Numero Cinque

E' online la quinta puntata di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Parliamo della Fase Due del governo Monti (ovvero degli gnomi rubamutande di South Park), dell'avvicinarsi dei caucus in Iowa, della rimonta di Ron Paul, della rivolta dell'establishment repubblicano contro Newt Gingrich, della morte di quel fascista-partigiano di Giorgio Bocca, della crescita di David Cameron nei sondaggi, della serie televisiva "Two and a Half Men". Intermezzi musicali a cura della band indie-pop svedese "I'm from Barcelona". Buon ascolto!

Perché Ron Paul vincerà in Iowa

Mancano meno di due settimane all'inizio delle primarie repubblicane, il 3 gennaio in Iowa gli elettori daranno il via alla lunga cavalcata che porterà a decidere chi sarà lo sfidante di Obama per la presidenza degli Stati Uniti il prossimo novembre. Secondo il sondaggio Public Policy Polling in testa vi è il rappresentante dell'anima libertaria del partito dell'elefante, Ron Paul, rispetto a tutti gli altri candidati. Il Dottore si attesta al 23% mentre Mitt Romney al 20% e l'ex speaker Newt Gingrich al 14%,

GOP Fight

Newt Gingrich in calo (29% nella media RCP), Mitt Romney in ripresa (25,4%), Ron Paul ormai stabilmente in doppia cifra (12,2%), qualche segno di risveglio per Michele Bachmann (8,2%) e Rick Perry (7,6%). Dietro al quintetto di testa, solo Rick Santorum (3,8%) sembra ancora avere qualche infinitesimale chance. Encefalogramma ancora piatto per Jon Huntsman (2,6%). La corsa per le primarie del GOP, a livello nazionale, è ancora estremamente fluida. Ma negli ultimi giorni il poderoso (e apparentemente coordinato) sforzo anti-Newt compiuto dal mondo intellettuale e giornalistico vicino al partito repubblicano sembra aver iniziato a dare i suoi frutti.

E Penati?dic20

E Penati?

Il consiglio regionale ha accolto all'unanimità le dimissioni di Franco Nicoli Cristiani da consigliere regionale e da vice presidente dell'Aula. In apertura di seduta infatti il presidente Davide Boni ha letto la lettera, poi votata dal Consiglio, con cui Nicoli Cristiani coinvolto nell'inchiesta sul traffico illecito di rifiuti avviata dalla Procura di Brescia, annunciava di voler rinunciare agli incarichi.

E' una bella notizia e Nicoli Cristiani ha fatto bene. La domanda che sorge spontanea è: Penati proprio non vuole dimettersi? Il Pd non ha niente da dire?

Toh, l'Iraqdic16

Toh, l'Iraq

Entro fine dicembre anche le ultime truppe americane rientreranno in patria. Guerra finita, quindi, e consegnata alla storia. Da quando George Bush ha abbandonato la Casa Bianca e Barack Obama si è insediato come "Commander in Chief" le luci dei riflettori sono uscite da Baghdad per far rotta su Washington. In Europa il dato va elevato all'ennesima potenza. Non abbiamo queste abilità di "media watching" ma sarebbe davvero simpatico analizzare il numero di articoli dedicati al fallimento iracheno apparsi prima di Barack Obama e dopo The One.

Qui ci vuole la Camera dei Lorddic15

Qui ci vuole la Camera dei Lord

Ho pensato di presentare in Parlamento una proposta di Legge Costituzionale composta di pochi ma significativi articoli: Articolo 1: "La Camera dei Deputati è sostituita dalla Camera dei Lord"; Articolo 2: "La funzione di Lord non dà luogo ad alcuna retribuzione od indennità"; Articolo 3: "La funzione di Lord si acquisisce attraverso Asta Pubblica, con un valore di partenza d'asta di 100.000 euro, ed è trasmissibile per successione ereditaria".

Numero Quattro

E' online la quarta puntata ufficiale di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Parliamo della grandinata di tasse caduta sulla testa degli italiani; delle reazioni dei liberisti duri e puri a una manovra senza traccia di liberalizzazioni; della crescita di Ron Paul nei sondaggi in Iowa; delle dimissioni di Enrico Mentana e della defenestrazione di Augusto Minzolini; dello stato di salute della presidenza Obama;  della nuova stagione di Modern Family e di Ncis su Rai2; di Udinese, Juventus e Lazio; dello strappo di David Cameron con l'Unione europea. Ospite (non a sorpresa): Pietro Salvatori.

Unwanted

Inizio a perdere il conto dei commentatori e dei pundit repubblicani (e pararepubblicani) che avvertono il mondo conservatore della tragedia incombente rappresentata da una possibile vittoria di Newt Gingrich alle primarie del GOP. E non si tratta di una categoria specifica o di un particolare brand di repubblicanesimo. Qui si va da Ann Coulter a George F. Will, da Mark Levin alla direzione della National Review (che ne approfitta per dare un "colpetto" anche a Rick Perry), dal Washington Examiner a Charles Krauthammer, da Hugh Hewitt a David Brooks.

Non votateladic14

Non votatela

Il 14 Dicembre di un anno fa, alla Camera, si consumò lo strappo definitivo tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Un anno dopo quel voto di fiducia, la politica è chiamata nuovamente a scelte probabilmente decisive. La manovra disegnata dal Governo Monti non è una partita neutra. Siamo davanti all'ennesimo bivio e i partiti dovrebbero essere chiamati ad assumersi alcune responsabilità.

Parlare d'altrodic13

Parlare d'altro

C'è una gara tutta particolare all'interno del Pdl, in queste ore. Frattini parla esplicitamente di federazione con l'Udc, altri di superamento dell'alleanza con la Lega, altri ancora di rafforzamento dell'asse con Bossi e Maroni. Tutti temi importantissimi, sia chiaro, ma l'impressione è che il Pdl e la sua classe dirigente abbiano perso il senso della misura.

Il Popolo della Libertà vale, a farla brutta, il 25%. La Lega non arriva al 9 e l'Udc non arriva al 7. Mi spiegate per quale ragione, invece di cercare di scrivere una nuova agenda per il paese, stiamo perdendo tempo a rincorrere chiunque ci sembri minimamente utile a rivincere le elezioni?

Abbiamo un milione di iscritti, qualche milione di elettori, un area politica di riferimento certamente ampia e una buona dose di scontenti. Nessuno in queste settimane ha pensato ad una proposta politica vera, nuova, "altra" rispetto a Berlusconi senza necessariamente essere contraria all'esperienza del Cavaliere.

Siamo sicuri che perseguendo il continuo annacquamento di noi stessi sortiremo l'effetto di ritornare maggioranza? La vocazione maggioritaria di veltroniana memoria dovrebbe essere la road map su cui muoversi. Non è indebolendo la leadership di Alfano, a colpi di federazioni con altri, che avanzeremo di un millimetro. Se poi avete deciso, consapevolmente, di suicidarvi tra le braccia di Casini e Bossi, in un perenne gioco di specchi tra poli opposti che non si attraggono, fate pure. Ma abbiate il coraggio di dirlo.

Numero Tre

E' online la terza puntata ufficiale di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Parliamo della manovra (più lacrime che sangue) del governo Monti, di band indie-rock dublinesi, del "comeback kid" repubblicano Newt Gingrich, di oscuri gruppi new wave dei primi anni Ottanta, delle prime in classifica della Serie A, di serie tv impegnate e film americani sboccati. Ospite a sorpresa: Pietro Salvatori.

Comeback Kid

Siamo vicini ad un potenziale game-changer nelle primarie repubblicane? Il canale televisivo FOX-5 di Atlanta, lo stesso che appena qualche giorno fa ha praticamente sepolto le ambizioni presidenziali di Herman Cain (rendendo pubblica la sua relazione con la businesswoman georgiana Ginger White), torna sugli scudi con un nuovo "scoop", secondo il quale oggi pomeriggio (in tarda serata in Italia) l'ex ceo di Godfather's Pizza  - ed ex presidente della Federal Reserve di Kansas City - annuncerebbe ufficialmente il proprio ritiro dalla competizione (per ora la sua campagna è soltanto "sospesa") e il proprio endorsement alla candidatura di Newt Gingrich. L'ex Speaker repubblicano della Camera è recentemente balzato in testa ai sondaggi per le primarie, sia a livello nazionale che in Iowa (il primo stato in cui si svolgeranno i caucus all'inizio di gennaio). E l'appoggio di Cain potrebbe dargli la spinta decisiva per diventare ufficialmente il candidato anti-Romney del fronte conservatore.

Made in Fvgdic5

Made in Fvg

C'è fermento nel Pdl più a nord-est che la penisola conosca. Il Friuli Venezia Giulia è stato da sempre un piccolo laboratorio politico dove testare alchimie. Lo è stato per la Casa delle Libertà riunificata qui per la prima volta dopo lo strappo leghista del 1994 e lo è stato per Riccardo Illy, fulgido esempio di quel civismo di sinistra capace per qualche anno di stregare l'Italia. Illy, Ceccotti, Bolzonello hanno rappresentato sintesi prima impensabili, tanto a queste latitudini che all'ombra dei palazzi romani. Poi Berlusconi ha rovesciato il tavolo, ha vinto le elezioni spazzando via qualsiasi cosa e l'onda lunga del Cavaliere si è portata via Illy, i listini del Presidente, il brand prestato alla politica e tutto il resto.

La storia si ripete, non sempre uguale, magari simile. Così, con il Pdl nazionale in piena crisi di identità, quassù si sperimenta, si scompone per ricomporre, si provoca. Lo fanno in primis Massimo Blasoni, Roberto Novelli e Paolo Santin,  i tre ragazzi della "Leopoldina" friulana: affittano un cinema, mettono lì tre temi (territorio, legge elettorale, partito rinnovato) e chiamano la gente a parlare. Tre minuti a testa e via, per provare a ripartire.

Anche Luca Ciriani, in quel di Pordenone, cerca di agganciare il treno del cambiamento e lancia il suo "Pdl della gente". Un po' meno innovativo dei leopoldini, nei temi e nei metodi, ma il senso dovrebbe essere più o meno lo stesso.

E' un bel vedere, dopo anni di caos calmo e di scarsissima elaborazione politica. In Italia il Pdl ha un milione di tesserati, un bacino potenziale di 17-18 milioni di elettori e praticamente nessuno che faccia una proposta politica oltre il mantra classico del "speriamo che Berlusconi ci faccia vincere". Se parte da qui, da Udine e Pordenone, sarà comunque molto positivo.

Nel merito, però, alcune cose vanno dette. Così com'è il Pdl non funziona. E non fatela diventare una cosa di Tizio contro Caio e a favore di Sempronio. Non funziona perché è in debito di ossigeno che in politica significa essere in debito di idee. Prendiamo il Friuli Venezia Giulia, tanto per rimanere in casa. Quali dovrebbero essere le quattro-cinque cose che contano per un partito come il nostro, quelle a cui non poter rinunciare? Io dico: merito, vocazione maggioritaria, sussidiarietà, fiducia nell'individuo, trasparenza.

Dovremmo essere il partito della Glasnost' regionale (per la Perestrojka sono disposto ad attendere ancora un po') e invece molto spesso ci siamo ritrovati impantanati nel politicismo che a parole condanniamo.  Abbiamo vinto una campagna elettorale promettendo meno assessori esterni (un classico dell'era Illy). Ne abbiamo nominati sette su dieci, finendo per determinare un effetto distorsivo nella rappresentanza per cui la nostra Regione ha oggi 67 consiglieri regionali e una testimonianza dei territori non sempre coerente.

Siamo partiti (giustamente) lancia in resta su debito pubblico e semplificazione della governance della macchina regionale. Poi ci siamo fermati, non portando a sistema le riforme e provando l'ultimo strappo con il discorso di fine estate di Renzo Tondo. La strada segnata dal Presidente è quella giusta, in linea con le avanguardie di questa regione e con le aspettative dei nostri elettori. Saranno in grado i partiti di sostenerla? C'è ancora un centrodestra capace di interpretare il coraggio delle riforme senza retropensieri di sorta?

Sono tutte risposte che vanno date in tempi rapidi, perché il 2013 è dietro l'angolo e i sintomi di fine legislatura si vedono tutti. Non possiamo permetterci, come accaduto in passato, di trasformare l'ultimo scorcio del quinquennio nel periodo in cui si elargiscono mance e si accordano privilegi a pezzi più o meno rilevanti del corpo elettorale. Non possiamo essere - e va detto senza furori personali contro qualcuno eppure con la dovuta schiettezza - quelli che si trovano a difendere il raddoppio di poltrone solo perché ci sono promesse che vanno onorate o alcune scelte sciagurate degli alleati solo perché o così o si va a casa.

Ci sono cose che non portano voti ma che vanno fatte. Nella convinzione che chi fa politica è chiamato a perseguire il giusto più dell'utile.  Spesso questi due aspetti non coincidono ed è qui che si vedono i grandi partiti.

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Special Relationship

Su Sky in questi giorni stanno trasmettendo "The special relationship", film datato 2010 e che racconta il rapporto, tutto particolare, tra il presidente americano Bill Clinton e il primo ministro inglese Tony Blair. Si tratta di due protagonisti del panorama internazionale, alle prese con un periodo particolarmente delicato sia politicamente (soprattutto in America con il Lewinsky gate) che diplomaticamente (nel Regno Unito con la questione irlandese  e in Europa con Milosevic e lo sterminio razziale in Kossovo).

L'idea del  film è quella di mostrare la speciale relazione che intercorre fra i due capi di governo ma è anche uno strumento molto utile per conoscere e capire le azioni politiche e non degli ultimi anni del primo millennio.

La pellicola inizia con il celebre incontro fra il presidente americano appena rieletto e il capo del Partito Laburista del Regno Unito, candidato alle elezioni del maggio '97.  Un incontro dai contorni decisamente particolari: primo perché Tony Blair non è ancora stato eletto e quindi non si presenta in veste di capo di governo, secondo perché Clinton sembra volersi ritagliare la parte della prima donna, facendo dell'amico Tony un suo delfino "europeo".

Emblematica, nel film, rimane la telefonata con cui Bill Clinton si congratula con Tony Blair per la vittoria elettorale: pochi istanti brevi, quasi freddi con cui il Presidente americano si compiace per la vittoria e chiude rapidamente la conversazione telefonica.  

Nel Regno Unito intanto inizia a complicarsi l'Irish question con l'IRA e il Sinn Fein che si delineano sempre più come due organizzazioni di carattere aggressivo. L'appena eletto Tony chiama subito il suo collega transoceanico chiedendogli alcun i consigli, proprio come farebbe un qualsiasi figlio impaurito con il proprio papà. La telefonata sembra aver prodotto proficui risultati ma alcuni giorni dopo l'IRA ammazza due poliziotti inglesi. Così il presidente americano, per preservare la leadership del suo delfino d'oltremanica, scende in campo e scandisce l'ultimatum alle due organizzazioni irlandesi.

Ma come ben ci fa notare il film, la speciale relazione fra Clinton e Blair inizia a sgretolarsi con il Lewinsky gate. Il presidente americano è accusato di aver avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky, all'epoca ventitreenne, e Blair, nonostante le pubbliche affermazioni di solidarietà, inizia a meditare sul suo ruolo nell'alleanza. Decisiva pare essere la moglie Cherie, da sempre scettica nei confronti del piacione Bill.

La relazione fra i due presidenti  ha una grande possibilità di rinnovarsi, alcuni anni dopo, con la decisione sulla guerra contro Milosevic. Eppure Clinton, sotto influenza della moglie Hilary, è sordo alle richieste del premier britannico che chiede oltre ad un bombardamento aereo anche un'operazione militare congiunta per abbattere il regime di Belgrado. Così Blair, che come afferma nel film si era "spinto fin troppo in questa guerra", ad una convention a Chicago richiede pubblicamente l'intervento militare americano. La pubblica richiesta mette in difficoltà la presidenza di Bill Clinton, già in bilico dopo il Lewinsky gate,  e i principali tabloid americani inneggiano alla figura del premier laburista, fino a coniare l'azzeccata definizione di King Tony.  Un leader talmente forte che riesce a mettere d'accordo pure i conservatori, blanditi a colpi di citazioni di Thatcher e Churchill.

Arriviamo al 2000 e ai giorni delle tormentate elezioni presidenziali che vedono sfidarsi Bush e Al Gore. E' simbolico che Bill Clinton scelga le ore tormentate di quei giorni per andare a cena proprio dall'amico Tony. Un rapporto che, stando alle ricostruzioni del film , è diventato freddo. La causa è con ogni probabilità il grande protagonista sulla scena internazionale del premier britannico e il conseguente offuscamento della stella democratica di Bill Clinton.

Il film si chiude con Bill Clinton che vede perdere il suo vice Al Gore e appare a tutti una sorta di piccola bocciatura postuma del clintonismo. Sullo sfondo si intravede la sagoma di una nuova amicizia che avanza. Questa volta a geometrie un po' più variabili e meno banali: il texano W da una parte e l'ormai affermato King Tony dall'altra. Due personaggi che in comune hanno avuto, come disse lo stesso Bush,  solo "la stessa marca di dentifricio" ma che hanno saputo convivere alla grande, condividendo scelte anche difficili.

E' un film, ovviamente, ma la storia è raccontata davvero bene.