow-boy e da
presidente ha sconfitto l'"impero del male". Questa storia la
conosciamo tutti, un po' meno come ci sia arrivato.
Dalla remota provincia dell'Illinois Reagan sbarcò nella
tentacolare Los Angeles in cerca del "sogno americano" dopo avere
fatto il bagnino ed essersi fatto un po' le ossa con la radio.
Bello, asciutto, aitante, si buttò nel cinema. Niente di davvero
memorabile, bisogna dirlo, anche se la sua recitazione era
impeccabile. Imparò lì però a rivolgersi direttamente al pubblico
solleticandone le corde più sensibili. Una tecnica di comunicazione
che oggi, se la vuoi imparare, negli States paghi profumati
dollaroni a fior di professionisti che t'insegnano a fare come
faceva lui.
A Hollywood, peraltro, fece più il sindacalista che l'attore,
divenendo presidente della Screen Actors Guild per ben due volte
dal 1947 al 1952 e dal 1959 al 1960. Erano gli anni della "paura
rossa". La Cortina di ferro era calata nel 1946, dal 1938 (e
proseguì fino al 1975, pur avendo cambiato nome nel 1969) operava
il Comitato della Camera federale sulle attività antiamericane
("un-american", in originale, è espressione ancora più forte), poi
venne il maccartismo e si vedevano spie sovietiche dappertutto.
Cioè dove non c'erano, ma anche dove ce n'erano. D'infiltrati
comunisti negli Stati Uniti, infatti, se ne sono nei decenni
seguenti scoperti parecchi, persino ad altissimi livelli della
politica, Alger Hiss (1904-1996) per tutti, e l'azione
d'intelligence messa in campo dai servizi di sicurezza statunitensi
nota come "Venona Project" ha finito per dare ragione al
bistrattato senatore Joseph R. McCarthy (1908-1957): non alle sue
esagerazioni, ma alla sua battaglia sì. Reagan iniziò a combattere
il comunismo lì, divenendo confidente dell'FBI ma senza mai
spiattellare al pubblico ludibrio nomi e cognomi di possibili barbe
finte. Consigliò di adottare contromisure, per esempio un impegno
solenne di non-comunismo per gl'iscritti al sindacato (17 novembre
1947).
Non erano tempi belli, quelli, quantomeno un numero enorme di
americani si sentiva in diritto di non dormire sonni tranquilli.
Frank S. Meyer (1909-1972), ex comunista reclutatore di comunisti
fra gli studenti, quando mollò tutto per poi unirsi ai conservatori
della National Review di William F. Buckley jr.
(1925-2008) prese a dormire di giorno in una casa persa nei boschi
vegliando di notte con moglie (ex comunista pure lei) e carabina al
fianco: era certo che lo avrebbero fatto fuori. Whittaker Chambers
(1901-1961), altra ex spia di Mosca, nel mastodontico
Witness (1952) vuotò il sacco scatenando un putiferio
dentro il Dipartimento di Stato. Oggi l'invasione del sacro suolo
americano è un idea che sopravvive solo nei videogiochi, ma
all'epoca pareva ad horas. James Burnham (1905-1987),
l'ennesimo ex comunista passato nell'esercito dei conservatori,
aveva gli strumenti per comprendere tutto anzitempo (la
perniciosità del comunismo e l'ambiguità degli ascari tecnocrati) e
su National Review s'inventò una column
profetica, "La terza guerra mondiale". Witness di Chambers
si apre con una commovente Letters to My Children in cui
l'autore, certo della prossima vittoria del comunismo, prova a
rinfrancare lo spirito dei suoi rampolli, il primogenito dei quali
era scampato all'aborto che i compagni volevano imporre alla
signora Esther Shemitz Chambers (1900-1986). Nel libro Whittaker ha
scritto: «Pochi uomini sono tanto ottusi da non rendersi conto che
la crisi esiste e che in ogni momento essa minaccia le loro
esistenze. È uso comune definirla una crisi sociale. Ma si tratta
di fatto di una crisi totale: religiosa, morale, intellettuale,
sociale, politica ed economica. È uso comune definirla una crisi
del mondo occidentale. Ma di fatto interessa il mondo intero. Di
per sé, il comunismo, che pretende di esser una soluzione della
crisi, ne è un sintomo e un eccitante». E l'altro ex, Meyer, ebbe
occasione di precisare: «Viviamo nel mezzo di una rivoluzione
diretta a distruggere la civiltà occidentale. Per definizione, i
conservatori sono i difensori di quella civiltà; e in un'epoca
rivoluzionaria ciò significa che essi sono, e debbono essere,
controrivoluzionari».
La battaglia spirituale contro il comunismo Reagan la imparò da
loro, e la portò dentro la Casa Bianca, e da lì nel mondo intero,
scrollandosi di dosso, quando fu eletto per la prima volta alla
presidenza nel 1980, la paralisi anzitutto morale che aveva
incapacitato gli Stati Uniti con Jimmy Carter, dal 1976. A Burnham
nel 1983 e a Chambers nel 1984 (postuma) Reagan tributò la
Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile
statunitense. Di cui il 20 giugno 1985 volle insignire pure l'oggi
beata Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), dicendo: "Questa è la
prima volta che consegno la Medaglia della Libertà con la
sensazione che chi la riceve la porterà a casa, la fonderà e la
trasformerà in qualcosa che possa essere venduto per aiutare i
poveri". La responsabilità sociale di quel capitalismo che per
Reagan era uno dei segni della superiorità etica dell'Occidente
rispetto al marxismo-leninismo.
In gioventù Reagan s'iscrisse al Partito Democratico, ma
all'inizio degli anni 1940 capì che l'asinello non era il destriero
migliore per portare lontano i "valori americani" e si risolse per
una cavalcatura più robusta, l'elefante dei Repubblicani. Allora,
il Grand Old Party non era un partito di destra. Per certi aspetti
restava vero che, specie in provincia, erano più conservatori certi
Democratici, ma qualcosa stava cambiando anche nel vecchio partito
industriale e nordista di Lincoln. C'era appena stata la cavalcata
del lone rider senatore Robert A. Taft (1889-1953), che
aveva rotto il consenso comune osando definirsi, per primo dentro
il GOP, un conservatore. Ed era in corso la grande offensiva di
quell'altro cow-boy che veniva dall'Arizona, il "folle"
Barry M. Goldwater (1909-1998), detestato
dall'establishment Repubblicano ma capace finalmente
d'infiammare la "piazza" conservatrice in cerca di rappresentanti
politici. Fu qui che Reagan ci mise del suo, ribaltando ancora una
volta il mondo così come lo si era fino ad allora conosciuto.
Goldwater si schiantò contro la macchina da guerra elettorale
Democratica nelle elezioni del 3 novembre 1964, assaggiando in
prima persona il ferro delle postazioni mass-mediatiche nemiche. Ma
fu una sconfitta vittoriosa, come bene ha ricostruito a decenni di
distanza l'anziano e arzillo ambasciatore John William Middendorf
II in Glorious Disaster: Barry Goldwater's Presidential
Campaign and the Origins of the Conservative Movement (Basic
Books, New York 2006). La spettacolare "crociata" di Goldwater
riuscì infatti ad amalgamare in un progetto "fusionista" le varie
anime della Destra statunitense, guadagnò al GOP un numero inedito
di sostegni negli Stati del Sud avversi per principio al "partito
di Lincoln" e impresse per la prima volta ai Repubblicani una
virata verso destra che era una sfida pronta per essere raccolta.
Lo fece Reagan. In campagna elettorale aveva definito l'appoggio a
Goldwater "Il momento della scelta", decisiva, come recita il
titolo del suo famosissimo discorso televisivo (detto "The Speech"
per eccellenza) del 27 ottobre. A sconfitta vittoriosa ancora
calda, sulle pagine di National Review del 1° dicembre
(commentando assieme a George Bush padre, John Davis Lodge
[1903-1985], Russell Kirk e il politologo, ex socialista ora
seguace di Eric Voegelin [1901-1985], Gerhart Niemeyer
[1907-1997]), Reagan si dette volontario, apostrofando come
«traditori» i dirigenti del GOP che avevano voltato le spalle a
Goldwater. Reagan non lascò il Partito Repubblicano come lo aveva
trovato. E nemmeno il mondo.
Investì sulla strategia Goldwater, la consolidò, la cesellò
(pas d'ennemis à droite), fece entrare
anche i neocon di cui intuì il gran "realismo idealista"
in politica estera frutto di un passato di sinistra convertitosi ai
"valori americani" e non scordò neppure il côté classico,
più tradizionalista, ottimo per la politica domestica. Sedici anni
dopo - anni in cui Reagan lavorò sottotraccia investendo su di sé
anche attraverso due mandati alla guida della California - la
ricetta funzionò: il tritatutto della "New Right" per tempo
allenata ed educata portò Reagan alla Casa Bianca e il
conservatorismo dentro di essa, la "città sulla collina" da cui
combattere la battaglia morale e spirituale di sempre contro Mosca.
Biografando Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) nel libro Sua
Santità (Rizzoli, Milano 1996) Carl Bernstein e Marco Politi
iniziano a raccontare la santa alleanza anticomunista creatasi in
quegli anni fra il Pontefice polacco e il presidente americano
protestante che guardava con attenzione al messaggio di Fatima
sulla Russia (citò persino il potere della preghiera dei pastorelli
veggenti in un discorso al parlamento portoghese, il 9 maggio 1985)
e che finalmente regolarizzò i rapporti diplomatici con la Santa
Sede, nominando il primo ambasciatore in Vaticano. Accadde nel
1984, era il suo ottimo amico William A. Wilson e l'11 febbraio
1981 (praticamente uno dei primi atti di governo del neoletto
Reagan) era già stato nominato rappresentante personale del
presidente al Cupolone.
Libri su quasi ogni anfratto della personalità, della carriera e
della presidenza di Reagan ne esistono (negli Stati Uniti) a iosa.
Ma è tutta pula se non si apprezza il sacro, unico fuoco che gli è
sempre arso in petto, cioè il mito sfacciato della superiorità
totale del "sogno americano" in cui riponeva fede tetragona.
Questo: "Il sogno americano è che ogni uomo debba essere libero di
diventare ciò che Dio intende egli debba diventare". Reagan lo
disse che era governatore della California. Studiava da miglior
presidente della storia americana, là nel "Rancho del Cielo" dove
sul comodino della camera da letto riposa ancora la Bibbia
che divideva con Nancy.