Una questione culturale
di
Dario Mazzocchi
| 20 ottobre, 2011
| 26 commenti
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Ne è stata fatta una questione politica, ma più che altro è
culturale. I guai sono cominciati da quando, nel dopoguerra che
apriva le porte al benessere, lo Stato si è avvalso del diritto di
dire ai genitori di non preoccuparsi, che i figli glieli avrebbe
allevati lui. Li ha coccolati, mentre i babbi e le mamme li hanno
protetti e giustificati, assegnando loro un compito ben preciso:
ottenere tutto ciò che chiedevano - o meglio pretendevano, con la
pretesa di riscattare le difficoltà e le rinunce del passato. La
prospettiva lo consentiva, allora. Adesso non più. Probabilmente,
per la prima volta negli ultimi cinquant'anni, ci sarà una
generazione più povera di quella che l'ha preceduta e il malessere
ha cominciato a diffondersi rapidamente. E quando inizia il
contagio di massa di un virus, si scatenano le reazioni più
violente.
Come se poi fossero soltanto quelli scesi per le strade di Roma
o delle altre capitali mondiali, gli indignati. Non è affatto vero:
lo sanno i politici, lo sanno i media. Fingono di non accorgersene
e gli va bene perché quest'altra categoria di indignati ha delle
basi sulle quali fare affidamento e alle manifestazioni preferisce
uno strumento di gran lunga più serio: il ragionamento. Trattengono
l'istinto, arrestano la piena di sangue diretta al cervello,
provano a capire perché le cose non funzionano come dovrebbero. Non
sono massa, sono individui.
Fanno i conti con gli stessi problemi degli altri, tentando però
di girarli a proprio favore. Non considerano la precarietà una pena
capitale: d'altronde, non c'è mai nulla di definitivo, nemmeno la
vita stessa. Sono convinti che con essa si possa convivere dal
momento che non vogliono il posto fisso, vogliono semplicemente
lavorare per mettersi in mostra, per dimostrare quanto valgono e
scommettere su se stessi. Ammettono il rischio e vanno avanti.
Se gli altri protestano contro un sistema che li ha allevati ed
educati finché la cantina era piena, pretendendo aiuti dallo stesso
sistema che ora accusano, questi di indignati avanzano una sola
richiesta: che il sistema-Stato si faccia da parte con il suo
paternalismo esasperante e dedito alla regolamentazione della vita
individuale perché loro, gli individui, possano schierarsi in campo
e giocare la loro partita. L'arbitro si limiti a fischiare i falli,
senza arrogarsi il diritto di indirizzare l'incontro.
A questo punto è quanto mai chiaro che la questione non è
politica, ma culturale. E il primo ambiente dove i figli imparano a
stare al mondo, è la famiglia: una realtà che con il tempo ha
assunto contorni sbiaditi e confusi. Ma fosse anche una famiglia
non tradizionale, poco importa: è per quella via che bisogna
transitare. È come il babbo che porta il moccioso a pesca la prima
volta: gli insegna come impugnare la canna, come preparare l'amo e
a lanciare. Gli da indicazioni, gli dice di pazientare che prima
poi un pesce abboccherà e lo aiuta infine a tirare la preda fuori
dall'acqua. Poi i due si guardano negli occhi, rispettivamente
soddisfatti ed orgogliosi, e il padre passa dalla teoria alla
pratica: "Ora fallo da solo". Nella speranza che lo Stato non si
apposti sull'altra riva del fiume e faccia scappare tutti i pesci,
facendo rumore.