Internet è di sinistra?
di
Andrea Mancia
| 15 ottobre, 2011
| 30 commenti
|
Oggi in edicola su "Il Giornale"
"Internet è di sinistra". Non so a voi, ma è ormai più di un
decennio che a me tocca ascoltare questa favoletta. Con tutti gli
aneddoti - più o meno inventati - di contorno. Dalla campagna
elettorale di Howard Dean nel 2004, al movimento "Occupy Wall
Street" con i suoi smartphone di ultima generazione, passando da
Barack Obama e i miliardi di dollari raccolti grazie alle donazioni
individuali sul web. Da Beppe Grillo e il suo esercito di
cyber-attivisti alle "smart mob" che hanno fatto fuori Letizia
Moratti sui social network, passando per i mirabili esempi di
satira che prendono in giro Silvio Berlusconi su YouTube. La
"vulgata" sull'utilizzo politico della Rete, almeno in Italia, ha
sempre dato per scontato che la sinistra (in tutte le sue forme)
possa godere di una sorta di superiorità strutturale rispetto agli
avversari.
L'impianto teorico a sostegno di questa convinzione, per la
verità, è sempre stato piuttosto debole. Anche perché la storia
stessa della rivoluzione digitale - e soprattutto delle sue origini
- è piena di casi che dimostrano l'esatto contrario. Tra i primi
pensatori che si sono occupati seriamente di questi temi, ci sono
futurologi come Alvin Toffler e George Gilder che appartengono,
rispettivamente, ai due filoni classici della destra americana:
quello libertarian e quello conservatore. Tradotti raramente (e
letti quasi mai) in Italia, Toffler e Gilder hanno anticipato di
anni la rivoluzione della microelettronica e della telematica. Ma
gli stessi imprenditori che, in prima persona, hanno appiccato i
fuochi di questa rivoluzione nella Silicon Valley sono lontanissimi
dagli stilemi dell'immaginario collettivo di qualsiasi sinistra,
come dimostra la recente gaffe di Nichi Vendola su Steve Jobs. E
come Jobs, anche Bill Gates di Microsoft, Jack Tramiel di
Commodore, Clive Sinclair (nominato baronetto da Margaret Thatcher)
in Europa, sono tutti capitani d'industria che hanno creato dal
nulla il mercato dell'informatica personale. Senza la visione, la
pervicacia e l'ego smisurato di questi malvagi capitalisti, il web
- come lo conosciamo oggi - non avrebbe alcuna ragione
d'esistere.
Capiamoci bene: come è ridicolo affermare che Internet, di per
sé, è "di sinistra", sarebbe altrettanto ridicolo affermare il
contrario. Internet, come tutti gli strumenti di comunicazione
creati - intenzionalmente o meno - dall'uomo, è neutrale rispetto
al messaggio che veicola. E' vero però che la sua struttura
profonda presenta impressionanti analogie con qualcosa che la
sinistra, soprattutto in Europa, odia con tutte le sue forze: il
libero mercato. Come scriveva qualche anno fa il sociologo Lorenzo
Infantino nella prefazione all'edizione italiana di "Liberalismo"
di August von Hayek (ed. Rubettino), «le dinamiche di scambio e di
interazione, se lasciate libere, tendono a migliorare la posizione
di ciascun contraente». E gli individui, quando sono liberi di
perseguire i loro interessi personali, assecondano - in modo più o
meno diretto - gli scopi e le esigenze di una molteplicità di altri
individui. Per questo motivo il libero mercato è l'unica struttura
in grado di permettere alle conoscenze possedute da pochi di
raggiungere i molti. E non è un caso che questa struttura si sia
evoluta spontaneamente, senza essere. Von Hayek, per descrivere il
fenomeno, utilizza il termine "catallassi", «che deriva dal verbo
greco katallattein (o katallassein), che significa non solo
"scambiare", ma anche "ammettere nella comunità" e "diventare da
nemici, amici"».
Naturalmente il pensatore della Scuola Austriaca si riferiva al
mercato e non alla "blogosfera" o ai social network, ma le analogie
sono molte e immediatamente evidenti. Nel mercato (e nella maggior
parte dei sistemi complessi), ogni individuo tende a spostarsi
verso livelli più alti di utilità marginale producendo spesso, in
modo del tutto non-intenzionale, un bene collettivo. Nei network
digitali, questa interazione spontanea tra individui diffonde alla
velocità della luce (anzi, della fibra ottica) una quantità tale di
informazioni ed idee che nessuna organizzazione giornalistica o
politica tradizionale - per quanto mastodontica - potrebbe mai
sognarsi di produrre. In entrambi i casi, a guadagnarci è
soprattutto il cittadino.
Questa origine "non sinistra" di Internet, naturalmente, non
implica che i partiti o i movimenti politici più attenti alla
difesa del libero mercato siano destinati ad utilizzare la Rete
meglio dei loro avversari. Al di là dell'Atlantico ci sono molti
casi in cui questo è accaduto. Il candidato democratico John Kerry,
nel 2004, ha perso definitivamente ogni possibilità di sconfiggere
George W. Bush quando i blogger della destra americana hanno tenuto
vive per oltre un mese - nel silenzio assoluto dei mainstream media
- le accuse di un gruppo di veterani sul suo passato in Vietnam.
Sempre nello stesso ciclo elettorale, l'anchorman della Cbs Dan
Rather è stato lapidato sulla pubblica piazza digitale, e costretto
al pensionamento anticipato, dopo aver tentato di influenzare le
elezioni a poche settimane dal voto con un servizio televisivo
basato su documenti grossolanamente contraffatti. Più recentemente,
il fenomeno dei Tea Party, che ha anticipato e alimentato la
profonda crisi politica che ancora oggi affligge il presidente
Obama, è nato e si è sviluppato quasi interamente online. E non
mancano personaggi politici che, grazie alla Rete, compensano
brillantemente la scarsa visibilità ottenuta sui media tradizionali
(il candidato alle primarie repubblicane Ron Paul è uno degli
esempi più notevole). Anche nel Regno Unito, la strategia di
comunicazione dei Tories sfrutta sistematicamente le potenzialità
di Internet, spesso con creatività ed efficienza.
In Italia, purtroppo, le cose stanno diversamente. E l'argomento
merita certamente un'analisi approfondita in altra sede. Eppure il
centrodestra, in questo settore, era addirittura partito in
vantaggio. Tocqueville.it, l'aggregatore che coordino da
oltre 6 anni, raccoglie ormai quasi tremila tra blog e siti che si
ispirano alle idee di «liberali, conservatori, neoconservatori,
riformatori e moderati». Un partito unico virtuale del
centrodestra, insomma, nato assai prima del PdL e che probabilmente
sopravviverà ad esso. Un luogo d'incontro e di discussione per
tutte le anime di quell'Italia con non vuole sentirsi ostaggio
della prepotenza culturale e politica della sinistra. Una piazza
digitale in cui convivono ed interagiscono semplici cittadini,
attivisti, uomini politici, giornalisti, intellettuali e ministri.
A parte qualche eccezione, però, la sua esistenza è stata
praticamente ignorata proprio dai partiti e dai media più "affini".
A sinistra se ne è parlato e scritto molto. La sinistra ha provato
(senza troppo successo) ad imitarne il modello. A destra, tranne
che in qualche caso, soltanto silenzio.
Dal 2005 ad oggi, su Internet, sono trascorse molte ere
geologiche. E Tocqueville.it è alla vigilia di una profonda
trasformazione, che adeguerà questo strumento ad un mondo in cui
non esistono più soltanto siti e blog personali ma che ha visto il
prepotente emergere dei social network. Chi si lamenta di
come Internet in Italia sia soltanto "di sinistra" farebbe bene a
non lasciarsi sfuggire almeno questa occasione. La prossima volta
potrebbe essere troppo tardi.