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Dirla tutta

Ieri a Ballarò Gianfranco Fini non le ha mandate a dire: "Ci sono casi da manuale - ha spiegato - come quello di un'insegnante andata in pensione nel 1992 a 39 anni. Quella signora è la moglie di Bossi." Fini ha ragione ad indignarsi perché si tratta di uno scandalo tutto italiano. Che poi il suo ex partito (Alleanza Nazionale) si sia fatto negli anni paladino di quegli impiegati statali che di queste baby-pensioni usufruivano, questo è un altro discorso e ci torneremo un'altra volta.

Ma c'è una domanda che ci piacerebbe fare a Gianfranco Fini (e che avrebbe dovuto fare Mariastella Gelmini in diretta tv). Con quale trattamento previdenziale e che con quali versamenti contributivi andrà in pensione il Presidente Fini?

La domanda sorge spontanea se, dietro al ditino alzato dell'ex vice di Berlusconi, diamo un'occhiata alla sua carriera "professionale". E' nato nel 1952,  dal 1983 fa il Parlamentare (fanno 28 anni di onorato ed onorevole servizio!) e  prima di quella data, stando a Wikipedia, "allo stipendio da dirigente di partito preferì il tesserino da giornalista professionista" (di un giornale di partito, ndr). Fatte tutte queste debite premesse ci sorgono molti dubbi: che lavoro fa Gianfranco Fini? Quanti giorni ha lavorato fuori dalla Politica, Gianfranco Fini? Che differenza c'è tra il conflitto di interessi di un imprenditore che fa politica con quello di un politico che deve ogni cosa che ha al mantenimento del suo status di "professionista del parlamento"?

Prima di discettare con piglio indignato delle baby-pensioni altrui, farebbe bene a spiegare agli italiani che la sua pensione (certamente non baby) è stata versata negli anni da un unico datore di lavoro: quei cittadini davanti ai quali vorrebbe oggi rappresentare il nuovo che avanza. Ben che vada, è il vecchio che è avanzato. Dal 1983.

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Non Renzi. Non Vendola. Non Deb.

L'editoriale del Corriere di oggi a firma Alesina-Giavazzi dice tante belle cose. Altre i due economisti ne potrebbero aggiungere ma quel che è certo è che i dieci punti a costo zero per rilanciare l'Italia sono una buona (ottima) base di partenza per tornare a ragionare del futuro di questo paese.

Se i dieci punti paiono tutti di perfetto buonsenso e sembrano rivoluzionari solo nella patria delle corporazioni e dei veti incrociati, la domanda finale è invece quella su cui dovrebbe concentrarsi il centrodestra italiano. Si chiedono i due: "Infine rimane il problema di «quale» governo abbia il coraggio di fare tutte queste cose. Berlusconi ha una grande occasione per dare un colpo d'ala al proprio governo. Oppure serve una grande coalizione? O un governo tecnico?".

Dire oggi, in queste condizioni, che il miglior interprete di quel manifesto si chiama Silvio Berlusconi è peccare - a voler essere buoni - di miopia politica. A voler essere onesti è fingere che gli ultimi quindici anni non siano mai esistiti. Se il Cavaliere difficilmente può prendere in mano un'agenda di questo tipo (perfettamente coerente con quella indicata dalla BCE) c'è però da chiedersi quale opposizione sia in grado, credibilmente, di presentarsi al paese e raccontare che è pronta  a sbloccare il mercato del lavoro,  introdurre l'art.8 come pensato dal Ministro Sacconi, riformare le pensioni,  diversificare la retribuzione dei dipendenti statali legandola al costo della vita della zona in cui operano e, cosa più importante di tutte, accettare l'idea che occorra abolire lo strumento della concertazione. Non solo sulle piccole cose ma anche, e soprattutto, su quelle più importanti.

Certamente non è materia per Nichi Vendola che è sempre sceso in piazza, al fianco di qualcuno o in prima persona, contro misure di questo tipo. Difficile immaginare che tocchi a Debora Serracchiani, in prima fila con la Cgil a Trieste proprio contro il famigerato articolo 8.

Rimane Matteo Renzi. Le potenzialità ci sarebbero tutte, ma rimane il problema che nessuno ha ancora capito cosa pensi davvero. Simpatico, battuta pronta, rottamatore, una certa difficoltà nei rapporti con i sindacati: l'identikit sarebbe quello giusto. Peccato che al dunque, per diventare Sindaco di Firenze, si sia fatto sostenere da "Comunisti fiorentini", dipietristi e vendoliani.  Il centrosinistra si è fermato a Prodi.

Surrealeott20

Surreale

"Quello sull'art. 41 è un dibattito surreale". Così in aula Antonio Martino a proposito della vexata questio sull'articolo 41 della Costituzione che il Pdl vorrebbe cambiare con il principio - slogan secondo cui in materia di iniziativa privata "tutto è permesso tranne ciò che la legge proibisce",  discussione che ha pure rischiato di mandare di nuovo sotto il governo mercoledì pomeriggio alla Camera: "Signor Presidente, le confesso che trovo il dibattito vagamente surreale, perché da molti degli interventi ho ricavato la distinta impressione che non si sappia esattamente di che cosa di parla quando si parla di mercato." Martino menziona anche "un distinto collega della sinistra, l'onorevole Ermete Realacci", che "ha citato opportunamente un passo di Luigi Einaudi nel quale si dice che il mercato non conosce valori, giustizia o altro ancora. Einaudi diceva una cosa sacrosanta, ma non per invocare l'irregimentazione del mercato da parte dello Stato perché il mercato, in quanto tale, è neutrale". Esempio? "Se vi è una domanda di prostitute vi sarà un'offerta di prostitute. Il mercato non esprime giudizi di valore, ma consente agli scambisti di fare ciò che vogliono."

Martino non ha concesso nulla al "politically correct": "non avrei fatto questa riforma della Costituzione, ma avrei soltanto aggiunto un articolo 140 così  recitante: la legge non impedirà mai atti di capitalismo fra adulti consenzienti". "In Italia purtroppo esistono solo due culture totalitarie - dice Martino a "L'opinione" -  quella cattolico comunista e quella clerico fascista..la destra e la sinistra si toccano, un po' come l'Alaska con la Khamchatcka attraverso lo stretto di Bering..e se dovessi essere cattivo con quella parte di cultura illiberale che c'è nel Pdl dovrei pure dire che la formulazione dell'articolo 41 in quella maniera sembra un paradosso in un paese pluri proibizionista su tutto come è diventata l'Italia.. c'è anche il rischio che, a dire che è lecito tutto  ciò che non è vietato, non resti pressochè nulla fuori."

Una questione culturaleott20

Una questione culturale

Ne è stata fatta una questione politica, ma più che altro è culturale. I guai sono cominciati da quando, nel dopoguerra che apriva le porte al benessere, lo Stato si è avvalso del diritto di dire ai genitori di non preoccuparsi, che i figli glieli avrebbe allevati lui. Li ha coccolati, mentre i babbi e le mamme li hanno protetti e giustificati, assegnando loro un compito ben preciso: ottenere tutto ciò che chiedevano - o meglio pretendevano, con la pretesa di riscattare le difficoltà e le rinunce del passato. La prospettiva lo consentiva, allora. Adesso non più. Probabilmente, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni, ci sarà una generazione più povera di quella che l'ha preceduta e il malessere ha cominciato a diffondersi rapidamente. E quando inizia il contagio di massa di un virus, si scatenano le reazioni più violente.

Come se poi fossero soltanto quelli scesi per le strade di Roma o delle altre capitali mondiali, gli indignati. Non è affatto vero: lo sanno i politici, lo sanno i media. Fingono di non accorgersene e gli va bene perché quest'altra categoria di indignati ha delle basi sulle quali fare affidamento e alle manifestazioni preferisce uno strumento di gran lunga più serio: il ragionamento. Trattengono l'istinto, arrestano la piena di sangue diretta al cervello, provano a capire perché le cose non funzionano come dovrebbero. Non sono massa, sono individui.

Fanno i conti con gli stessi problemi degli altri, tentando però di girarli a proprio favore. Non considerano la precarietà una pena capitale: d'altronde, non c'è mai nulla di definitivo, nemmeno la vita stessa. Sono convinti che con essa si possa convivere dal momento che non vogliono il posto fisso, vogliono semplicemente lavorare per mettersi in mostra, per dimostrare quanto valgono e scommettere su se stessi. Ammettono il rischio e vanno avanti.

Se gli altri protestano contro un sistema che li ha allevati ed educati finché la cantina era piena, pretendendo aiuti dallo stesso sistema che ora accusano, questi di indignati avanzano una sola richiesta: che il sistema-Stato si faccia da parte con il suo paternalismo esasperante e dedito alla regolamentazione della vita individuale perché loro, gli individui, possano schierarsi in campo e giocare la loro partita. L'arbitro si limiti a fischiare i falli, senza arrogarsi il diritto di indirizzare l'incontro.

A questo punto è quanto mai chiaro che la questione non è politica, ma culturale. E il primo ambiente dove i figli imparano a stare al mondo, è la famiglia: una realtà che con il tempo ha assunto contorni sbiaditi e confusi. Ma fosse anche una famiglia non tradizionale, poco importa: è per quella via che bisogna transitare. È come il babbo che porta il moccioso a pesca la prima volta: gli insegna come impugnare la canna, come preparare l'amo e a lanciare. Gli da indicazioni, gli dice di pazientare che prima poi un pesce abboccherà e lo aiuta infine a tirare la preda fuori dall'acqua. Poi i due si guardano negli occhi, rispettivamente soddisfatti ed orgogliosi, e il padre passa dalla teoria alla pratica: "Ora fallo da solo". Nella speranza che lo Stato non si apposti sull'altra riva del fiume e faccia scappare tutti i pesci, facendo rumore.

Re: pubblicaott19

Re: pubblica

Daw spiega per filo e per segno come sono andate le cose. In poche parole La Repubblica scrive un articolo e a corredo di quell'articolo ci mette il tweet di tale @baruda. L'account twitter esiste ma il tweet no. La stessa @baruda si chiede abbastanza sconcertata come diavolo sia potuto succedere, visto che lei una cosa del genere non l'ha mai scritta.

Considerato che nessun altro utente pare aver digitato una frase simile a quella attribuita a @baruda, mi sa proprio che a Repubblica si sono inventati tutto.

Adesso chi chiedera scusa? Si dimetterà qualcuno? E soprattutto: se non ora, quando?

Agenda Moliseott18

Agenda Molise

Non conta niente, vale come un quartiere di Milano, non ha significato politico, nessuno sa quale sia il capoluogo del Molise e stiamo parlando di una delle poche regioni meno conosciute del mio Friuli Venezia Giulia. Fatte le debite premesse e ricordato che ad aver affibiato un valore politico a queste regionali molisane è stato quell'astuto stratega che si chiama Pierluigi Bersani, va detto che, al netto di tutti i "se" e i "ma", la sfida Iorio-Frattura qualcosa può insegnare.

Primo: è finito il tempo dell'autosufficienza dell'asse Pdl-Lega. Un allargamento al centro, sostanziale e non di facciata, si rende necessario. Occorre studiare il "come" di questa integrazione ma è evidente a tutti che il centrodestra non può risolversi tutto nel Pdl (sarebbe stato molto bello) al centro-sud e con l'aggiunta della Lega sopra il Po.

Secondo: le terze vie (centrista, grillina, destrasocialisteggiante) non pagano e sono un suicidio politico. Con i voti del Movimento Cinque Stelle - o meglio: con un quarto dei voti grillini - il centrosinistra avrebbe vinto. Dividersi paga molto poco e anche qui un bipolarismo moderno deve chiedersi come aggregare senza far diventare tutto un cartello elettorale e quali strumenti utilizzare per "pesare" le varie anime e i vari partiti.

Terzo: il Pd è il vero sconfitto. Con una vittoria in Molise ci saremo ritrovati le case invase di "il governo è finito" e di editoriali di Eugenio Scalfari sull'imminente (da 15 anni) crollo del berlusconismo. Non sono riusciti a vincere nemmeno pescando un candidato di centrodestra. Colpa certamente dei grillini ma colpa anche e soprattutto del Partito Democratico che da riferimento della coalizione non arriva al 10%.

Quarto: i candidati sono importanti ed è importante sceglierli bene. Iorio prende il 6-7% in meno delle liste che lo sostengono, Frattura il 7-8% in più. Stavolta al centrodestra è andata bene ma non potrà essere sempre così. La prossima volta, evitando di farsi male, facciamo le primarie.

Internet è di sinistra?ott15

Internet è di sinistra?

"Internet è di sinistra". Non so a voi, ma è ormai più di un decennio che a me tocca ascoltare questa favoletta. Con tutti gli aneddoti - più o meno inventati - di contorno. Dalla campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, al movimento "Occupy Wall Street" con i suoi smartphone di ultima generazione, passando da Barack Obama e i miliardi di dollari raccolti grazie alle donazioni individuali sul web. Da Beppe Grillo e il suo esercito di cyber-attivisti alle "smart mob" che hanno fatto fuori Letizia Moratti sui social network, passando per i mirabili esempi di satira che prendono in giro Silvio Berlusconi su YouTube. La "vulgata" sull'utilizzo politico della Rete, almeno in Italia, ha sempre dato per scontato che la sinistra (in tutte le sue forme) possa godere di una sorta di superiorità strutturale rispetto agli avversari.

(New)spapers

La parte sinistra del giornalismo britannico è in gran fermento. Gli anni di opposizione - come spesso accade - sono i migliori per organizzare idee e ripensare modelli. Guardian e Independent, definiti dall'Ansa "le testate più vivaci nella riflessione su giornalismo e nuovi media", sembrano aver preso la palla al balzo. Così, mentre il Labour Party arranca nella rincorsa al ticket Cameron-Clegg, i suoi giornali di riferimento ridisegnano la strategia web.

Per l'Independent si tratta sostanzialmente di introdurre strumenti nuovi per il pagamento delle notizie e due livelli di usabilità del sito: gratis per i contenuti accessibili a tutti, a pagamento per i pezzi ritenuti "premium". Già oggi il prestigioso quotidiano britannico ha una sua applicazione per Kindle che a 9.99 dollari al mese garantisce agli utenti la possibilità di leggersi il giornale sul reader targato Amazon. L'idea dell'editor Chris Blackhurst è quella di allargare i confini dello shopping made in Independent: ci sarà un'applicazione iPad che permetterà di leggere gratuitamente un numero prefissato di articoli dopo i quali scatta il pagamento automatico e una serie di prodotti editoriali (probabilmente inchieste) destinata a vivere soltanto online e soltanto a titolo oneroso.

Ai liberi e fortiott13

Ai liberi e forti

Pubblichiamo in anteprima la quarta di copertina del libro di Maurizio Sacconi intitolato "Ai liberi e forti - Valori, visione e forma politica di un popolo in cammino". Il libro uscirà in libreria il 18 ottobre.

Novantaquattristiott12

Novantaquattristi

Mentre tutti si affrettano ad accreditarsi come frondisti o malpancisti di questa o quella corrente e mentre le cene romane fanno il pieno di peones pronti ad inscenare "Idi di Marzo" fuori stagione alle spalle di Re Silvio, loro si definiscono semplicemente "ultralealisti". Forzisti della prima ora, vicini a un totem della rivoluzione liberale come Antonio Martino e, particolare non irrilevante, toscani estranei al rito verdiniano: Deborah Bergamini,  Alessio Bonciani e Paolo Amato sono solo tre esponenti della pattuglia parlamentare che chiede a Silvio Berlusconi un cambio di rotta nel solco di quel che fu il sogno tratteggiato dal Cavaliere nel 1994.

Per settimane molti attenti osservatori dei movimenti di Palazzo Madama e di Montecitorio li avevano inseriti nella lunga lista di uomini e donne pronti a indicare il pollice verso in caso di nuova richiesta di fiducia da parte dell'attuale esecutivo. Lunedì, a sorpresa, la mossa dei tre. "Abbiamo rotto gli argini prima degli altri - spiega Deborah Bergamini-  Già nel settembre del 2009, al coordinamento regionale di Viareggio, presentammo un documento molto critico per denunciare la gestione oligarchica del partito. Nella primavera dell'anno dopo, abbiamo confermato tutta la nostra preoccupazione. Oggi, però le cose sono cambiate, c'è un nuovo segretario, Angelino Alfano e sta facendo un buon lavoro. Ha tutto il mio appoggio. Vedo che il partito si sta dando una serie di regole, per essere più aperto alle istanze del territorio, adesso vediamo che stagione si apre."

Secondo la Bergamini "ora tutti i nodi stanno arrivando al pettine, ma non è certo un fatto negativo che si discuta, anche animatamente, al nostro interno." Poi l'accelerazione: "Berlusconi non si tocca: chi suggerisce in questa fase al nostro presidente di fare un passo indietro non ha capito il senso di tutto il suo percorso, dal '94 ad oggi. Chi chiede che lasci, pecca di ipocrisia, non possiamo consegnare il paese ai quei poteri forti da cui Berlusconi ci ha salvato ben 17 anni. Andiamo avanti con lui, ma il partito deve velocemente darsi un aspetto aperto e strutturato per sigillare il territorio con i vertici."

Tutti con Alfano, quindi, anche se il segnale vero è un altro. Puntellare la posizione del delfino designato da Berlusconi ha soprattutto il compito di rintuzzare il tentativo di Denis Verdini di riprendersi il partito e le leve del comando a Via dell'Umiltà. Lo sa bene Bonciani, ex coordinatore fiorentino, silurato un anno fa dopo uno scontro con gli allora vertici del Pdl e sostituito in quattro e quattr'otto con Gabriele Toccafondi. "Un passo indietro di Berlusconi - spiega - non è condizione necessaria in questo momento. Certo, il Cavaliere deve riprendere in mano il boccino e dare lui le carte. Mi pare che abbia cominciato a farlo investendo Alfano, che è la nostra grande scommessa. Ora -avverte Bonciani - non possiamo più aspettare, servono segnali concreti di cambiamento e non li vedo certo con una abdicazione del Cavaliere."

Nel mentre, si moltiplicano le voci di contatti e abboccamenti con scajoliani e malpancisti vicini a Pisanu. Loro garantiscono di giocare una partita diversa: non vogliono un Pdl senza Berlusconi ma chiedono al Cav di tornare ad essere quello del 1994; magari partendo proprio dal prossimo decreto sviluppo. Voi, intanto, non chiamateli frondisti.

AAA AntiObama Cercasi

Regola numero uno: dimenticatevi delle primarie 2008. Diversi gli interpreti, diversi gli scenari di fondo, diverso il "nemico", diversa la collocazione temporale delle sfide, diversi i gruppi organizzati che influenzeranno l'esito del voto. Queste novità - alcune assolute - hanno a lungo prodotto una miscela esplosiva di incertezza che soltanto la "discesa in campo" del governatore del Texas, Rick Perry, sembrava aver stabilizzato. Ma che gli ultimi dibattiti televisivi hanno fatto ripiombare nel caos. Prima di occuparci dei candidati, però, è opportuno spendere qualche parola per chi poteva esserci ma ha preferito rinunciare.

Un leader

Come al solito, come ai bei tempi andati delle convention in tempi di blairismo spinto, David Cameron divide. Non è un leader normale, non per come siamo abituati a conoscere i leader di partito in Italia. Mai dogmatico, poco ideologico, reticente a  cercare l'applauso facile. Anche quest'anno, all'annuale meeting del partito,  l'inquilino di Downing Street ha scelto di lanciare un sasso gigantesco nel non tranquillissimo stagno conservatore. Niente discorsi di maniera ma una lunga serie di provocazioni che faranno discutere, garantendo al buon Dave la necessaria centralità nel dibattito politico.

Partiamo da quella frase, molto meno importante delle altre ma certamente destinata a far discutere: "non sostengo le unioni gay nonostante sia conservatore ma proprio perché sono conservatore". Una visione di società poco ortodossa per l'intelligencija militante del centrodestra europeo, eppure è una visione che ha una sua coerenza se inserita nel percorso che questo giovane leader sta facendo compiere al suo partito. Usciti da una condizione di minorità strutturale e trincerati dietro il mantra thatcheriano anni '80, i Tories sono riusciti a tornare centrali nell'agenda politica britannica solo grazie a questo prodotto di un conservatorismo un po' più fair e un po' meno muscolare.

Detto di questo passaggio sulle unioni gay (più mediatico che sostanziale), torniamo al cuore del discorso cameroniano: un appello alle radici del Regno Unito, al suo spirito combattente e alla sua naturale tendenza a stupire. Non fosse premier in carica, con uno speech come quello di ieri, sarebbe pronto per scendere in campo alle primarie americane. Non è ottimismo speso a piene mani, ma consapevolezza di essere alla guida di un paese con mille problemi e altrettante risorse. Cameron elenca entrambe le cose, in un costante gioco di rimandi retorici che gli fanno citare quelli che dicono che il meglio è passato e quelli che pensano che debba ancora venire.

Colloca i conservatori tra i secondi e rilancia l'idea di un movimento chiamato a rappresentare l'orgoglio di una nazione e, al contempo, a indicare la strada per la ripresa. Solo le urne, tra qualche anno, potranno dire chi aveva ragione e chi torto. Tutto si potrà dire, però, meno che questo Cameron non sia un leader pronto a giocarsela.

Un liberal

C'è un aggettivo di troppo nella definizione che David Cameron ha dato di sé qualche settimana fa durante il dibattito del mercoledì alla House of Commons: Liberal Conservative.Il guaio grosso è che quello che stona è il secondo, come il Primo ministro inglese ha confermato con il discorso di oggi alla conferenza di Manchester, nel corso del quale ha riproposto i suoi cavalli di battaglia, Big Society inclusa. Un concetto che tale rimane e Cameron è troppo impegnato a rimarcare di volere una "stronger and bigger society" da dimenticarsi di aggiungere che per far ripartire l'economia occorrerebbe anche meno stato. Di solito i conversatori ci tengono a sottolinearlo, i liberal no. Ci ha pensato per fortuna Boris Johnson, che ha chiesto tanto a Cameron quanto al fido George Osborne che è il momento di tagliare tasse e macchina normativa, la ripresa allora verrà da sé. I conservatori che vuole il loro leader assomigliano tanto al blu leggero, annacquato e tinto di verde che campeggiava dietro a Cameron intento ad arringare la platea sul palco. Assicura che con i Tories al governo sono tornati pure l'ordine e la disciplina nelle scuole, poi annuncia all'interno del Work Programme stanziamenti di 14.000 sterline a testa per agevolare il reinserimento di chi è rimasto senza un'occupazione e deve aggiornare la proprie qualifiche alle richieste di oggi. È un conservatorismo a dir poco criptico, il suo. E il tiepido applauso riservatogli dai presenti in sala quando ha provato a spiegarlo, indica che la missione non è andata a buon fine: "Conservatives believe in the ties that bind us; that society is stronger when we make vows to each other and support each other. So I don't support gay marriage despite being a Conservative. I support gay marriage because I'm a Conservative". Sì, doveva essere un congresso di liberal, effettivamente.

Le due lezioni di Steveott6

Le due lezioni di Steve

Tutti presi a ricordarlo - come è giusto che sia -, i media hanno dimenticato un'importante lezione che Steve Jobs ha lasciato in eredita proprio a loro. E pensare che passa per quel motto, "Stay hungry. Stay foolish", che tanto ha fatto breccia nei cuori. Come ricordò il genio della Apple di fronte alla platea di giovani laureandi della Stanford University, se lo erano inventati gli ideatori della rivista "The Whole Earth Catalogue", pubblicata andando di macchina da scrivere, forbici e foto, per salutare i lettori in occasione dell'ultimo numero.

Un prodotto che si preoccupava di raccontare il mondo, non di fornirne un'opinione. I giornalisti oggi raccontano poco di quel che accade in giro, preferiscono far sapere a chi li legge quali sono le loro opinioni. Non arrivano ad usare l'io narrativo, ma poco ci manca: pretendono che siano i loro occhi a dare un giudizio sul personaggio o l'evento in questione, valutando se sia meritevole di lode oppure no. I giornalisti non narrano più, sentenziano.

È molto più facile, costa meno fatica. Perché basta - a detta loro - anche un solo particolare per fare la tara completa. I nostri giornali sono un retroscena unico, vergati in modo che il lettore capisca che il cronista conosce tutti e tutto, che ha contatti e familiarità con quelli che contano e il suo prestigio dipende dagli agganci dei quali vantarsi indirettamente, scrivendo righe e righe che lasciano immancabilmente il dubbio: sarà tutto vero oppure no?

Sono segni di un tempo nel quale ad ognuno è concesso il diritto di esprimere un'opinione in forma scritta (attraverso i blog, ad esempio), salvo non assumersi responsabilità quando viene commesso un errore (la polemica sulle rettifiche di questi giorni). Basta un attimo e dalla piena libertà si passa a parlare di minacce in agguato, di censura. Alla dignità delle persone delle quali ci si occupa si bada molto meno.

Ce n'è anche un'altra, di lezione. Ancora più delicata, dal momento che riguarda la morte. Roba forte che la società ha tentato di mettere in un angolo, salvo poi ritrovarsi ad apprezzare quello che di lei ha detto Jobs. Uno che l'ha conosciuta ancora prima che arrivasse definitivamente. Nessuno ha voglia di provarla, anche chi crede e spera nel paradiso. Tanto più se si è giovani: andarsene da giovani è una porcata tremenda che, purtroppo, si avvera molto più frequentemente di quanto si possa pensare.

L'uomo, più che di morire, ha una fifa tremenda di soffrire. Ecco perché fa finta con tutti gli sforzi possibili che la signora con la falce non faccia parte della sua vita. È troppo occupato perché questa solamente si azzardi a bussare alla sua porta e nel timore che il peggio possa avversari, si affida a frasi fatte del tipo "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo". Sapendo in partenza che non è possibile. Basterebbe solamente prenderne atto, che il nostro è un tempo limitato. Non c'è nulla di male e infatti poi capita - a chi è venuto a patti con un certo fatalismo - di sentirsi meglio. E di affrontare i giorni che gli restano con la consapevolezza che è la vita e non la morte "the single best invention".

Eh?ott5

Eh?

Surreale esibizione dellavallesca nel suo salotto preferito (Ballarò). Prima non accetta di parlare con Sandro Bondi (wow,che statura il compratore di pagine sul Corriere!) perché a suo dire parla solo col principale (deduciamo Berlusconi), poi spiega con fare spigliato perché l'articolo 8 della manovra estiva non va bene. E' il momento della solidarietà e non della competitività, e chi se ne frega della BCE, di Marchionne e un po' anche di Montezemolo che non credo abbia molto gradito l'improvvisa virata a sinistra del buon Dieguito. Che ha 20.000 occupati nelle aziende di cui è azionista di riferimento e non ha mai licenziato nessuno perché lui è solidale e soprattutto non produce niente all'estero perché non è il momento della competitività. O no?

Game Over?

Se finisse così, quella di Rick Perry sarebbe stata una delle cavalcate più intense - e brevi - nella storia delle primarie statunitensi. E' sicuramente ancora troppo presto per considerare conclusa la sua corsa, ma con quello pubblicato oggi da ABC e Washington Post, siamo arrivati al terzo sondaggio consecutivo che registra il contro-sorpasso di Mitt Romney ai danni del governatore texano.

Il campione di ovvietàott4

Il campione di ovvietà

Beppe Severgnini è stato nominato "Best Tweeter 2011" in occasione del Blogfest di Riva del Garda. Lo ha fatto sapere con uno dei suoi editoriali ospitati dal Corriere nella pagina delle opinioni, dicendo di sentirsi "come Scilipoti all'ingresso in Parlamento: un miracolato". Una ovvietà tira l'altra e vale anche un riconoscimento, a quanto pare. Simpatico, Severgnini, che finge di non prendersi sul serio e poi non manca di raccontarci che lui se ne va in giro per il mondo e infatti non era neppure alla manifestazione: riconoscimento "ricevuto in contumacia (niente lavitolamenti, sono in viaggio in Asia)". Via un'altra ovvietà.

Ne è il re incontrastato, sia che parli di politica che di sport: quando affronta la prima, incarna l'essenza del democristiano medio (paraculo), quando passa al secondo mette in mostra la tipica saccenteria degli interisti che si sentono vittime di complotti. Infatti piace a tutti.

"Ci sono premi e premi; e questo, preso dopo trent'anni di giornalismo, mi dà una certa soddisfazione". Ne deve avere tanta di stoffa per essere sopravvissuto così a lungo con le sue prediche sociologiche che sono sbarcate addirittura sul Financial Times e l'Economist. Il campione di provincialismo formato esportazione.

Peccato che non gli concedano sempre e solo 140 caratteri.

Klose castiga Diegoott4

Klose castiga Diego

Miroslaw Klose li ha castigati in zona Cesarini e adesso i tifosi della Fiorentina masticano amaro e cominciano a ritirare fuori quella storia un po' vecchia, ma sempre efficace, della "jella che ci si tira addosso da solo". Prima di entrare in politica o di tentare di condizionarla dall'esterno, sarà meglio che il noto padrone dellle Tod's Diego Della Valle faccia i conti con la propria squadra di calcio e soprattutto con i tifosi.

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Patrimoniale per chi?

Recentemente si parla insistentemente di patrimoniale: l'obbiettivo è quello di risanare il bilancio e di ripianare almeno in parte il debito pubblico e per questo ci si interroga su chi debba pagare, cercando di non far pagare "sempre i soliti".

Si sostiene che chi ha di più debba contribuire, con la patrimoniale, pagando una parte di quello che ha accumulato negli anni, senza tener conto del fatto che chi ha prodotto e guadagnato di più ha anche dato più lavoro, creato più benessere per tutti e, di conseguenza, pagato più tasse.

Il discorso è in genere incentrato sulla "solidarietà", per cui chi ha di più "deve" dare di più (come se la tassazione in Italia non fosse già progressiva), oppure è spesso argomentato con una odiosa presunzione di colpevolezza: chi ha fatto i soldi è come minimo un evasore, se non anche uno sfruttatore ed un delinquente.

Eppure il discorso potrebbe e dovrebbe essere ribaltato: invece di obbligare a pagare ancora quelli che hanno già dato più o meno (sempre e comunque in funzione delle proprie possibilità, come prevede la nostra Costituzione), si dovrebbe andare a vedere chi haricevuto di più, e chiedergli magari di restituire una parte di quanto ha ricevuto negli ultimi 32 anni.

Dal 1980 al 2011 la spesa pubblica è variata tra il minimo del 1980 (41,4% del PIL) ed il massimo del 1993 (56,6% del PIL). In media è stata pari al 50% del PIL. A valori correnti la spesa pubblica degli ultimi 32 anni è stata quindi nel complesso pari a circa 25.000 miliardi di euro, pari al 1600% del PIL, 13 volte superiore al debito pubblico. Con quella cifra ci si potrebbero costruire 25 milioni di appartamenti. Questa spesa pubblica è stata finanziata con tasse e con debito pubblico e, dal lato della spesa,  è stata in parte stata accumulata dai beneficiari della spesa pubblica. In altre parole, i contribuenti hanno pagato le tasse e, oltre alle tasse, si sono visti addebitare debiti ed interessi sui debiti, mentre i beneficiari della spesa pubblica accumulavano un patrimonio, e non lo accumulavano conquistando clienti sul mercato e creando posti di lavoro e benessere, ma semplicemente intascando le nostre tasse.

Sarà perché hanno la coscienza sporca, ma i primi a parlare di patrimoniale sono proprio alcuni tra quelli che hanno fatto i soldi sottraendoli ai contribuenti.

Penso a chi sarebbe disposto ad imporre una patrimoniale di 30.000 euro ai più ricchi, ma guadagna 30.000 euro al mese di pensione (soldi dei contribuenti) per aver fatto il professore ed il politico ad altissimo livello, ossia per aver insegnato e messo in pratica le sciocchezze che hanno potato alla rovina il nostro paese.

In generale tutta la classe politica potrebbe essere chiamata sul banco degli imputati per i danni arrecati all'erario, per aver sperperato quei 25.000 miliardi di euro ed intascato, più o meno immeritatamente, stipendi e pensioni d'oro. Per molti di questi sarebbe "giusta" una patrimoniale al 100%.

Un altro esempio: una patrimoniale al 100% sulle azioni di chi controlla le società che hanno potuto "socializzare le perdite e privatizzare gli utili" (guarda caso, vi sono anche autorevoli esponenti di questa categoria che predicano a favore della patrimoniale: anche loro hanno la coscienza sporca?). I soldi dei contribuenti sono andati a coprire i loro buchi di bilancio ed alla fine il loro patrimonio è rimasto intatto senza che i contribuenti diventassero "soci", nonostante avessero apportato montagne di capitale.

Un altro esempio: una patrimoniale al 100% sul patrimonio immobiliare accumulato dai sindacati, che per decenni hanno fatto la cresta sui contributi dei lavoratori, o sugli immobili dei partiti, che intascavano rimborsi elettorali molte volte superiori alle spese sostenute.

Pensiamo poi ad una patrimoniale per i baby pensionati, che hanno pagato contributi per 16 anni e sono in pensione da 40: i loro "diritti acquisiti" sono per noi "doveri acquisiti" nonché "diritti non acquisibili". Pagheremo per tutta la vita la pensione a loro e noi non ne avremo una. Se in questi 40 anni si saranno comprati una casa l'avranno fatto con le tasse dei contribuenti! Questo non è Stato di diritto, è riduzione in schiavitù!

Per non parlare delle associazioni "culturali", dalle bocciofile alle associazioni per realizzare i carri di carnevale: i comuni, le province e le regioni per decenni hanno finanziato gli hobby degli amici degli assessori di turno. Siamo sicuri che sia questa la funzione dello Stato? E per risanare il debito pubblico sarebbe più giusto chiedere la restituzione di quello che hanno ricevuto negli anni o andare a battere cassa da quelli che in tutti questi anni hanno pagato le tasse e hanno finanziato gli svaghi agli altri?

Si potrebbe dire che così viene meno lo Stato di diritto: sarebbe ingiusto se lo Stato si rimangiasse la parola? Certo. Ma è ancora più ingiusto che chi paga le tasse debba finanziare i patrimoni e gli hobby ai privilegiati e ai loro amici e come se non bastasse si trovi sul collo anche il debito pubblico e gli interessi sul debito pubblico, perché pur pagando più del 50% dei propri redditi i soldi allo Stato non bastano mai!

Pensioni d'oro, burocrati, politici, partiti, clientele, imprenditori "amici degli amici", che vivono di commesse pubbliche... tutti hanno messo in tasca soldi pubblici alimentando il debito pubblico. Perché devono pagare i contribuenti, con tasse su redditi, patrimoni o consumi? Restituiscano loro quello che hanno accumulato. Si ripianerebbe una bella fetta di debito pubblico!

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Se Adinolfi lascia

Con una lettera indirizzata al segretario Bersani, Mario Adinolfi lascia ufficialmente il Pd, riconsegnando di fatto la sua tessera con una comunicazione online, pubblicata sul suo blog.

Parole tanto dure quanto realistiche quelle del famoso blogger, che parla infatti di un Pd sempre più a sinistra, sempre più conservatore, ma in termine dispregiativo, conservatore infatti nel non abbandonare le alleanze con Vendola e Di Pietro, nel seguire costantemente la Cgil anche nelle sue azioni più estremiste e nel mantenere la stessa classe dirigente che c'era nel Pds, nei Ds, nella Margherita. Nessun ricambio generazionale, questo denuncia Adinolfi, nessuna svolta, come invece aveva promesso Walter Veltroni nel 2007 con il coraggioso progetto che univa varie culture politiche di sinistra e non solo. Adinolfi sognava un grande partito riformista a vocazione maggioritaria, ma questo non c'è mai stato e troppo spesso la linea guida del Pd è stata dettata non da moderne idee socialdemocratiche, di cui questo paese comunque avrebbe bisogno (non dimentichiamoci che l'alternanza è un fattore importante per qualunque paese e anche all'opposizione potrebbe fare proposte concrete, finalmente), ma dalle vecchie idee e dai soliti noti di una sinistra sempre più chiusa.

Il Pd di Franceschini prima e di Bersani poi ha chiaramente scelto la direzione del vecchio ulivo, l'unione che aveva fallito e questo ad Adinolfi (e non solo) non è assolutamente piaciuto. Salva solo Matteo Renzi, il giovane rottamatore e sindaco di Firenze che ha più volte mostrato l'intenzione di cambiare volto ad una sinistra arrugginita.

I moderati che nel 2007 hanno creduto nel Pd si sono dovuti ricredere quasi tutti, specialmente i cattolici. C'è chi come Fioroni e gli ex popolari che resiste nel partito, ma con molto disagio, e chi come Rutelli e Adinolfi che lasciano, tra l'altro il primo con libro dal titolo "Lettera ad un partito mai nato" e il secondo con dure parole come "il Pd non rappresenta una speranza per il paese", come può pensare quindi un partito simile ad un'alleanza con il centro? Come può immaginare che i  moderati vogliano candidarsi insieme al Pd, quando  i cattolici ex Dc e Ppi già presenti fanno la gara per scappare?

Non ci voleva certo l'addio di Mario Adinolfi, un personaggio nemmeno di primissimo ruolo, per far capire agli italiani che la volontà del Pd sia ben diversa dalla rotta tracciata alla sua fondazione nel 2007, sia ben diversa dal progetto originale di Veltroni che, ripeto, pur non condividendolo, ritengo coraggioso. Una delle ultime volte che  Bersani&co ce lo hanno dimostrato, in maniera davvero evidente, è stata ai referendum di Giugno, strumentalizzando quesiti di rilevante importanza come la liberalizzazione dei servizi idrici, e non la privatizzazione dell'acqua, come opponendosi fermamente al nucleare, senza però dare un'alternativa energetica concreta e come rifiutandosi di capire che con quel legittimo impedimento proposto da Alfano l'ultima parola spettava comunque al magistrato e non al Parlamento.

C'è chi dice che le elezioni siano più vicine del previsto, che Berlusconi abbia le ore contate e che se ne sarebbe dovuto andare via già da tempo. Probabile. Probabile che andremo al voto anticipato e sicuramente questo governo, anche a causa della gigantesca crisi economica che ha travolto l'Europa, non ha mantenuto gran parte delle promesse presenti in un programma liberale che ci aveva proposto nel 2008 e con cui ha trionfato anche nel 2001 e nel 94', ma queste persone che criticano, criticano e criticano dovrebbero capire che il motivo del fallimento (perché per ora è stato un fallimento) del Pd è dovuto all'assoluta mancanza di un'alternativa seria e di una linea più moderata, senza più Vendola, senza più Di Pietro, senza più Diliberto.

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