Le due lezioni di Steve
di
Dario Mazzocchi
| 6 ottobre, 2011
| 5 commenti
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Tutti presi a ricordarlo - come è giusto che sia -, i media
hanno dimenticato un'importante lezione che Steve Jobs ha lasciato
in eredita proprio a loro. E pensare che passa per quel motto,
"Stay hungry. Stay foolish", che tanto ha fatto breccia nei cuori.
Come ricordò il genio della Apple di fronte alla platea di giovani
laureandi della Stanford University, se lo erano inventati gli
ideatori della rivista "The Whole Earth Catalogue", pubblicata
andando di macchina da scrivere, forbici e foto, per salutare i
lettori in occasione dell'ultimo numero.
Un prodotto che si preoccupava di raccontare il mondo, non di
fornirne un'opinione. I giornalisti oggi raccontano poco di quel
che accade in giro, preferiscono far sapere a chi li legge quali
sono le loro opinioni. Non arrivano ad usare l'io narrativo, ma
poco ci manca: pretendono che siano i loro occhi a dare un giudizio
sul personaggio o l'evento in questione, valutando se sia
meritevole di lode oppure no. I giornalisti non narrano più,
sentenziano.
È molto più facile, costa meno fatica. Perché basta - a detta
loro - anche un solo particolare per fare la tara completa. I
nostri giornali sono un retroscena unico, vergati in modo che il
lettore capisca che il cronista conosce tutti e tutto, che ha
contatti e familiarità con quelli che contano e il suo prestigio
dipende dagli agganci dei quali vantarsi indirettamente, scrivendo
righe e righe che lasciano immancabilmente il dubbio: sarà tutto
vero oppure no?
Sono segni di un tempo nel quale ad ognuno è concesso il diritto
di esprimere un'opinione in forma scritta (attraverso i blog, ad
esempio), salvo non assumersi responsabilità quando viene commesso
un errore (la polemica sulle rettifiche di questi giorni). Basta un
attimo e dalla piena libertà si passa a parlare di minacce in
agguato, di censura. Alla dignità delle persone delle quali ci si
occupa si bada molto meno.
Ce n'è anche un'altra, di lezione. Ancora più delicata, dal
momento che riguarda la morte. Roba forte che la società ha tentato
di mettere in un angolo, salvo poi ritrovarsi ad apprezzare quello
che di lei ha detto Jobs. Uno che l'ha conosciuta ancora prima che
arrivasse definitivamente. Nessuno ha voglia di provarla, anche chi
crede e spera nel paradiso. Tanto più se si è giovani: andarsene da
giovani è una porcata tremenda che, purtroppo, si avvera molto più
frequentemente di quanto si possa pensare.
L'uomo, più che di morire, ha una fifa tremenda di soffrire.
Ecco perché fa finta con tutti gli sforzi possibili che la signora
con la falce non faccia parte della sua vita. È troppo occupato
perché questa solamente si azzardi a bussare alla sua porta e nel
timore che il peggio possa avversari, si affida a frasi fatte del
tipo "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo". Sapendo in partenza
che non è possibile. Basterebbe solamente prenderne atto, che il
nostro è un tempo limitato. Non c'è nulla di male e infatti poi
capita - a chi è venuto a patti con un certo fatalismo - di
sentirsi meglio. E di affrontare i giorni che gli restano con la
consapevolezza che è la vita e non la morte "the single best
invention".