Wed Nite Fevah

Con gli inevitabili acciacchi dell'età, arrivano anche i malanni stagionali. Così il vostro co-blogger preferito (con quelli che prediligono il giovinastro Bressan neppure ci parlo) è costretto a comunicarvi che salteremo la puntata di "The Right Station" prevista per questa settimana. L'influenza ha reso irriconoscibile ed assai poco "radiofonica" la voce del sottoscritto, ma non abbandonatevi a gesti inconsulti e disperati, perché il podcast tornerà alla sua programmazione consueta già dal prossimo lunedì (il tutto sarà online sul blog e su iTunes martedì). Resistere, resistere, resistere!

Concitanov28

Concita

"A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini ed è l'unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all'interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo." Per vendicarsi di essere stata praticamente costretta ad andarsene dall' "Unità", trasformata in foglio di guerriglia ideologica anti berlusconiana ma senza il ritorno di vendite e di immagine del "Fatto", Concita De Gregorio, ex direttrice, non ha trovato niente di meglio da fare che dire finalmente la verità. E così confessare le manovre sotterranee e ideologicamente disoneste della sinistra capitolina e nazionale per affossare la candidatura di Emma Bonino a governatore del Lazio in competizione contro Renata Polverini.

Narrando le confidenze di questo "altissimissimissimissimo" (il linguaggio della Concita è quello che è, ndr) dirigente del Pd, molto probabilmente Enrico Franceschini, la signora sceglie di coprirlo con la foglia di fico dell'anonimato. Ottenendo il duplice risultato di fare anche la figura della giornalista reticente e omertosa con la politica. Tutto questo ridicolo psicodramma si è consumato sabato scorso all'Università di Pisa nell'ambito della manifestazione promossa dalla Associazione nazionale "Tilt", cioè i movimentisti del Pd che vorrebbero insegnare a leggere e a scrivere a Bersani attraverso i propri convegni sull' "alternativa maggiorenne dopo Berlusconi".

Bella alternativa e bella consapevolezza da maggiorenni, tra ripicche sotto forma anonima e pettegolezzi che hanno come unico obiettivo quello di delegittimare la leadership di Bersani . Per carità, problemi loro, non nostri. Però 'sta cosa può servire da monito anche a quella parte dei radicali italiani che fa riferimento alla Bonino, da sempre fautrice di un'alleanza con la sinistra. La De Gregorio infatti ha anche rivelato che, durante la campagna elettorale per le regionali del 2010, dai circoli del PD arrivavano lettere in cui gli iscritti scrivevano a "L'Unità" denunciando che "ci avevano detto di non fare volantinaggio". Per Emma Bonino ovviamente.

Riformisminov25

Riformismi

Ho intervistato Stefania Craxi per Notapolitica. Con l'occasione le ho posto anche qualche domanda un po' più "right" su destra/sinistra, rete, rivolte arabe. Qui sotto trovate le risposte. Se, invece, volete partecipare all'incontro di presentazione del "Manifesto dei Riformisti" non vi resta che farvi trovare domani alle ore 10 a Milano al Teatro Nuovo di Piazza San Babila.

Ad Orbetello la Fondazione Craxi ha organizzato una due giorni di formazione interamente dedicata a Internet. Crede che la Rete possa essere un interlocutore privilegiato per i Riformisti italiani ?

La Rete rappresenta la vera rivoluzione di questi anni. Mi ha colpito il grande ruolo giocato dalla comunicazione sul web e dai social network nell'influenzare in maniera determinante l'assimilazione dei messaggi da parte dell'opinione pubblica. Per i Riformisti italiani, che vogliono concorrere alla definizione delle riforme strutturali di cui questo Paese ha bisogno, la Rete non può che essere un interlocutore privilegiato.

Tutti considerano internet uno strumento di sinistra e in mano alle solite elite mediatiche. Lei cosa ne pensa ?

Non credo a questa ipotesi. Il vero problema credo sia quello di riflettere su quanto ed in che modo la politica stia tenendo il passo della Rete, ovvero in che modo la politica stia rimodellando i propri messaggi per rivolgersi ad una sempre più ampia platea di cittadini-elettori, per lo più giovanissimi, che non guardano la televisione, non leggono i giornali, ma hanno un'enorme familiarità con la navigazione sul web.

Lei si sente più di destra o di sinistra ?

In Italia destra e sinistra hanno perso il loro significato tradizionale. Basti dire che riforme e modernizzazione sono la stella polare della destra, mentre il mantenimento dello status quo è una peculiarità tutta della sinistra. Rimango una donna di sinistra, ma certo non può essere questa sinistra conservatrice quella che porto nel cuore.

E' stata un'osservatrice attenta della cosiddetta "primavera araba". Quanto importante è stato il ruolo di internet ?

Le rivolte in Nord Africa, penso alla Tunisia e all'Egitto, sono scoppiate spontaneamente a causa delle aspettative frustrate, delle disuguaglianze, del soffocante controllo sociale, del senso di emarginazione e mancanza di prospettive che pervade il mondo arabo. Ma sono stati soprattutto i mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, a coagulare e ad indirizzare la rabbia dei rivoltosi, per lo più giovanissimi, scesi in piazza.
In Paesi dove la maggioranza della popolazione ha meno di trent'anni, un ruolo importante lo hanno svolto le nuove tecnologie e isocial networks. Attraverso questi strumenti, i giovani arabi hanno potuto conoscere lo stile di vita dei loro coetanei in Occidente ed hanno visto confermati tutti i loro sospetti sulla corruzione delle proprie classi dirigenti, pensiamo all'effetto dirompente delle rivelazioni di Wikileaks. E' così che sono stati definitivamente delegittimati i vecchi leader, dando il colpo di grazia a personaggi il cui carisma era ormai già fortemente appannato da ragioni anagrafiche e da una vera e propria rapacità che coinvolgeva la cerchia di parenti e clan di riferimento.
Questo spiega anche, almeno in parte, come mai gli apparati di sicurezza, impegnati a monitorare e reprimere il dissenso tradizionale, non abbiano colto per tempo i segnali della tempesta che stava per scatenarsi.  

 

Abbiamo visto che il suo sito non è ancora iscritto a Tocqueville, l'aggregatore di blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati. Facciamo un patto: noi la iscriviamo, lei lancia un messaggio ai tanti blogger del centrodestra italiano ?

Ci sto, con molto piacere. E dico questo: non abbandoniamoci alla rassegnazione, ma iniziamo subito a costruire un progetto di futuro, consegnando alla creatività, alla volontà di rinnovamento e di conquista delle giovani generazioni, i valori, gli insegnamenti, la memoria della tradizione.

 

2013nov23

2013

Gli amici del Foglio ci hanno chiesto di immaginare la politica italiana nel 2013 e di ipotizzare quale potrebbe essere il posto della destra, della sinistra e dei democristiani tra due anni, alla vigilia delle elezioni politiche e al diciottesimo mese di governo Monti. Questa è la nostra versione.

Qui il round-up completo.

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Votare a queste elezioninon è stato per niente facile. A lungo abbiamo militato nelle file del centrodestra nazionale, abbiamo sostenuto per almeno dieci anni i partiti e le coalizioni messe in piedi da quel gigante della politica che è stato Silvio Berlusconi. Questa prima tornata post-berlusconiana ha rappresentato un vero e proprio dilemma da sciogliere per chi come noi ha creduto al sogno della rivoluzione liberale. Il governo tecnico di Mario Monti dice di aver salvato l'Italia e certamente i risultati gli danno ragione.

Tuttavia non ci è piaciuto il metodo: hanno rimesso l'Ici, aumentato la pressione fiscale, bloccato il federalismo e i costi standard, si sono inventati una strana patrimoniale che non si chiama patrimoniale, hanno condotto una guerra psicologica contro il contante, impregnando tutto di una bizzarra antropologia negativa. Berlusconi era il male, gli imprenditori sono tutti evasori, anche i ricchi devono piangere un po'. Con queste premesse il centrosinistra è andato a nozze e Vendola e il suo vice Bersani si sono presentati come i perfetti eredi del governo che ha salvato l'Italia. A contrapporsi a loro una strana aggregazione di cattolici ex democristiani, gente per bene, molto understatement e sobrietà.

Troppo paurosi, però, per opporsi  con orgoglio al sinistro duo in salsa emilian-pugliese e sfidare in campo aperto i progressisti di casa nostra. Siamo stati lì, per ore, a discutere con noi stessi se rassegnarci al grigiore e votare questi gendarmi del popolarismo sussurrato oppure andare al mare. Poi abbiamo scelto di dare credito a un signore un po' naif, ai suoi modi politicamente poco corretti, alla sua antropologia positiva. Ha promesso di lasciare libertà alle imprese, di vendere i beni pubblici ai privati, di abbassare le tasse, di abolire l'art.18 perché le aziende mica licenziano se non ne sono costrette. Sarà stato anche poco ortodosso ma questo Giorgio Fumagalli che non aveva mai fatto politica prima ci ha convinto e siamo contenti che abbia convinto anche la maggioranza degli italiani. Quelli con poca voce e tanto buonsenso.

 

 

Godsend

Secondo Paul Begala - ex consigliere di Bill Clinton, ex commentatore della CNN e attualmente professore universitario (una carriera fin troppo scontata per un professionista della propaganda liberal) - una vittoria di Newt Gingrich alle primarie repubblicane sarebbe "a Godsend for Democrats", un "dono del cielo" per i Democratici.

Perde il New Deal Socialistanov21

Perde il New Deal Socialista

Le elezioni politiche spagnole hanno visto la vittoria del Partito Popolare di Mariano Rajoy con il 44% dei votanti (+4,68% rispetto al 2008), aggiudicandosi 186 seggi su 350 (maggioranza assoluta) alla camera, e la sconfitta umiliante per sua portata storica (il peggior risultato elettorale di sempre dalla fine del franchismo) con il 28,73% (-15,14%) con solo 110 seggi del PSOE guidato da Alfredo Rubalcaba erede del premier uscente Zapatero.

Ancora più cocenti i dati del senato per i Socialisti, dove il PP ottiene 136 seggi (11 in più della maggioranza necessaria) contro i 48 del PSOE.

La proposta dei Socialisti in "stile obamiano" avanzata durante la campagna elettorale da Rubalcaba, di un 'New Deal' spagnolo quale ricetta per la crisi economica e finanziaria in corso viene sonoramente bocciata dagli elettori, preferendo il piano di rigore e di contenimento della spesa pubblica proposto e promesso dai Popolari.

Tale dato significativo dimostra la sfiducia dei cittadini verso le proposte economiche del maggior partito della sinistra spagnola, diventando un campanello d'allarme in vista delle future consultazioni politiche dell'anno prossimo anche per le altre sinistre in giro per il mondo, primi fra tutti i Democratici statunitensi.

Anche l'affluenza al voto del 71,69% (-2,16% circa rispetto a tre anni fa) ha tradito i Socialisti.

Gli astenuti sono stati il 28.31% (+2,16%), le schede nulle l'1,29% e le schede bianche il 1,37%.

A fronte del crollo del PSOE in piena crisi di credibilità e di nervi anche al suo interno, i maggiori beneficiari sono stati i partiti di estrema sinistra collettivisti ed anticapitalisti vecchi e nuovi.

Il fenomeno degli indignados è sfociato nell'astensione e nel voto verso le formazioni minori, al fine di punire i Socialisti, rei a loro dire, di non aver ascoltato ed eseguito le loro rivendicazioni durante i tre anni precedenti di governo.

Tale voto di protesta ha fatto pendere la loro preferenza verso la Sinistra Unita (IU) la quale raddoppia il proprio elettorato (+3,15% di incremento rispetto al 2008), arrivando al 6,92%, passando da 2 a 11 seggi, verso i Socialdemocratici (UPyD) con 5 seggi al 4,69% (+3,5% di incremento rispetto al 2008) e verso nuove formazioni minori (ad esempio i 215000 voti, pari allo 0,88% di Equo), lo 0,10% degli Anticapitalisti e lo 0,10% dei Pirati, con 25000 voti a testa, i quali però non entrano in parlamento), saccheggiando l'elettorato socialista.

La Spagna, a parte i due principali contendenti, si conferma terra a forte elettorato localista e territoriale, avanzano le rivendicazioni autonomiste ed indipendentiste specie in relazione alla sicura vittoria dei Popolari (storicamente per l'unità territoriale ed avversi ad ogni ipotesi di decentramento).

Anche tali movimenti autonomisti sottraggono il voto indipendente al PSOE, indicativo ad esempio il caso della Catalogna, dove la Convergencia y Uniò (16 seggi) sopravanza il Partito Socialista della Catalogna (14 seggi) nelle preferenze.

Tre piccole formazioni autonomiste sono riuscite a strappare il biglietto per le Cortes: la coalizione valenciana Compromìs, il Forum asturiano e Geroa Bai in Navarra.

Queste assieme ai 19 rappresentanti catalani (3 seggi ad ERC e ai 16 degli autonomisti catalani di CiU), ai 12 baschi (dove AMAIUR, formazione radical-indipendentista supera 7a 5 il Partido Nacional Vasco, facendo il pieno di voti anche nel centro storico di San Sebastian, nelle prime elezioni successive alla proclamazione di termine della lotta armata terroristica da parte dell'ETA), ai 2 seggi ai galiziani del Bloque Nacional Gallego e ai 2 rappresentanti delle Canarie (per Coaliciòn Canaria), saranno una variabile importante all'interno del quadro delle politiche nazionali, dato che faranno pesare i loro numeri negli accordi con il governo.

Pur non essendo decisivi nel breve periodo per le sorti del governo popolare uscente dalle urne, essi restano una spia accesa verso i futuri assetti della Spagna in caso di fallimento del risanamento proposto dai Popolari.

Il vincitore, Mariano Rajoy, in campagna elettorale aveva proposto come programma di governo la diminuzione della pressione fiscale e la realizzazione di meno debito pubblico, promettendo in campagna elettorale 3000 euro di sgravi fiscali per ogni posto di lavoro creato dalle aziende, e l'abbassamento delle tasse alle piccole e medie imprese con una flat tax al 20%, operando al contempo tagli in ogni settore eccetto che nelle pensioni, proponendosi di ridurre il deficit al 4,4% nel 2012 dal 9,3 del 2010.

A seguito della proclamata vittoria ha dichiarato che la sua prima preoccupazione è la disoccupazione (circa 21,5%, la più alta in Europa) e la riconquista del rispetto dell'Unione Europea, resta da vedere se la maggioranza popolare riuscirà a rassicurare anche i mercati.

Bastava dirlonov20

Bastava dirlo

Nella sconfitta bisognerebbe essere onorevoli e non conservare rancore. Ma non tutti ci riescono e in questi giorni, tra una fiducia e l'altra all'esecutivo tecnocrate di Mario Monti, dal Popolo della libertà si levano lamenti. Uno di questi è stato pubblicato sul Foglio di sabato 19 novembre, a firma di Sandro Bondi. Il quale prova da una parte a scaricare il presunto colpevole - Giulio Tremonti -, dall'altra tenta di giustificare il proprio voto a favore del nuovo governo.

Pare che Bondi, ascoltando l'intervento di Monti al Senato, si sia improvvisamente reso conto che la mancanza di una coerente ed efficace politica economica abbia minato le fondamenta della maggioranza di centrodestra. Colpa, ovviamente, dell'ex ministro dell'Economia che avrebbe minato "alla radice, fin dal primo momento, la capacità del governo di affrontare la crisi", passando per i tagli lineari che hanno così compromesso qualsiasi riforma. "L'effetto combinato delle sue non politiche economiche e del suo strettissimo rapporto con la Lega", avrebbero peggiorato la situazione. Ad essere manichei, l'atteggiamento di Bondi sa di pura vigliaccheria: di sicuro non gli saranno mancate le occasioni per presente le proprie rimostranze, considerato che ha anche ricoperto il ruolo di ministro della Cultura. 

Ferrara rispedisce al mittente la missiva e passa piuttosto al contrattacco: "avete condotto al disastro una grande avventura politica" mettendo il bavaglio addirittura al Cavaliere, "non siete una classe dirigente", "non leggete la realtà che confligge con la vostra vanità", che insomma si solo calati le brache. "Tremonti - scrive il direttore del Foglio - ha responsabilità ovvie, ma bisogna dirlo a tempo".

Per l'appunto: dirlo a tempo, che il Pdl è in parte vittima di se stesso. Di una mentalità che non ha voluto correre rischi e badare all'immediato: la carta d'identità giusta con la quale presentarsi alla nuova fase della politica italiana, mettendosi in coda per servire caffè e brioche al professor Monti. È rimasto a fare catenaccio, evitando accuratamente di ripartire in contropiede. Non ha spina dorsale, sta bene nella palude istituzionale. Insomma, agisce in modo che qualcuno potrebbe pensare che Gianfranco Fini non aveva tutti i torti - il condizionale è d'obbligo quando c'è di mezzo il presidente della Camera.

Certo, bastava dirlo a tempo. Il giorno dopo è sempre troppo tardi.   

Paradiso fiscalenov20

Paradiso fiscale

Ad ammazzare il popolo e l'economia di tasse qualsiasi tiranno e predone è buono, non ci volevano tanti professoroni e manager... Ciò che è impopolare lo è perché è contro il popolo, e una tassazione impopolare che manderebbe l'economia in una recessione irreversibile è esattamente l'opposto di ciò di cui ha bisogno il nostro paese. Occorrono idee nuove che propongano uno sviluppo intelligente, basato su ciò che l'Italia già ha di competitivo, senza guardare in faccia a nessuno, tanto meno all'euro e all'Europa o ai padroni nostrani succhiasoldipubblici; anzi, proprio questi ultimi sono stati e sono tuttora i principali beneficiari della spesa pubblica grandemente finanziata con quel debito statale che ora vogliono far ripagare a noi contribuenti. All'Italia non servono industrie inquinanti, manodopera importata e inutili burocrati, ma l'Italia ha, quasi unica al mondo, i requisiti di storia, arte, clima, gastronomia, bellezze ambientali, per divenire la residenza stabile e/o la meta turistica dei ricchi del mondo, e ciò può portarci ben più ricchezza di qualsiasi altra tipologia di sviluppo economico. Potremmo divenire la Florida dell'Unione Europea e del mondo, potremmo vivere in un paradiso per benestanti, invece una classe dominante di infima qualità ci fa vivere, inquieti e senza futuro, preoccupati e tartassati, in un inferno di vessazioni fiscali e burocratiche, di debito pubblico, di criminalità, spaccio, prostituzione, di inquinamento e di rumori, di burocrati buoni a nulla, anzi buoni solo a predare tasse… Il ritorno all'economia reale, alla produzione industriale, con la connessa pretestuosa colpevolizzazione del mondo finanziario per la (finta) crisi attuale, così tanto subdolamente propagandate, è un ritorno a forme di vita e di lavoro schiavizzanti il popolo. In un settore, quello manifatturiero, nel quale, oltretutto e prima di tutto, non possiamo competere col basso costo del lavoro di Cina e paesi emergenti, salvo cambiamenti non auspicabili o controproducenti quali dazi doganali o riduzione dei salari italiani. Manca totalmente l'attenzione all'economia del retirement, sviluppatissima nei paesi anglosassoni e nel Nord Europa, per cui la coppia anziana benestante trasferisce la sua residenza nel paese che ha le condizioni fiscali e climatiche migliori. Manca la cultura economica dell'international tax planning, la pianificazione fiscale internazionale, per la quale famiglie giovani benestanti programmano la loro futura residenza nel paese che ha il mix migliore di bassa tassazione, terziario avanzato e vivibilità. Per l'economia, per la ricchezza del nostro paese, è evidentemente preferibile avere investitori finanziari, italiani e stranieri, che risiedano o vengano a risiedere qui in Italia, che facciano profitti, magari investendo e guadagnando anche in borse estere e spendendo tali guadagni in Italia, senza chiedere nulla allo stato, invece che industriali falliti e burocrati desiderosi solo di vivere sussidiati alle spalle dei contribuenti. Per gli Italiani stessi è meglio essere risparmiatori, azionisti o creditori di imprese dislocate all'estero, che operai della Fiat. Così agli Italiani vanno gli utili, la ricchezza, e all'estero va il lavoro più usurante, l'inquinamento, l'inevitabile sfruttamento dei lavoratori. Allora dobbiamo difendere il patrimonio turistico, storico e culturale, la qualità della vita, e soprattutto attirare i ricchi di tutto il mondo, detassando tutti i redditi tipici dei ricchi, primi fra tutti quelli finanziari. Storicamente siamo stati noi Italiani a inventare le banche, basti ricordare i Medici, i Bardi, i Peruzzi, i "Lombard". E proprio in Italia abbiamo la base tecnico - professionale per divenire il paradiso fiscale del mondo, il posto migliore dove un ricco sognerebbe di vivere, portando lavoro, benessere e ricchezza al paese che lo ospita. Perché, e pochi sembrano rendersene conto, oltre al patrimonio turistico e culturale, proprio qui in Italia già abbiamo intermediari finanziari, banche, SIM (società di intermediazione mobiliare, gli agenti di borsa) tra i più grandi, i più efficienti e i migliori d'Europa e del mondo. Questo patrimonio di lavoro, professionalità e produttività nel settore finanziario si era sviluppato in Italia nei decenni scorsi, grazie alla sopportabile tassazione dei rendimenti del risparmio, situazione favorevole questa ora drasticamente deteriorata grazie alle manovre di Tremonti dell'estate 2011, le quali hanno tartassato il risparmio popolare raddoppiando l'imposta sostitutiva su di esso e introducendo il superbollo sui depositi titoli. Patrimonio professionale e lavorativo che verrà definitivamente ucciso e sepolto da provvedimenti tirannici e demenziali quali prelievi forzosi sui conti correnti o imposte patrimoniali. Patrimonio di lavoro, professionalità e competenze nel settore finanziario che potrebbe invece essere proficuamente messo a disposizione dei ricchi che vogliono venire a vivere in Italia e costituire per loro un'ulteriore apprezzatissima e decisiva attrattiva. Forse si dimentica che l'economia reale, in Italia e probabilmente anche in quest' Unione Europea che ci somiglia sempre più, è l'economia della grande industria sussidiata e assistita succhiasoldipubblici, soldi di noi contribuenti che ripianiamo i bilanci in rosso delle imprese "produttrici" di debiti, delle imprese dei prestanome di poteri occulti, della mafia, delle mazzette, degli assessori e sottosegretari, degli appalti truccati, di tangentopoli, l'economia dello sradicamento di individui e famiglie dalle campagne e dai piccoli paesi, dalle loro comunità, dai rapporti parentali, dalle loro piccole proprietà, per ridurli a dipendenti - schiavi urbanizzati, senza identità e senza potere. Uno sviluppo basato sulla residenzialità per benestanti e sulla connessa produzione di ricchezza finanziaria, nonché sul turismo, ha i suoi vantaggi: niente inquinamento, niente morti bianche, un mondo di terziario ricco e civile, e benessere per tutti, senza sacrifici stakanovisti e oppressioni stataliste (Svizzera docet). Il paradiso fiscale è infatti l'opposto del mondo - incubo orwelliano, fatto di stato, di controlli e di tasse, modello verso il quale la prigione fiscale Europa, per prima, si sta a grandi passi avviando, contro la volontà dei popoli che la compongono. Tutti ormai hanno capito che ciò che ci è stato spacciato come "progresso" è in realtà un regresso di civiltà e una privazione di libertà. La predazione di redditi e ricchezze tramite tasse, inflazione e debito pubblico, perpetrata da poteri mondialisti più o meno occulti ai danni dei sans pouvoir, è la prima concretizzazione di un nuovo ordine mondiale orwelliano. Nell'ultimo secolo di "riformismo", la pressione fiscale non ha fatto altro che salire, depredando i cittadini, i lavoratori, le famiglie, squilibrando il mercato, distorcendo la libera concorrenza, foraggiando apparati pubblici clientelari, parassiti e vessatori. Oggi, se vogliamo rimanere un paese libero, democratico e produttivo, dobbiamo assolutamente invertire tale tendenza, seguendo fedelmente un unico semplice principio: nessuna nuova tassa deve essere creata, nessuna tassa esistente deve essere aumentata, tutte le tasse esistenti devono essere diminuite e/o abolite. Siamo tutti stufi dei ladri che vengono a metterci le mani nelle nostre tasche per derubarci di ciò che è nostro. Per la crescita della ricchezza di ciascun Italiano e dell'Italia tutta non è necessario che "qualcun altro" paghi più tasse. Occorrono soluzioni tanto intelligenti quanto ovvie e praticabili, come questa da me proposta, e meno spesa pubblica, meno sprechi, e non più tasse a questo o a quello.
Newt is Back!nov19

Newt is Back!

Mentre indignati e polizia se la danno di santa ragione davanti a Wall Street, un fantasma si aggira tra le pieghe delle primarie repubblicane. E' un fantasma che viene da lontano, ha i capelli bianchi, trascorsi esaltanti ma anche estremamente problematici ("his baggage has baggage" ha scritto Joan Walsh su Salon) e l'innata capacità di apparire più intelligente di qualsiasi interlocutore con cui abbia a che fare. Si tratta di Newt Gingrich,

Numero Due

E' online la terza puntata (la "numero due") di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Si parla del fantastico golpe tecno-spaziale del governo Monti e dei suoi conosciutissimi ministri, della rinascita di Newt Gingrich alle primarie repubblicane statunitensi e del futuro di PdL e Lega Nord. Poi un po' di musica, con gli anglo-scandinavi Fanfarlo. Buon ascolto.

Hannan c'e'

Dopo la scoperta Nigel Farage, vi facciamo sentire qualcosa anche dell'eurodeputato conservatore Daniel Hannan (grazie ad Annalisa per la segnalazione).

Sul suo blog sul Telegraph oggi presenta un libro interessante sugli Stati Uniti, la sovranità popolare e quello che sta accadendo - mica tanto silenziosamente - in Europa.

AGENDA FARAGEnov17

AGENDA FARAGE

Nel grigiore di questi giorni che però pare piaccia alla maggioranza degli osservatori, spicca Nigel Farage, il leader dello United Kingdom Indepence Party, movimento libertario britannico che siede nell'Europarlamento. E non solo per via delle sue camicie che ci ricordano da dove arriva, ma soprattutto per le parole che usa nel descrivere la situazione dell'Unione europea. Dice quello che dovremmo sentire da uno dei nostri rappresentanti, ma l'ordine tra i partiti è quello di battere le mani a Mario Monti, anche quando quest'ultimo nel suo intervento al Senato chiede di essere ascoltato, piuttosto che di essere applaudito.

I media spesso confinano lo UKIP nella categoria destra estrema, ma con nazionalisti e neofascisti Farage ha ben poco da spartire. Casomai, parte da un concetto lontano nel tempo, inizialmente accennato nella Magna Carta Libertatum del 1215 e poi issata a motto di battaglia alla vigilia della Rivoluzione americana: no taxation without representation.

Presa la parola nella seduta del 16 novembre, ha chiesto ai tecnocrati che gli stavano davanti come osassero, da non eletti, imporre a Grecia e Italia governi guidati da altra gente non eletta. Compreso quel Monti, altro architetto di un sistema arrivato all'apice del disastro: l'Europa stessa. Punta il dito verso José Barroso che tiene lo sguardo basso. Poi si rivolge Herman Van Rompuy (non è la prima volta, nell'ultima occasione gli domandò spudoratamente chi diavolo fosse) e lo scredita con fin troppa facilità, forte del fatto che la sua carica di President of the European Council non è altro che nominale.

L'Europa vacilla, perde i pezzi: era stata progettata per evitare che la Germania ordinasse e disponesse, ma si è tornati indietro di anni, aggiunge Farage che non manca di ricordare come l'ultima volta, per disfarsi delle prepotenza tedesca, fu necessario il sangue (molto British), scatenando l'insofferenza del deputato socialdemocratico Martin Schulz, il kapò di berlusconiana memoria. Nell'Ue, suggerisce Farage, è stata sospesa la democrazia eliminando inizialmente il Primo ministro greco George Papandreou per aver fissato il referendum sul destino della Grecia nell'area Euro e in secondo luogo Silvio Berlusconi. Lo stile che adotta per ribadire il concetto è quello consolidato, tipico dell'agone britannico che è esercitato alla House of Commons durante il Question Time del mercoledì.

"Nessuno vi ha eletti", sottolinea Farage. Non hanno alcuna legittimazione democratica per il ruolo che svolgono. Sembra un romanzo di Agatha Christie: invece è tutto vero e gode del sostegno, Italia compresa, di una fetta di opinione pubblica che, curriculum alla mano, si è avvalsa di studi all'estero e che da fuori confine premeva di far sapere come si sentisse indignata per la mancanza di serietà e decenza nella penisola. Salvo poi aggirare quella cosa inutile chiamata elezioni per affidare le chiavi a chi non ha ricevuto alcun mandato dai cittadini.

"What in God's name gives you the right to say that to the Italian people?", si impunta Farage rivolgendosi agli alti esponenti del tecnicismo europeo - e indirettamente a tutti gli altri. È l'interrogativo che dovrebbero porsi i politici italiani, ma sono troppo impegnati a fare a gara di piaggeria con il nuovo esecutivo. Fortuna che ora abbiamo un'Agenda Farage.   

Ci difende Nigel Faragenov17

Ci difende Nigel Farage

Vi proponiamo video e trascrizione in italiano del discorso tenuto ieri da Nigel Farage all'Europarlamento. Tre minuti per ribadire che qualsiasi democrazia è migliore della tecnocrazia che stanno cercando di farci passere come governo dei migliori. Grazie a Irene Selbmann per la traduzione. 

 

Eccoci qui, sull'orlo del disastro economico e sociale, e in questa stanza oggi abbiamo quattro uomini che dovrebbero essere responsabili. Eppure abbiamo ascoltato i discorsi più insipidi e tecnocratici di sempre: state tutti negando.

L'euro è un fallimento sotto tutti i punti di vista. Di chi è la colpa? Chi è che ha in mano il vostro destino? Ovviamente la risposta è: nessuno di voi. Perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha avuto la legittimazione democratica necessaria per arrivare ai ruoli che state attualmente ricoprendo. E in questo vuoto è arrivata Angela Merkel.

Viviamo in un'Europa dominata dalla Germania, qualcosa che il progetto di Europa unita avrebbe dovuto effettivamente impedire. Qualcosa che chi venne prima di noi ha impedito, pagando con il suo sangue. Io non voglio vivere in un'Europa dominata dalla Germania e neanche i cittadini europei lo vogliono. Ma ragazzi, siete voi che lo avete permesso. Perché quando Papandreou decise di chiedere un referendum, lei signor Rehn parlò di 'violazione della fiducia', e i suoi amici si sono riuniti qui come un branco di iene, hanno circondato Papandreou, lo hanno cacciato via e rimpiazzato con un governo fantoccio. Che spettacolo disgustoso.

E non ancora soddisfatti, avete deciso che Berlusconi se ne doveva andare. Quindi fu cacciato e rimpiazzato con il signor Monti, ex commissario europeo, anch'esso architetto di questo euro-disastro. Un uomo che non era neanche membro del Parlamento. Sta diventando come un romanzo di Agatha Crhistie, dove cerchiamo di indovinare chi sarà il prossimo ad essere fatto fuori. La differenza è che sappiamo benissimo chi sono gli assassini: dovreste essere ritenuti responsabili per ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati.

E devo dire, signor Van Rompuy, che 18 mesi fa, quando la incontrai per la prima volta, mi sbagliai sul suo conto. Dissi che avrebbe ucciso silenziosamente la democrazia degli stati-nazione, ma non è più così, lo sta facendo molto rumorosamente.

Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia a dire: "non è il momento di votare, è il momento di agire". Cosa, in nome di Dio, le dà il diritto di dire al popolo italiano cosa fare?

 

Governo Ombra?nov16

Governo Ombra?

Nelle occasioni ufficiali ha parlato di "governo di alto profilo". Poi ha riunito lo stato maggiore del Pdl e si è lasciato andare: "teniamoci pronti". Silvio Berlusconi si è tutt'altro che rassegnato e nel giorno del passaggio di consegne con Mario Monti a Palazzo Chigi si butta anima e corpo sul partito. Quel Pdl che non gli è mai piaciuto tanto ("non scalda i cuori" diceva qualche settimana fa) è in realtà diventato l'oggetto delle attenzioni del Premier.

Chi ha partecipato all'ufficio di presidenza di questa sera riferisce di un Berlusconi determinato a non farsi archiviare e pronto, anzi, a guidare la riscossa del centrodestra. Non parla di nuove possibili candidature a premier ma dice senza mezzi termini di essere intenzionato riprendere in mano la macchina organizzativa pidiellina che dovrà essere pronta in caso di ritorno alle urne.

Musica per gli scontenti del partito, quelli che mal hanno digerito l'appoggio a Monti e che hanno intravisto nel nuovo impegno del Premier uno spiraglio di lucidità. Ancora non è chiara la strategia berlusconiana ma pare che tutto ruoterà attorno ad un governo-ombra di impostazione anglosassone. Una sorta di esecutivo alternativo composto dai ministri uscenti e con le new entry pronte a prendersi i dicasteri virtuali che nel Berlusconi IV erano appannaggio della Lega Nord.

"Se fosse vero" sussurra qualche ben informato "sarebbe la dimostrazione che l'appoggio a Monti è un sostegno a tempo". Già, ma quanto tempo?

Monti e la Grecianov16

Monti e la Grecia

"Oggi secondo me, stiamo assistendo, non è un paradosso, alla manifestazione del grande successo dell'euro. E quale è la prova più concreta del grande successo dell'euro? La Grecia.." Fermi tutti, non tirate fuori il misuratore alcoolico o quello per le sostanze stupefacenti. A parlare così, argomentando un po' apoditticamente con il fatto che altrimenti oggi la Grecia starebbe peggio di quanto non stia in effetti, è il neo premier insediato ufficialmente ieri alle cinque del pomeriggio dopo il giuramento al Quirinale con la squadra di ministri da lui formata, Mario Monti. Lo spezzone che ieri spopolava su facebook è stato immortolato su you tube dopo la puntata de "L'infedele" di Gad Lerner dello scorso 26 settembre. Mario Monti è ospite d'eccezione e naturalmente parla e talvolta pontifica un po' su tutto. Per chi volesse rivederselo il video è qui

Significativo anche il tema della trasmissione che sembra prefigurare con poco meno di due mesi di anticipo l'incarico conferito qualche giorno fa da Napolitano al professore della Bocconi, già advisor del board della "Goldman Sachs": "All'Italia serve un podestà forestiero?" Evidentemente serviva se poi a Monti ce lo hanno messo. Certo però che se l'approccio al problema crisi economica si dovesse limitare a questa affermazioni tanto discutibili quanto banali, e di cui non esiste contro prova, emanate dai talk show della sinistra radical chic, ti saluto la "non politicità" del governo tecnico.

Peraltro un po' minata anche dalla presenza dell'ex ad del gruppo De Benedetti - Caracciolo, Corrado Passera, di cui chissà perché si ricorda solo la carriera in banca. Nel promo su internet di quella puntata de "L'infedele", Monti, futuro papa straniero, veniva presentato così: "Stasera su La7 alle 21,10 L'Infedele ospita Mario Monti, ex Commissario europeo, presidente dell'Università Bocconi, e soprattutto candidato da più parti alla guida di un eventuale governo tecnico d'emergenza e unità nazionale. Difficile che accada, Berlusconi rinchiuso nel suo bunga-bunker non ha alcuna intenzione di dimettersi e confida che, per salvare sè stessa, l'Europa dovrà continuare a finanziare con la Bce il nostro debito pubblico, a prescindere da chi guida l'Italia. Ma allora quali saranno le conseguenze del probabile default greco, dell'allargamento dello spread fra titoli italiani e tedeschi, del continuo deprimersi dell'euro e del crollo delle Borse? E' più attuale che mai l'interrogativo posto da Mario Monti: serve al risanamento italiano un "governo tecnico sopranazionale"? Un po' come, nella discordia, i Comuni italiani del XIII secolo ricorrevano a un podestà forestiero?"

Insomma non sarà una congiura di palazzo, ma poco ci manca.

Agenda Impossibilenov14

Agenda Impossibile

Come spesso accade il duo Alesina-Giavazzi centra il punto. Nel loro editoriale "Un'agenda possibile" individuano (ed è già la seconda volta) nella concertazione il vero male italiano.

Scrivono: "La concertazione ha creato l'esatto opposto dell'equità: i veri deboli non siedono a quei tavoli. Essere «equi» significa chiedersi quale sia l'effetto delle riforme sui giovani, sulle donne, sugli immigrati."

Volevamo riprendere il loro editoriale e aggiungerci un punto di domanda alla fine. Chiedendoci se, con il Partito Democratico in "maggioranza", si potesse proprio partire da quel pilastro, abbandonando ogni tipo di consociativismo politico e sindacale.

La risposta ce l'ha data il Messia. Mario Monti incontrerà i partiti e poi le parti sociali. Quella di Giavazzi-Alesina è già un'agenda impossibile. E questo governo di larghe intese e zero voti inizia con il piede sbagliato.

Lo ricordiamo cosìnov13

Lo ricordiamo così

Un gigante circondato da nani. Anzi: un gigante che si è circondato di nani. Silvio Berlusconi è stato un concentrato pressoché unico di miseria e nobiltà, di vette inesplorate e di abissi umani e politici. Sceso in campo nel 1993, dopo la prima giornata passata a Montecitorio se ne è uscito con un "mai lavorato così poco in vita mia". Genio totale. Sregolatezza anche. A chi gli rinfacciava scarsa esperienza politica ribatteva "Che cosa avete fatto nella vita? Io posso citare case, giornali, televisioni, insomma il secondo gruppo italiano".

Quintessenza del politicamente scorretto è morto, ahinoi, democristiano pure lui. Impantanato tra i Fini e i Casini, i Pisanu e gli Antonione. Gente che - come per un Lee Oswald qualsiasi - può diventare famosa solo se artefice di un regicidio. Se non ci fosse stato Berlusconi e le loro prese di distanza dall'uomo a cui devono tutto, nessuno saprebbe nemmeno di chi stiamo parlando. Berlusconi per diciassette anni è stato così: ha fatto grande gente che non se lo meritava, si è dimenticato completamente di quelli che, invece, andavano ascoltati di più e meglio.

Eppure, nonostante mille difetti, si è preso sulle spalle un blocco moderato che nessuno aveva mai unito prima, ha sfidato poteri forti e stampa nemica, ha costruito un partito in sei mesi, poi l'ha sciolto, ne ha fatto un altro dal predellino di un auto e poco a poco, oggi, lo sta dilaniando. Il bipolarismo italiano è Silvio Berlusconi: contro o a favore.

La piazza ricolma d'odio di ieri sera dimostra che non siamo un paese normale, che le regole democratiche e di rappresentanza ci paiono sempre e comunque uno strumento buono per sostenere la tesi di turno. Che c'è da festeggiare quando un Parlamento di nominati caccia un governo eletto per metterne uno senza un solo voto popolare? Niente. E dovrebbero capirlo per primi quelli che portano l'aggettivo "democratico" nel nome del partito.

In questo "cul de sac" Berlusconi ci è finito grazie alla stessa tenacia con cui mille volte era riuscito a sparigliare tutto. Però al contrario. Con una protervia tutta sua ha imposto nani e ballerine, anestetizzando ogni possibile istanza di cambiamento all'interno di un partito e di un movimento creato a sua immagine e somiglianza e a sua immagine e somiglianza destinato a finire. Peccato, peccato davvero. Perché rispetto a Monti, a Pisanu, a Letta, ai tanti bocconiani che rifaranno l'Italia, questo signorotto brianzolo era capace di suscitare sentimenti, passioni, contrasti. Non De Gasperi, certamente no. Ma nemmeno Giuliano Amato.

A modo suo ha segnato un'epoca, governando poco più della metà di questi 17 anni che saranno ricordati come i suoi anni, quelli del berlusconismo. Gli altri sono stati comparse: nella migliore delle ipotesi conigli bianchi su sfondi bianchi, nella peggiore agitatori di folla con un solo obbiettivo, quello di cacciare il Cavaliere più amato e più odiato della politica italiana.

Vorremmo non parlarne più, eppure vorremo dire anche che mai potremmo rinnegare quel che è stato. Gli errori degli ultimi anni non cancellano la grandezza di un uomo che è comunque riuscito ad evitare che questo paese fosse guidato da un Occhetto qualsiasi. Già questo vale una carriera. Aggiungeteci lo show di Vicenza a Confindustria e capirete perché, in fondo, abbiamo sempre sperato che tornasse sé stesso. Non è successo, ma non è un buon motivo per dimenticare che è stato meglio, molto meglio di tanti altri. Anche per il solo fatto di aver lavorato, da solo, più di quanto abbiano fatto messi insieme Bersani, Casini, Fini, Rutelli e Bossi.

Falchi e colombenov11

Falchi e colombe

Vorrei tanto poter scrivere parole definitive su questo Mario Monti. Persona di profilo altissimo, non c'è dubbio. E non c'è dubbio nemmeno sul fatto che la situazione straordinaria in cui ci troviamo richiede soluzioni straordinarie. Ieri mi sono svegliato colomba, molto colomba. Mario Monti e basta, a cosa serve discutere? C'è l'uomo, c'è il consenso attorno all'uomo, ci sono le cose da fare.

Stamattina invece mi sono svegliato un po' più falco. Se è Mario Monti l'uomo di cui potremmo aver bisogno, mi chiedo se sia questa la sintesi politica migliore per il paese. A cosa serve (se serve) un governo tecnico che tecnico non è e che spera di trarre la sua forza dalla somma di alcune debolezze endemiche della nostra classe dirigente? Possono i terrorizzati dalla mancata ricandidatura, il Pd che teme Renzi, i terzopolisti che non saprebbero cosa fare in caso di elezioni e un numero altissimo di peones consci di non rivedere mai più uno scranno parlamentare rappresentare una base sufficiente a reggere e difendere un governo in un momento così delicato?

Ma soprattutto: qual è il programma di questo esecutivo? Il centrodestra nel 2008 ha detto di voler fare delle cose. Alcune le ha fatte, altre no. Per questo motivo è senza maggioranza. Nel paese e in Parlamento. Ma cosa vorrebbero fare questi qui? A chi risponderebbero? Con quali logiche e secondo quali priorità? E soprattutto: chi stabilisce l'orizzonte temporale?

Forse la soluzione sta nel mezzo. Serve uno straccio di governo, uno qualsiasi, che adotti le misure richieste dall'Europa e dalla Bce e ne garantisca l'attuazione. Poi, portato a casa il minimo sindacale, ognuno dica con chiarezza al paese quali sono le ricette e gli uomini per attuarle. E lasciamo che i cittadini scelgano.   

Vendere!nov10

Vendere!

In questi giorni ha fatto notizia l'invito di un lettore del Corriere della Sera a comprare i titoli del debito pubblico, e sembra che molte persone abbiano raccolto l'invito. Oscar Giannino sul sito Chicago Blog spiegava perché questo fosse un cattivo investimento: se i tassi di rendimento di quei titoli sono saliti è perché il rischio di default è aumentato. Non solo, sarebbe un investimento che finanzia il debito pubblico dell'Italia senza ridurlo.
Mi permetto quindi di lanciare due iniziative. La prima è un appello simile a quello apparso giorni fa sul Corriere: cari risparmiatori e investitori, invece di comprare i titoli del debito pubblico comprate gli immobili pubblici. 

Costituite delle società di amministrazione di immobili per comprare case popolari, palazzi pubblici vuoti o poco utilizzati, caserme dismesse, ma anche beni mobili come le quote di proprietà delle aziende municipalizzate, le riserve auree ecc.. La differenza tra le due iniziative è semplice: nel primo caso si prestano soldi allo Stato, che mantiene i suoi debiti e continua a pagare gli interessi. Nel secondo caso lo Stato vende una parte del suo patrimonio e riduce i suoi debiti e con essi gli interessi, diventando più solido finanziariamente con il risultato di un calo dei tassi di interesse e quindi con ulteriori risparmi.

Come giustamente mi è stato fatto notare, per poter comprare il patrimonio pubblico lo Stato dev'essere disposto a venderlo. E qui mi è venuto in aiuto Mises, che una volta ha detto che "gli Stati diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini". Ho riflettuto a lungo su quel "costretti", e penso che sia giunto il momento di una iniziativa di disubbidienza civile e nonviolenta (e giungo così alla seconda proposta): occupiamo alcuni palazzi pubblici, in modo pacifico e senza far danni (mica siamo black block!), e chiediamo che vengano venduti. Uno slogan potrebbe essere "no alla patrimoniale, vendete il patrimonio!".

Questa iniziativa mirerebbe a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla differenza tra la patrimoniale e la vendita del patrimonio pubblico: in quest'ultimo caso il contribuente si ritrova un immobile in cambio dei soldi dati allo Stato, con la patrimoniale invece paga e basta. Inoltre il patrimonio pubblico, una volta entrato nella proprietà dei privati, verrebbe utilizzato in modo efficiente e comincerebbe a rendere. 

L'ostinazione con cui la Casta si rifiuta di ridurre il debito pubblico vendendo il patrimonio pubblico è un danno alle nostre tasche, un danno tanto maggiore quanto più alti sono i tassi di interesse sul debito pubblico. Con gli spread che corrono, è adesso che dobbiamo agire.

Numero Uno

E' online la seconda puntata (cioè il "numero uno") di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Si parla delle mezze dimissioni di Berlusconi, degli scandali sessuali di Herman Cain e dei profughi del Pdl. In mezzo musica (anche antica!), videogiochi, serie tv e un po' di calcio. Buon ascolto.

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