Il cielo d'Irlandafeb27

Il cielo d'Irlanda

Mai come questa volta sondaggi ed indagini pre-elettorali si sono rivelati veritieri e precisi nell'indicare le dimensioni dello  spettacolare rovesciamento di fronte avvenuto nelle urne irlandesi.

Al termine dello scrutinio mancano ancora, per la verità, i dati di 5 delle 43 constituencies e l'attribuzione di 15 seggi residui, ma i giochi sono oramai fatti e la ridda di commenti si è già scatenata come pure la corsa a disegnare futuri scenari, tutti piuttosto fumosi, soprattutto in merito alle policies da attuare per traghettare l'isola di smeraldo fuori da una tempesta quasi senza precedenti. Perlomeno negli ultimi decenni, visto che di vicissitudini tristi e sanguinose è piena la storia d'Eire.

Dunque, a tentare di pilotare la nave nei prossimi cinque anni sarà Enda Kenny, leader del partito trionfatore nelle urne, il Fine Gael che, forte dei suoi circa 75 seggi, diventa di gran lunga la forza più rappresentata nel prossimo Dail. Affiliato al PPE, il FG può essere definito un partito conservatore centrista anche se, in anni non remoti, i suoi dirigenti affermavano di ispirarsi alla socialdemocrazia. Pur prevalendo, all' interno, l'anima democristiana, tuttavia, la legge sul divorzio e una discussione sulla regolamentazione delle unioni civili portano la firma dell' ultimo Premier FG, John Bruton. Non solo, la stessa riforma fiscale che abbassò la pressione fiscale sulle imprese sino al 12,5%, contribuendo all'avvio del boom economico di fine millennio ha la stessa matrice. Molto pragmatismo, dunque, risorsa assai preziosa visto l'arduo compito da svolgere.

D'altronde, si affrettano a ricordare diversi commentatori, anche le precedenti esperienze governative del FG avevano per compagna d'avventura la dura legge della necessità. Se non altro l'esperienza ed i nervi saldi non dovrebbero venire a mancare. Il dettaglio non trascurabile è che, per costituire una nuova compagine ministeriale occorrerà ricorrere ad una coalizione, forse con gli indipendenti, molto più probabilmente con i laburisti, al loro zenit di consensi raccolti.

Il partito di Eamon Gilmore aveva chiesto agli irlandesi di non affidare tutto il potere nelle mani di un solo contendente. Ed è stato accontentato, visto che il FG si è fermato ad una manciata di seggi dalla maggioranza assoluta (fissata a quota 84) e lo stesso Labour, con oltre 35 postazioni conquistate va oltre il proprio massimo storico di 33 che nel 1992 consentì il ritorno nella stanza dei bottoni in partnership col Fianna Fail. Impressionante, in particolare, lo score dublinese: ben 18 seggi sui 47 disponibili.

Accomunati nella critica all'accordo sottoscritto dal precedente Esecutivo con l'UE e il FMI per salvare dal default il sistema creditizio irlandese, i due vincitori della contesa dovranno ora fronteggiare l'umore ribollente dell'opinione pubblica. Rischiando, magari, di restare col cerino in mano. Eh sì, perchè una semplice rinegoziazione di alcuni punti dell'accordo potrebbe non bastare a chi si è visto bruscamente decurtare il tenore di vita nell'arco di pochi mesi. A ben guardare, il motivo principale del rigetto che ha sommerso il Fianna Fail, vero parafulmine di questa campagna d'inverno.

Conscio di dover sostenere il ruolo di vittima sacrificale, il più assiduo detentore della carica di Taoiseach(Primo Ministro), con 61 anni su 79 di esistenza, ha provveduto ad un vano tentativo cosmetico scegliendosi un nuovo presidente, Michael Martin, buon oratore che nulla ha, però, potuto per arginare l'onda di tsunami. Basti pensare che dei 13 seggi dublinesi il FF ha ritenuto a stento solo quello del Ministro delle Finanze uscente, Brian Lenihan. La dirotta non è stata meno catastrofica nel resto del paese: dei 78 deputati della vigilia, solo una 20 sopravviveranno alla mattanza. Mai visto un avvenimento simile: gli esperti trovano come pietra di paragone solamente la scomparsa del partito patriottico agli albori della storia repubblicana. E non fu, va detto, un evento foriero di momenti particolarmente allegri. Quel che è sicuro, nei prossimi mesi le nuove leve dovranno sostenere un durissima lotta per la sopravvivenza politica con lo spettro concreto della totale irrilevanza.

Chi, di certo, non correrà questo rischio è il terzo vincitore indiscusso di ieri: il Sinn Fein di Jerry Adams. Triplicando i seggi, il partito delle "32 contee"(le 26 tradizionali del paese più le 6 dell'Ulster) si candida a protagonista assoluto dell'opposizione, respingendo il deal con l'UE ed, anzi, attivandosi a combattere con tutte le armi, per fortuna pacifiche, la battaglia per uno sganciamento irlandese dalla stessa entità continentale, non più una mera utopia, considerando l'impopolarità crescente della moneta unica e delle istituzioni comunitarie tutte.

A competere su queste issues sarà pure la sinistra radicale che rientra in gioco con 4 eletti, risultato ottimo, visto che il cartello raggruppante tre movimenti extraparlamentari distinti (il Partito Socialista, la People Before Profit Alliance e il Workers and Unenployed Action Group) riuniti sotto l'acronimo ULA (United  Left Alliance) ha avuto solo poche settimane per prepararsi al voto, non riuscendo nemmeno a registrare la sigla presso la commissione elettorale nazionale. Il  programma promette socialismo a tutto spiano con allargamento del welfare e fine dei tagli imposti da Bruxelles. ricetta che rischia di essere piuttosto popolare anche nell' immediato futuro.

Brevissima citazione, infine, anche per i defunti: scompaiono dopo diversi anni i Verdi, né si vede come potranno recuperare visto l'azzeramento della rappresentanza, frutto, dicono i maggiorenti, del patto faustiano di governo col FF.

Riassumendo, possiamo dire che le incognite restano ancora l'unica certezza in campo. Oltre, naturalmente, alla pioggia.

Giù la maschera

Alla fine la maschera è caduta. L'amministrazione Obama smetterà di difendere nelle corti federali il "Defense of Marriage Act", la legge federale del 1996 che riconosce come matrimonio soltanto quello contratto tra un uomo e una donna. Ad annunciarlo, nel bel mezzo della battaglia sui tagli al budget e della crisi nordafricana, è stato il ministro della Giustizia, Eric Holder, che ha scritto una lunga lettera al Congresso...

Ci leggonofeb25

Ci leggono

"Ho avuto l'offerta di rifare la mia vecchia rubrica Radio Londra e l'ho accettata". Così Giuliano Ferrara ha confermato il suo ritorno sulle reti Rai con il programma "Radio Londra", trasmissione che andrà in onda su Rai1 tra il Tg1 delle 20 e "Affari Tuoi". Il programma dovrebbe esordire entro marzo.

L'altro silenzio

Per due giorni la sinistra italiana ha chiesta al Presidente del Consiglio una dichiarazione sui fatti libici. Poi, una volta arrivata, ha spaccato il capello in quattro su quanto successo nei mesi scorsi, dimenticandosi ovviamente degli anni in cui governava.

Fatta la tara politica a dichiarazioni di maggioranza e opposizioni c'è pero una cosa che nessuno ha detto e cioè che la vera anomalia, qui, si chiama Barack Obama.

Non una parola, non una dichiarazione, un gesto, anche simbolico, per dire cosa la superpotenza americana pensa di quanto sta accadendo al regime di Gheddafi.

C'era una volta un texano magari antipatico, magari poco fine, magari facilone ma che aveva certamente il dono della chiarezza e della coerenza. Quel texano sarebbe stato con i manifestanti e contro il regime libico perché già nel 2003 aveva detto in termini inequivoci che quel colonnello lì non era né uno statista, né un amico.

Negli anni del texano, il nostro centrosinistra era sempre pronto a spiegare al mondo e in Europa perché non dovevamo stare senza se e senza ma con gli Stati Uniti. E la guerra per la liberazione dell'Iraq portava la gente in piazza e le bandiere della pace alle finestre.

Poi arrivò il messia di Chicago e cambiò, all'improvviso, la narrativa sulle questioni americane. Ci sarebbe piaciuto, per quel po' di coerenza che si richiede a chi vorrebbe governarci, che spendessero due-paroline-due per l'unico Premio Nobel per la Pace incapace di dire qualcosa mentre un tiranno bombarda il suo popolo.

Mediatico Giudiziariofeb22

Mediatico Giudiziario

Nel 1995, per esempio, entra in Forza Italia, Giovanni Mercadante, senza che nessuno dica niente sulla sua stretta parentela con il boss di Prizzi (legato a Provenzano), Tommaso Cannella. Il risultato è che Mercadante passa dal comune alla regione e infine approda nelle patrie galere.

Big Society. Sorry?

È una questione di priorità. Per il Primo ministro conservatore David Cameron è la Big Society, punto centrale del manifesto politica presentato nel corso della campagna elettorale della scorsa primavera. Cosa sia di preciso non si sa e anche per questo è una priorità: nel senso che qualche chiarimento farebbe comodo, anzitutto allo stesso Cameron che non si è ancora scrollato di dosso quell'aurea un po' fumosa che lo accompagna da tempo, ormai.

Tant'è: lunedì di fronte ad una platea fatta di gente che si rimbocca le maniche nel sociale, accompagnata da alcuni imprenditori che operano in questo settore, ha fatto sapere che per lui è un "dovere" quello di sistemare la cose in Gran Bretagna che va al di là delle tante critiche sollevate dai piani economici, tra spese tagliate e tasse in aumento. Il dovere di ridurre il debito pubblico passa da qui, oltre che dalla manovra di 113 miliardi di pound varata negli scorsi mesi sotto la regia del Chancellor George Osborne. E se alcuni servizi non potranno essere adeguatamente prestati dallo Stato, tanto meglio perché a quel punto sarà la Big Society a sopperire alle mancanze e, indirettamente, a respingere i tentacoli dell'assistenzialismo e dello statalismo in generale.

"Non ci renderà popolari", ha avvertito il messianico David. "Ci renderà infatti impopolari. Mi renderà impopolare", ha sottolineato con la retorica che lo caratterizza, "ma questo è il mio dovere: dobbiamo farlo per il bene del Paese".

Un progetto che non piace a molti, soprattutto ai sindacati. Bob Crow, che guida quello dei trasporti, ci è andato giù pesante accusando Cameron di voler sostituire le "lollipop ladies", le vigilesse che regolano il traffico all'uscita dalle scuole dei ragazzi con dei volontari, "mentre ai banchieri responsabili di questa crisi si prospettano altri sei miliardi di sterline come bonus".

Ma la priorità del Primo ministro dovrebbe essere un'altra: quella di farsi capire. A gennaio il 63% dell'elettorato britannico non aveva ben chiaro o non capiva del tutto cosa significasse la politica della Big Society. Nelle ore successive al discorso di Cameron, la percentuale è salita al 74%.

L'idea più chiara di tutti forse ce l'ha Tony Blair: "Aspettiamo e vedremo in cosa consiste". Pure un volpone come lui ha rinunciato a capire Cameron.

Che sarà di noifeb15

Che sarà di noi

E' una nemesi ai limiti del clamoroso: tre donne chiuse in una stanza potrebbero mettere la parola fine al berlusconismo, caduto per colpa di altre donne che si esibivano a pagamento in altre stanze. Degno di John Grisham, non c'è che dire. Silvio Berlusconi è al capolinea ormai da qualche tempo e se è riuscito a rimanere in piedi come una sorta di novello Ercolino è soltanto perché è circondato, in casa e fuori, da nani e ballerine. E' un giudizio tranchant che vale per i consiglieri più stretti del Premier (un vero disastro) e che può essere tranquillamente esteso agli oppositori, assolutamente incapaci di rappresentare una seppur minima alternativa credibile.

Il quesito, adesso, è "che sarà di noi". Dove andranno i moderati, cosa faranno, da chi verranno rappresentati? Silvio Berlusconi è un'anomalia da superare, anche perché ha ormai esaurito la sua forza propulsiva e riformatrice, ma è certamente un dato che dovrebbe essere tutto e squisitamente politico. Qui, invece, il circo mediatico e giudiziario gioca una partita che è ai limiti del golpe leggero: da un lato alcuni gruppi editoriali, dall'altro schegge non controllate di un potere ormai slegato da ogni concetto di responsabilità hanno individuato in Berlusconi il nemico da abbattere, ad ogni costo.

Ci riusciranno, perché hanno dalla loro la perseveranza e la pervicacia di chi c'è già riuscito con Leone, con la Tangentopoli selettiva del 1992, con gli avvisi di garanzia a mezzo stampa del 1994. E ci riusciranno perché Berlusconi glielo ha permesso, ha offerto il destro ai suoi nemici per portare a termine il disegno e ha prestato il fianco all'attacco finale. E' di Berlusconi e dei suoi uomini la responsabilità principe di tutto questo. L'aver voluto attendere, mediare all'infinito, il non essere stati capaci di andare fino in fondo sulla strada della modernizzazione di un paese che può salvarsi solo se qualcuno sceglie di immolarsi alla causa della sua liberalizzazione. Quel qualcuno doveva essere Silvio Berlusconi perché poteva essere solo Silvio Berlusconi.

Se oggi non sono scese le tasse e non sono diminuite le stringenti regole che impediscono all'imprenditoria di crescere, la colpa è essenzialmente sua. Idem dicasi per la giustizia: governa con alterne fortune dal 1994 e non è riuscito a scalfire, neppure minimamente, lo strabordante e schizofrenico potere di alcune procure nei confronti dei rappresentanti eletti dal popolo. Eppure le condizioni c'erano tutte.

Difenderemo Berlusconi perché difendiamo l'idea che un potere, per quanto sacro come quello giudiziario, non possa e non debba determinare la fine di 3 degli ultimi 5 governi italiani finendo per rappresentare la vera anomalia del nostro paese. Così come difenderemo Berlusconi perché rappresenta i moderati che si sono messi di mezzo quando la gioiosa macchina da guerra sembrava dover rullare qualsiasi cosa. Detto questo, crederci ancora sarà difficile. E questo è un giudizio politico e vorremo poterlo esprimere per quello che è, prescindendo da Boccassini e De Benedetti e cercando di costruire un centrodestra nuovo, con il Berlusconi del '94. Come modello, non come candidato Premier.

Adessofeb14

Adesso

Ci avete spiegato con dovizia di particolari che l'Italia è nuovamente divisa in due. Da una parte i buoni, i "perbene", i puri e i virtuosi; dall'altra i "permale", i cattivi, gli sporchi e i viziosi. Ci avete convinto che la Minetti è solo una poco di buono, mentre Marianna Madia no, e che non possiamo proprio dire che sia lì per caso, che motivi per essere capolista alla Camera nella regione Lazio che ne sono a iosa.

Vi siete celebrati e cerebrati in piazza, umiliando le donne e strumentalizzandole contro Berlusconi nello stesso modo in cui le umilia lui, strumentalizzandole a suo pro. L'unica sottile differenza è che lui lo fa al caldo di Arcore e voi al freddo, in piazza.

Alla fine della giornata siete tornati a casa tronfi e festanti per aver trovato la terza via tra il comunismo che non fa più chic e quell'orpello assurdo di "una testa, un voto". Adesso, finalmente, avete capito che il modo giusto per scegliere chi deve governare è lasciare in mano alle elites virtuose l'arduo compito della scelta. Su basi etiche, ovvio.

Ma non basta perché ci tocca condannare con fermezza - pena l'apparire poco à la page -  le intemperanze di Sallusti che mostra Vendola nudo ben prima che voi ci mostriate il premier in versione nature. Con, anche qui, una piccola differenza: che noi possiamo condannare questa pagliacciata senza apparire rosiconi, voi no.

Ma detto tutto ciò, a noi poveri buzzurri, rimane comunque una domanda ancora inevasa e adesso dovreste provare a rispondere: la volete o no la patrimoniale?

Vecchio dentrofeb11

Vecchio dentro

Ci sta anche simpatico, Gianfranco Fini. Perché in fondo in fondo, per la prima volta nella sua vita, sembra aver tirato fuori il coraggio. In più c'è il grande ruolo di internet nella costruzione del suo partito e il tanto spazio dato ai giovani: ci sarebbero tutti i presupposti per dirgli "bravo".

Poi lancia il suo progetto per l'Italia del domani e lo chiama "Italia 2020".

Peccato che il nome sia lo stesso di quello presentato da Giorgia Meloni, Maurizio Sacconi e Mariastella Gelmini solo qualche settimana fa. Un po' di fantasia, ogni tanto, non guasterebbe.

Serie Afeb9

Serie A

Che ci siano giornalisti per cui mezza critica equivale alla censura e altri che puoi perquisirli alle sei del mattino e nessuno si indigna, lo avevamo capito.

Poi abbiamo capito anche che esistono intercettazioni finite sui giornali e interrogatori verbalizzati direttamente in prima pagina ascrivibili al sacrosanto "diritto di cronaca" mentre se le fughe di notizie  riguardano alcuni amici bisogna perquisire la giornalista, la redazione del giornale e mezzo Csm.

Ci siamo anche accorti che se la Chiesa difende la vita dal concepimento alla morte commette grave ed inaudita ingerenza nelle cose dello Stato, mentre se censura Berlusconi diventa il riferimento laico dei nostri maitre-a-penser e fa cosa buona e giusta.

Infine abbiamo preso atto che quando Isabella Ferrari mostrava le tette lo faceva per insegnare anatomia ai ragazzini e quindi onore a lei e alla sua funzione pedagogica, mica come quella zoccola di Sara Tommasi sui calendari.

Oggi, finalmente, si dice una cosa definitiva anche sulla prosituzione. Ci sono le puttane che vanno ad Arcore e ci sono "parecchie prostitute" che "hanno firmato il nostro appello". Loro, che dicono tronfie "noi eravamo in lotta contro il mondo, volevamo rompere l'ipocrisia" mentre quelle del bunga-bunga sono solo "funzionali al sistema".

Finalmente sappiamo che per le puttane, come per tutto il resto, la sinistra italiana ha una serie A e una serie B. A sta per loro, B sta per Berlusconi.

Grazie, Concita de Gregorio.

Liberalismo muscolare

Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda.

Ippodromo Meneghinofeb8

Ippodromo Meneghino

La corsa clandestina di oggi si corre nell'Ippodromo Meneghino e doveva essere una gara visibile soltanto ai vertici della scuderia Varenne. Purtroppo, un buco nella rete di recinzione dell'Ippodromo, ci ha permesso di dare un'occhiata ai tempi dei singoli cavalli.

Ottima davvero la performance di Varenne che chiude ancora al primo posto, trottando di nuovo agevolmente sopra i trenta secondi. Alla sua destra, bello pimpante, arriva il nordico Groom de Bootz, ormai stabile attorno agli undici netti. Chiude la triade dei cavalli che partono dal centro destra dello schieramento il destrorso Hirosaka con una prestazione al di sopra delle attese, a 2.5.

Letteralmente disastrosa la gara di Ipson de Tullien che corre nello stesso tempo di Hirosaka (2.5) pur essendo accreditato di numeri ben diversi. Gli osservatori ritengono difficile una sua crescita nel breve periodo ma, salvo soprese, una ripresa attorno a quota 4 dovrebbe essere ancora nelle corde dell'ex co-fantino di Varenne. Va meglio il compagno di scuderia Ipson de Mormal che con un brizzolato fantino bolognese alla guida chiude a 6.7 e si dimostra costante nelle prestazioni anche se poco capace di un cambio di passo. Ipson de Cicciobell e Ipson de la Trinacrie stentano entrambi ad arrivare all'1 e chiudono con un misero 0,8.

A sinistra dello schieramento, continua a regnare l'anarchia più totale. Fan Idole rimane il cavallo più forte del lotto e chiude il miglio a 23, penalizzato da alcuni sbandamenti che l'hanno portato prima vicino alle Scuderie Centriste, poi di nuovo verso la parte sinistra della pista.  Gebrazac, con in sella il fantino pugliese famoso tra gli appassionati per il suo bell'orecchino, è indubbiamente in splendida forma: sfonda quota 5 e chiude in 6,7 e in perenne crescendo. A questo ritmo nessun risultato è precluso e rischia di diventare un problema difficile da gestire all'interno delle scuderie dell'ex Unione Ippica.  General du Pommeau , nonostante la falce e il martello nel simbolo della scuderia, non riesce a rinverdire i fasti del passato e arranca nelle retrovie, mentre ritrova un minimo di spunto Galopin du Ravary, il cavallo più amato dai giudici di gara che, dopo lunghi allenamenti a Montenero di Bisaccia, chiude il giro in 7 tondi tondi .

Libero in mezzo al campo corre Grace Ducal, guidata dai due fantini che lottano per liberalizzare il doping leggero, sempre più fuori dalla contesa nonostante le voci di un probabile appoggio a Varenne. Aggressivo, alla sua sinistra, il pluristellato Igor Brick con il suo fantino Beppe, acreditato di un importante 3.

Varenne 32
Groom de Bootz 11
Hirosaka 2.5

Ipson de Mormal 6.7
Ipson de Tullien 2.5
Ipson de Cicciobell 0,8
Ipson de la Trinacrie 0,8

Fan Idole 23
Galopin du Ravary 7
General du Pommeau 1
Gebrazac 6.7

Grace Ducal 1
Igor Brick 3

The Reagan Nation

Quando ci chiedono di raccontare la destra che vogliamo finiamo sempre per parlare di lui. Ronald Wilson Reagan è vissuto dall'altra parte dell'oceano, molti di noi nemmeno se lo ricordano all'opera, eppure è riuscito a condizionare ed ispirare intere generazioni di giovani che, al di là di ogni divisione partitica, si sono sentiti prima di tutto reaganiani. Ronnie è stato il prototipo del centrodestra perfetto: salutato dalla sinistra mondiale come l'esempio tipico della degenerazione americana, snobbato dagli intellettuali che l'hanno sempre ritenuto un parvenu, è riuscito contro ogni pronostico ha lasciare un segno indelebile nella storia del mondo.

Una via per Ronnie

L'aggregatore di blog Tocqueville.it, in collaborazione con l'associazione Libertiamo e la rivista L'Occidentale, lancia un appello - supportato da una raccolta di firme online - per invitare i comuni italiani ad intitolare una via o una piazza al Presidente statunitense RONALD REAGAN nel centesimo anniversario della sua nascita.

La lezione di Ronnie

Ricordare Ronald Reagan e la sua attualità è sempre un buon esercizio, da qualunque lato dell'Atlantico. Ma farlo in Italia, e farlo in questi giorni, ha un valore particolare, e quindi l'iniziativa di Rightnation, che ringrazio, è particolarmente opportuna e azzeccata. Personalmente, da molto tempo mi ritrovo a pensare all'atteggiamento di molti (allora come ora) verso quella presidenza, e più ancora verso quella figura, come a una cartina-tornasole, come a uno spartiacque rivelatore di una visione delle cose, di un approccio, di un animus, che rappresentano una zavorra mortale per buona parte delle sinistre conservatrici e immobiliste europee.

Servirebbe all'Italia

Quando penso a Ronald Reagan, nella mia mente si accendono tre lampadine: la prima rappresenta il libro di Dinesh D'Souza, "Ronald Reagan: How an Ordinary Man Became an Extraordinary Leader". La seconda si illumina facendo correre la memoria al video del discorso di The Gipper alla porta di Brandeburgo, il 12 Giugno 1987. La terza  lampadina, infine, si accende ripensando al quadro di RonaldReagan (che per me è "THE" President) nel mio ufficio alla Camera dei Deputati, in bella vista dietro la mia scrivania.

Il Cowboy e noi

Quando Ronald Reagan annunciò di correre per le primarie presidenziali era il 13 novembre del 1979. Il 20 maggio 1980, dopo aver vinto il Michigan e l'Oregon, Reagan fu certo di essersi assicurato la nomination repubblicana, che gli fu ufficialmente confermata dai delegati il 17 luglio 1980 nella convention tenutasi a Detroit: il giorno prima Reagan aveva scelto il suo principale opponente repubblicano nelle primarie, George H. Bush, come candidato Vice Presidente.

Le strade di Reagan

Cento anni fa nasceva Ronald Reagan, il quarantesimo presidente degli Stati Uniti. La data è il 6 febbraio. Trent'anni fa, il 30 gennaio 1981, il Grande Comunicatore entrò per la prima volta alla Casa Bianca. La mattina che ne uscì, a fine gennaio 1989, il suo consigliere per la Sicurezza nazionale Colin Powell, primo afroamericano a ricoprire quel ruolo, gli disse una frase da classico happy ending di un film hollywoodiano: «The world is quiet today, Mr. President». Il mondo era tranquillo.
La frase di Powell era un omaggio al presidente che aveva vinto la Guerra Fredda.

Era un successo ottenuto grazie a un ottimismo incrollabile, a una fede nella superiorità del modello capitalista e alla precisa volontà di diffondere il vangelo della democrazia. Reagan credeva nella libertà individuale, nel libero commercio ed era certo che il fascino del mercato sarebbe stato irresistibile per tutti e ovunque nel mondo.

Reagan è l'uomo che ha fatto sognare l'America, dopo gli anni del "malessere" di Jimmy Carter. Reagan ha invocato una «nuova mattina» per il suo paese e una nuova missione per «la città illuminata sulla collina». L'America di Reagan, come diceva Abramo Lincoln e come ripete anche Obama, è «l'ultima e la migliore speranza dell'uomo su questa terra». Reagan era un entusiasta dell'innovazione e del progresso tecnologico, ma da buon conservatore era anche il sacerdote delle memorie del passato (e il passato, per lui ex democratico e sindacalista, erano anche le conquiste progressiste del New Deal di Franklin Delano Roosevelt).

Ma la Guerra fredda fu vinta anche grazie a un aumento straordinario dell'apparato militare, ai tempi male interpretato dagli oppositori come una folle corsa verso la guerra. Reagan, invece, era ossessionato dal pericolo di una guerra nucleare. Era certo che l'Unione Sovietica fosse economicamente troppo vulnerabile per competere con l'America in una precipitosa e costosa corsa agli armamenti. Definiva Mosca «l'impero del male», tra lo sgomento dell'establishment di politica estera occidentale, perché credeva che il messaggio di libertà e di speranza avrebbe trovato ascolto all'Est e invigorito la dissidenza comunista. Quando individuò in Mikhail Gorbacev l'interlocutore adatto a chiudere il conflitto con i sovietici, andò avanti senza preoccuparsi di chi lo accusava di essere un ingenuo. Margaret Thatcher disse che il grande merito di Reagan è stato quello di aver vinto la guerra senza sparare un colpo.
ggi in America è in corso un revival di Reagan, non solo per le polemiche scatenate dal libro di suo figlio Ron, My dad at 100, secondo cui avrebbe governato il paese sapendo di avere l'Alzheimer.

C'è molto di più. Obama s'è portato in vacanza una biografia di Reagan di 800 pagine, splendidamente scritta da Lou Cannon, dal titolo President Reagan: The role of a lifetime. Tra le proteste di Hillary Clinton, in campagna elettorale Obama aveva detto che Reagan era stato capace di cambiare la traiettoria dell'America. Qualche settimana fa, in occasione della ratifica del trattato nucleare con la Russia, Obama ha rispolverato l'antico adagio sovietico usato da Reagan in occasione delle sue trattative con i sovietici: «Fidati, ma verifica».

Il primo dibattito tra i possibili sfidanti repubblicani di Obama si svolgerà tra due mesi nella Simi Valley, in California. Non in un luogo qualsiasi, ma all'interno della biblioteca dedicata al presidente-attore. Reagan è venerato dai Tea Party. Destra e sinistra lo citano come esempio. I commentatori liberal lo scelgono come modello politico che Obama dovrebbe seguire per garantirsi la rielezione alla fine del prossimo anno.

La destra americana, dopo gli anni del conservatorismo solidale di George W. Bush, sogna di tornare all'epoca mitica del reaganismo. Ai candidati alla presidenza del Partito repubblicano, un paio di settimane fa, è stato chiesto chi fosse il loro eroe politico. «A parte Reagan», naturalmente. A destra, the Gipper (questo era il suo soprannome) non si discute. Al punto che se ne inventano uno non sempre aderente alla realtà.

Sarah Palin non parla d'altro. Le élite intellettuali liquidano l'ex governatrice dell'Alaska come un peso leggero, senza la gravitas necessaria per candidarsi alla presidenza, inadeguata al più alto ruolo istituzionale. La stessa cosa dicevano di Reagan. Ma Palin non è Reagan. The Gipper sfruttò l'aura della celebrità cinematografica per sfondare in politica. Palin sembra interessata al percorso inverso: utilizzare l'allure politica per conquistarsi un ruolo nel mondo dello spettacolo.

Reagan era accusato di essere un attore di serie B, di non conoscere i dossier, di farsi guidare dai suoi consiglieri. A lui dava fastidio che non gli riconoscessero i meriti di una lunga carriera cinematografica, ma era vero che dimenticava nomi e fatti, che non era interessato ai dettagli, che si annoiava ai meeting politici (tanto da interromperli con storielle sui vecchi tempi di Hollywood). Lo accusavano di essere stupido, ma ci fossero stati dubbi la lettura postuma dei suoi diari ha dimostrato il contrario. Reagan si fidava del suo staff, leggeva i mini-memo che gli preparavano, non si separava dei cartoncini con le frasi da ripetere anche nei colloqui personali. Era una scelta. La sua energia e il suo interesse erano concentrati, scrive Cannon, nella performance pubblica della presidenza.

Il giorno che uscì dalla Casa Bianca, Reagan disse ai suoi che durante i due mandati da presidente aveva raggiunto la pace attraverso la forza, ridotto le tasse, abbassato l'inflazione, creato posti di lavoro e tolto di mezzo lo stato dalla vita dei cittadini. «Lo stato è il problema, non la soluzione», era uno dei suoi slogan preferiti. Reagan, però, non ha smantellato il dipartimento dell'Istruzione, ha aumentato la spesa pubblica e ha presentato otto finanziarie in deficit, anche se a metà degli anni 90, con la riduzione delle spese militari resa possibile dalla fine della Guerra fredda, quel rosso è diventato surplus di bilancio.

La ricetta politica di Reagan, scrive Cannon, era semplice: amore per il proprio paese, sfiducia nell'apparato statale, fede nelle nuove opportunità, odio per la regolamentazione dell'economia, idealizzazione del libero mercato. Oggi si riparla di Reagan perché i repubblicani sono alla ricerca di un'identità, ma soprattutto perché Obama deve trovare il modo di governare con un Congresso in parte guidato dall'opposizione, scansando il fuoco amico della sinistra che lo accusa di cedere ai compromessi e gli insulti della destra che lo giudica un sovversivo.

Reagan riuscì con determinazione a unificare il paese contro un nemico, l'Unione Sovietica, in fase calante. Con la guerra al terrorismo islamista, Obama non fronteggia un nemico così potente. Ma deve anche affrontare l'impetuosa crescita di un concorrente, peraltro creditore, come la Cina. Reagan ebbe un rapporto leale e straordinariamente produttivo con lo speaker democratico alla Camera, Tip O'Neill. Assieme rilanciarono l'economia, assicurarono la sicurezza sociale e non fecero mai mancare i fondi per la difesa del mondo libero. Obama sa che è stato questo metodo bipartisan, moderato e rispettoso delle posizioni altrui a consentire a Reagan di chiudere la sua ultima performance con un meritato applauso.

La fine di un'epoca

La Guerra Fredda non finì da sola. Fu vinta. Il vincitore ha un nome e un cognome: Ronald Reagan. Spesso si ricorda il suo impegno nel sostenere la guerriglia anti-sovietica in Nicaragua, in Afghanistan, in Angola e nel Sud-Est asiatico. Quelle azioni furono fondamentali per logorare i fianchi dell'Unione Sovietica. Ancor più nota è la politica denominata Sdi (Strategic defence iniziative): l'annuncio della costruzione di uno scudo stellare per fermare i missili balistici sovietici, che poi non fu mai realizzato, ma che servì a terrorizzare i Sovietici e a svuotare le loro risorse militari nel tentativo di trovare delle contromisure impossibili.

Un Americano

Il 22esimo censimento degli Stati Uniti, compilato nel 2000 dal Bureau of the Census, ha contato a Tampico, un paesello di un chilometro quadrato secco di superficie sperduto nella contea di Whiteside, nello Stato dell'Illinois, 205 famiglie per totali 772 abitanti. Quando un secolo fa come domani, il 6 febbraio 1911, in un modesto appartamento al secondo piano dell'edificio che ospitava la banca locale vi nasceva Ronald Wilson Reagan, sangue scoto-irlandese nelle vene, dovevano probabilmente abitarvi quattro gatti.

Ma nulla è impossibile. Rivolgendosi a un gruppo di studenti conservatori e di possibili nuove leve del Partito Repubblicano all'inizio degli anni 1990, Ron Robinson, presidente della Young America's Foundation (YAF) di Herndon in Virginia, ebbe a definire Reagan il più grande presidente americano di tutti i tempi. A chi lo rintuzzò con i bei nomi di George Washington (1732-1799), Thomas Jefferson (1743-1826), John Adams (1735-1826), Andrew Jackson (1767-1845), Abraham Lincoln (1809-1865), Franklin D. Roosevelt (1882-1945) e persino il "mito" JFK (1917-1963), Robinson rispose tranquillo che Reagan è stato superiore poiché come quei leader massimi della democrazia statunitense ha "creato" e conservato il Paese, ma in più ha dovuto fare i conti, come nessuno dei predecessori, con la più crudele e durevole ideocrazia, il comunismo sovietico, che mai occhio umano avesse fino ad allora contemplato. Vincendo. «Il comunismo - disse Reagan nel maggio 1975 alla radio - «non è né un sistema economico né un sistema politico: è una forma di pazzia, un'aberrazione temporanea che un giorno scomparirà dalla Terra poiché è contrario alla natura umana». Non era la visione di un esaltato, ma la lucida percezione, più e più volte riaffermata in decine di discorsi e d'interventi, che il confronto in corso con l'Unione Sovietica era di natura anzitutto morale, persino spirituale, fra la possibilità concreta di un ordine sociale dove l'uomo potesse essere fino in fondo se stesso e la prospettiva dell'"inferno terrestre". E questa chiarezza, che lo portò a una determinazione con pochi pari ma sempre il sorriso, ma sì, caritatevole, sulle labbra, Reagan non se la studiò a bella posa nei fasti di Hollywood. Derivava da una precisa tradizione culturale, aveva dei maestri, contava persino dei seguaci.
Non si spiegherebbe altrimenti perché nel 1998 Ron Robinson si è preso la briga di acquistare la casa di campagna della famiglia Reagan, il "Rancho del Cielo" in California, facendone un centro di addestramento per le nuove generazioni che la YAF forma vuoi sui testi classici di un Russell Kirk (1918-1994), il padre della rinascita conservatrice americana nella seconda metà del Novecento che insegnava la dignità del sentirsi occidentali poiché grandi europei figli di Gerusalemme, Atene e Roma, vuoi alla scuola di consumati maestri della politica, sia vecchi (l'ex vicepresidente Dick Cheney), sia nuovi (Sarah Palin).

Del resto quel ranch ameno sulle Santa Ynez Mountains, a nordovest di Santa Barbara, che Ronnie regalò alla moglie Nancy vedendoci un pezzo di paradiso in Terra, è il monumento imperituro alla maggiore misura di governo adottata da Reagan, il taglio delle tasse operato il 13 agosto 1981. Il più grande della storia degli Stati Uniti. Seduto jeans e stivali sulla sedia di vimini che dalla soglia dominava l'intera sua proprietà, Reagan firmò la riforma del Codice della entrate datato 1954 che innescò una riduzione delle imposte sui redditi del 23% in tre anni. In cinque anni vennero quindi cancellati 150 miliardi di dollari in imposte sugl'immobili e gabelle sborsate da società e corporation, e così nel 1986 il prelievo annuo effettuato dall'erario nelle tasche degli americani si smagrì di 200 miliardi di dollari. Più liquidi a disposizione, risparmio sicuro, incentivi "naturali" alla produzione: in una formula, Stato federale più leggero e più libertà d'intrapresa. La chiamarono "Reaganomics", era la scuola detta del "Supply-side" elaborata da Robert Mundell, Arthur B. Laffer e Jude T. Wanniski (1936-2005). Fece il giro del il mondo, e lo conquistò. La botta finale ai sistemi collettivisti imperniati sull'economia comandata che sarebbero crollati a fine decennio iniziò, senz'averne l'aria, sulle verdi collinette della sierra californiana.
Adorava, Reagan, scorrazzare a cavallo per quei suoi 688 acri (poco meno di 2700 volte il villaggio che gli aveva dato i natali) acquistati quando era governatore della California, al secondo mandato. Ci portò pure la regina Elisabetta prestandole la sella preferita della sua sontuosa collezione, un gran lavoro di artigianato italiano - a dire che se i butteri maremmani sono i cow-boy originali, Oltreoceano è stato il presidente dei presidenti a insignire degli speroni d'oro il nostro Stivale. Ospitò varie volte pure Margaret Thatcher e poi Mikhail S. Gorbacëv. Chissà se ha mostrato loro quell'albero sulla cui corteccia con il temperino incise un cuore trafitto attorno alle iniziali dell'amata moglie e sue, come uno scolaretto qualunque, lui che è stato il più grande presidente degli Stai Uniti.

Nel 2007, o forse era il 2008, Charles W. Dunn, decano della Regent School of Government di Virginia Beach, una delle cui specialità è la storia dell'istituzione presidenziale statunitense, iniziò una delle sue magistrali lecture di fronte a una platea di young leader e notabili della cosiddetta "società civile" di mezzo mondo (dal Nepal alla Nigeria, dal Sudamerica all'Australia) lanciando un sondaggino. Chiese a quel mezzo mondo lì riunito quale fosse il più grande presidente degli Stati Uniti. Mise nel cappello tutti i nomi dei padri e dei protettori della patria, ma vinse ancora Reagan. Perché Reagan è il campione tanto degli americani quanto degli stranieri? La soluzione sta all'ultima riga di questo ricordo.
Quando Reagan se ne andò, il 5 giugno 2004, non sapeva nemmeno più lui chi era, l'Alzheimer lo divorava da anni. Che storia, salvi il mondo e nemmeno te ne ricordi; addirittura, alla donna che ha dato senso alla tua vita un giorno chiedi: "Ma noi non ci siamo già visti da qualche parte?".
Reagan ha fatto l'attore, sembrava un cow-boy e da presidente ha sconfitto l'"impero del male". Questa storia la conosciamo tutti, un po' meno come ci sia arrivato.
Dalla remota provincia dell'Illinois Reagan sbarcò nella tentacolare Los Angeles in cerca del "sogno americano" dopo avere fatto il bagnino ed essersi fatto un po' le ossa con la radio. Bello, asciutto, aitante, si buttò nel cinema. Niente di davvero memorabile, bisogna dirlo, anche se la sua recitazione era impeccabile. Imparò lì però a rivolgersi direttamente al pubblico solleticandone le corde più sensibili. Una tecnica di comunicazione che oggi, se la vuoi imparare, negli States paghi profumati dollaroni a fior di professionisti che t'insegnano a fare come faceva lui.
A Hollywood, peraltro, fece più il sindacalista che l'attore, divenendo presidente della Screen Actors Guild per ben due volte dal 1947 al 1952 e dal 1959 al 1960. Erano gli anni della "paura rossa". La Cortina di ferro era calata nel 1946, dal 1938 (e proseguì fino al 1975, pur avendo cambiato nome nel 1969) operava il Comitato della Camera federale sulle attività antiamericane ("un-american", in originale, è espressione ancora più forte), poi venne il maccartismo e si vedevano spie sovietiche dappertutto. Cioè dove non c'erano, ma anche dove ce n'erano. D'infiltrati comunisti negli Stati Uniti, infatti, se ne sono nei decenni seguenti scoperti parecchi, persino ad altissimi livelli della politica, Alger Hiss (1904-1996) per tutti, e l'azione d'intelligence messa in campo dai servizi di sicurezza statunitensi nota come "Venona Project" ha finito per dare ragione al bistrattato senatore Joseph R. McCarthy (1908-1957): non alle sue esagerazioni, ma alla sua battaglia sì. Reagan iniziò a combattere il comunismo lì, divenendo confidente dell'FBI ma senza mai spiattellare al pubblico ludibrio nomi e cognomi di possibili barbe finte. Consigliò di adottare contromisure, per esempio un impegno solenne di non-comunismo per gl'iscritti al sindacato (17 novembre 1947).

Non erano tempi belli, quelli, quantomeno un numero enorme di americani si sentiva in diritto di non dormire sonni tranquilli. Frank S. Meyer (1909-1972), ex comunista reclutatore di comunisti fra gli studenti, quando mollò tutto per poi unirsi ai conservatori della National Review di William F. Buckley jr. (1925-2008) prese a dormire di giorno in una casa persa nei boschi vegliando di notte con moglie (ex comunista pure lei) e carabina al fianco: era certo che lo avrebbero fatto fuori. Whittaker Chambers (1901-1961), altra ex spia di Mosca, nel mastodontico Witness (1952) vuotò il sacco scatenando un putiferio dentro il Dipartimento di Stato. Oggi l'invasione del sacro suolo americano è un idea che sopravvive solo nei videogiochi, ma all'epoca pareva ad horas. James Burnham (1905-1987), l'ennesimo ex comunista passato nell'esercito dei conservatori, aveva gli strumenti per comprendere tutto anzitempo (la perniciosità del comunismo e l'ambiguità degli ascari tecnocrati) e su National Review s'inventò una column profetica, "La terza guerra mondiale". Witness di Chambers si apre con una commovente Letters to My Children in cui l'autore, certo della prossima vittoria del comunismo, prova a rinfrancare lo spirito dei suoi rampolli, il primogenito dei quali era scampato all'aborto che i compagni volevano imporre alla signora Esther Shemitz Chambers (1900-1986). Nel libro Whittaker ha scritto: «Pochi uomini sono tanto ottusi da non rendersi conto che la crisi esiste e che in ogni momento essa minaccia le loro esistenze. È uso comune definirla una crisi sociale. Ma si tratta di fatto di una crisi totale: religiosa, mo­ra­le, intellettuale, sociale, politica ed economica. È uso comune definirla una crisi del mondo occidentale. Ma di fatto interessa il mondo intero. Di per sé, il comunismo, che pre­tende di esser una soluzione della crisi, ne è un sintomo e un eccitante». E l'altro ex, Meyer, ebbe occasione di precisare: «Viviamo nel mezzo di una rivoluzione diretta a distruggere la civiltà occidentale. Per definizione, i conservatori sono i difensori di quella civiltà; e in un'epoca rivoluzionaria ciò significa che essi sono, e debbono essere, controrivoluzionari».

La battaglia spirituale contro il comunismo Reagan la imparò da loro, e la portò dentro la Casa Bianca, e da lì nel mondo intero, scrollandosi di dosso, quando fu eletto per la prima volta alla presidenza nel 1980, la paralisi anzitutto morale che aveva incapacitato gli Stati Uniti con Jimmy Carter, dal 1976. A Burnham nel 1983 e a Chambers nel 1984 (postuma) Reagan tributò la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile statunitense. Di cui il 20 giugno 1985 volle insignire pure l'oggi beata Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), dicendo: "Questa è la prima volta che consegno la Medaglia della Libertà con la sensazione che chi la riceve la porterà a casa, la fonderà e la trasformerà in qualcosa che possa essere venduto per aiutare i poveri". La responsabilità sociale di quel capitalismo che per Reagan era uno dei segni della superiorità etica dell'Occidente rispetto al marxismo-leninismo.
In gioventù Reagan s'iscrisse al Partito Democratico, ma all'inizio degli anni 1940 capì che l'asinello non era il destriero migliore per portare lontano i "valori americani" e si risolse per una cavalcatura più robusta, l'elefante dei Repubblicani. Allora, il Grand Old Party non era un partito di destra. Per certi aspetti restava vero che, specie in provincia, erano più conservatori certi Democratici, ma qualcosa stava cambiando anche nel vecchio partito industriale e nordista di Lincoln. C'era appena stata la cavalcata del lone rider senatore Robert A. Taft (1889-1953), che aveva rotto il consenso comune osando definirsi, per primo dentro il GOP, un conservatore. Ed era in corso la grande offensiva di quell'altro cow-boy che veniva dall'Arizona, il "folle" Barry M. Goldwater (1909-1998), detestato dall'establishment Repubblicano ma capace finalmente d'infiammare la "piazza" conservatrice in cerca di rappresentanti politici. Fu qui che Reagan ci mise del suo, ribaltando ancora una volta il mondo così come lo si era fino ad allora conosciuto.
Goldwater si schiantò contro la macchina da guerra elettorale Democratica nelle elezioni del 3 novembre 1964, assaggiando in prima persona il ferro delle postazioni mass-mediatiche nemiche. Ma fu una sconfitta vittoriosa, come bene ha ricostruito a decenni di distanza l'anziano e arzillo ambasciatore John William Middendorf II in Glorious Disaster: Barry Goldwater's Presidential Campaign and the Origins of the Conservative Movement (Basic Books, New York 2006). La spettacolare "crociata" di Goldwater riuscì infatti ad amalgamare in un progetto "fusionista" le varie anime della Destra statunitense, guadagnò al GOP un numero inedito di sostegni negli Stati del Sud avversi per principio al "partito di Lincoln" e impresse per la prima volta ai Repubblicani una virata verso destra che era una sfida pronta per essere raccolta. Lo fece Reagan. In campagna elettorale aveva definito l'appoggio a Goldwater "Il momento della scelta", decisiva, come recita il titolo del suo famosissimo discorso televisivo (detto "The Speech" per eccellenza) del 27 ottobre. A sconfitta vittoriosa ancora calda, sulle pagine di National Review del 1° dicembre (commentando assieme a George Bush padre, John Davis Lodge [1903-1985], Russell Kirk e il politologo, ex socialista ora seguace di Eric Voegelin [1901-1985], Gerhart Niemeyer [1907-1997]), Reagan si dette volontario, apostrofando come «traditori» i dirigenti del GOP che avevano voltato le spalle a Goldwater. Reagan non lascò il Partito Repubblicano come lo aveva trovato. E nemmeno il mondo.

Investì sulla strategia Goldwater, la consolidò, la cesellò (pas d'ennemis à droite), fece entrare anche i neocon di cui intuì il gran "realismo idealista" in politica estera frutto di un passato di sinistra convertitosi ai "valori americani" e non scordò neppure il côté classico, più tradizionalista, ottimo per la politica domestica. Sedici anni dopo - anni in cui Reagan lavorò sottotraccia investendo su di sé anche attraverso due mandati alla guida della California - la ricetta funzionò: il tritatutto della "New Right" per tempo allenata ed educata portò Reagan alla Casa Bianca e il conservatorismo dentro di essa, la "città sulla collina" da cui combattere la battaglia morale e spirituale di sempre contro Mosca. Biografando Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) nel libro Sua Santità (Rizzoli, Milano 1996) Carl Bernstein e Marco Politi iniziano a raccontare la santa alleanza anticomunista creatasi in quegli anni fra il Pontefice polacco e il presidente americano protestante che guardava con attenzione al messaggio di Fatima sulla Russia (citò persino il potere della preghiera dei pastorelli veggenti in un discorso al parlamento portoghese, il 9 maggio 1985) e che finalmente regolarizzò i rapporti diplomatici con la Santa Sede, nominando il primo ambasciatore in Vaticano. Accadde nel 1984, era il suo ottimo amico William A. Wilson e l'11 febbraio 1981 (praticamente uno dei primi atti di governo del neoletto Reagan) era già stato nominato rappresentante personale del presidente al Cupolone.

Libri su quasi ogni anfratto della personalità, della carriera e della presidenza di Reagan ne esistono (negli Stati Uniti) a iosa. Ma è tutta pula se non si apprezza il sacro, unico fuoco che gli è sempre arso in petto, cioè il mito sfacciato della superiorità totale del "sogno americano" in cui riponeva fede tetragona. Questo: "Il sogno americano è che ogni uomo debba essere libero di diventare ciò che Dio intende egli debba diventare". Reagan lo disse che era governatore della California. Studiava da miglior presidente della storia americana, là nel "Rancho del Cielo" dove sul comodino della camera da letto riposa ancora la Bibbia che divideva con Nancy.

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