Sondaggio – Re...

Un gigante

Oggi è il giorno di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sull'Iraq. Non è un giorno facile per l'ex premier britannico: occhi puntati addosso, un paese che sembra accusarlo di aver mentito, una guerra che appare improvvisamente sbagliata. Poco male. Tony Blair va davanti alla commissione e sfodera il carisma di sempre. A chi se lo aspettava timido e sulla difensiva dimostra come reagisce uno statista di fronte alle difficoltà: si assume le responsabilità, non fa passi indietro, non rinnega il senso ultimo di quella guerra. Quando gli obbiettano che Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa e non intratteneva rapporti con Al Qaeda, risponde sereno che la storia di Saddam, l'uso delle armi chimiche, i milioni di morti, i dieci anni di soprusi e le risoluzioni Onu violate erano motivi più che sufficienti per giustificare l'intervento. Tutti si aspettavano una presa di distanza dall'amico George W Bush e dall'idea della guerra preventiva. Invece no, anche qui, una spanna sopra tutti: "Dopo l'11 settembre - ha spiegato - se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di sterminio dovevamo fermarti e questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa". Quasi a rivendicare una primazia democratica sugli Stati Uniti, perchè il sostegno della democrazia e della libertà nel mondo non è cosa di cui vergognarsi. Un gigante, Tony Blair. Perchè al di là delle divergenze politiche spicciole che dividono destra e sinistra, conservatori e laburisti, ha dimostrato una volta ancora che c'è qualcosa di indossolubile che lega l'America alla Gran Bretagna. Qualcosa più forte dell'attualità politica, dei governi che cambiano, delle tattiche e delle opportunità. Qualcosa per cui vale la pena anche rinunciare ad un po' di consenso. Qualcosa per cui sfidare con fierezza una commissione d'inchiesta su una guerra giusta.

SpinCon: Regionali 2010

Il cerchio si chiude

TERRORISMO: NUOVO MESSAGGIO BIN LADEN,
ATTACCA USA SU CAMBIAMENTI CLIMA
(Adnkronos/Aki) - «I paesi industrializzati e in particolare quelli più grandi sono responsabili dei cambiamenti climatici - afferma Bin Laden - Il cambiamento climatico del pianeta non è solo un'idea, ma una realtà . Loro sono responsabili perchà© hanno invocato gli accordi di Kyoto accordandosi sulla riduzione delle emissioni dei gas, salvo poi, per decisione di George Bush junior e prima ancora del Congresso americano, respingere gli accordi per accontentare le grosse multinazionali». «Ci sono loro dietro l'aumento generalizzato dei prezzi di prima necessità  - dice il leader di al-Qaeda - e dietro la cattiva situazione economica nella quale ci troviamo». «Ha ragione Noam Chomsky quando sostiene che c'è un legame tra la politica americana e quella delle bande mafiose». àˆ quanto afferma nella seconda parte del suo messaggio audio il leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. In quest'ultima registrazione, trasmessa dalla tv araba al-Jazeera, Bin Laden parla anche della crisi economica e cita il noto intellettuale americano e le sue tesi. «Sono loro i veri terroristi - afferma - Dobbiamo impedire l'uso del dollaro e liberarcene al più presto. àˆ questa la via per liberare l'umanità  dall'America e dalle sue multinazional». Bin Laden propone quindi il boicottaggio dei prodotti, delle societa' e della moneta statunitense come soluzione alla crisi economica mondiale.

Bin Laden, Al Gore, Noam Chomsky: tutto, ora, ha perfettamente senso.

Io Ricordo

E Grazie

E Simone Bressan guiderà la Giovane Italia Simone Bressan, 28 anni, impegnato nella scena politica locale prima come responsabile della comunicazione di Forza Italia e ora del Pdl, è il nuovo coordinatore provinciale della Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della libertà, nato dall’unione dei due rispettivi gruppi di Alleanza Nazionale e di Forza Italia. A nominare Bressan è stato direttamente il coordinatore nazionale dei giovani Francesco Pasquali, che ha indicato le cariche locali alla guida del partito, segnalando come coordinatore regionale il pordenonese Matteo Rizzato. «La nascita di un movimento giovanile unitario del Popolo della libertà – ha commentato Bressan – è un passaggio molto importante per la creazione di quel grande partito di centrodestra immaginato da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini al momento della fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale. L’obiettivo ora è quello di coinvolgere quanti più giovani possibili». Messaggero Veneto - 26 Gennaio 2010

Let’s make a deal

Regionali: Piemonte ...

Regionali, Bonino e ...

Con l'8,5% di elettori ancora indecisi su chi scegliere nel segreto dell'urna la partita è ancora apertissima, ma se si fosse votato ieri Emma Bonino sarebbe il nuovo Presidente della Regione Lazio. Secondo un sondaggio effettuato da Spincon per Notapolitica.it, infatti, il 47.8% dei laziali è orientato a votare il candidato del centrosinistra, mentre l'ex sindacalista Ugl si fermerebbe solo al 43,7%. Continua su Notapolitica.it

Scott, il vendicatore

Pubblichiamo un articolo di Marco Respinti, ospite (graditissimo) di The Right Nation, sulle elezioni suppletive in Massachusetts

Martedଠnero per i Democratici statunitensi. Avrebbe dovuto essere la solita passeggiata di sempre e invece è stato un incubo. La vittoria del Repubblicano Scott Brown nelle elezioni suppletive per il Senato federale di Washington, che si sono volte martedଠin Massachusetts, ha infatti non solo mandato all'aria certi giochetti politici "locali" vecchi e stantii, ma anzitutto e soprattutto lanciato alla Casa Bianca un nettissimo segnale di rivolta. Quella che potrebbe essere la fine della riforma del sistema sanitario nazionale fortemente voluta dal presidente Barack Hussein Obama parte infatti da qui, dal Massachusetts. Divenendo oggi il 41° dei senatori Repubblicani attualmente in carica, Brown infrange sugli scogli la maggioranza qualificata di 60 seggi che impedisce ogni ostruzionismo parlamentare. Per questo il Partito Repubblicano festeggia e il popolo conservatore gongola. Tenendo presente che, di tutto il castello di promesse mai mantenute, proprio la riforma sanitaria era ed è rimasta l'ultima speciosa arma retorica con cui la Casa Bianca cerca di mantenere la testa sopra la linea di galleggiamento, a solo un anno di distanza da quella montagna parolaia che nel novembre 2008 ha partorito il topolino Obama è opportuno che cronisti e commentatori inizino a rinfoderare la spocchia con cui da dodici mesi spadroneggiano nel nome di "Magic Barack".

àˆ dal 1952 che il seggio senatoriale ora conquistato da Brown stava inamovibilmente nelle mani del clan Kennedy, di JFK prima e dell'ineffabile "Ted" dopo; da trent'anni la rappresentanza del Massachusetts al Senato di Washington era un monolite monocolore Democratico, e pure ostaggio della componente più smaccatamente progressista del Partito Democratico. Che un Repubblicano come Brown abbia dunque infranto questa cortina di ferro è un fatto davvero eccezionale.

Per molti aspetti, Brown è un vir novus. Sà¬, in loco lo si conosce discretamente, le cronache mondane rimbalzano il suo nome da un bel po', ma resta vero che per la politica di livello nazionale è ancora un "signor nessuno". Che quindi sia un uomo cosà¬, più vicino alla gente di quanto s'immagini e più espressione del popolo di quanto si sospetti, a sbaragliare quelle gioiose macchine da guerra con ingranaggi ben oliati che in Massachusetts marciano alla guida di timonieri consumati (in tutti i sensi) e in una tornata elettorale tanto importante è un segnale politico di una forza straordinaria.

In poche settimane, il "parvenu" Brown ha polverizzato il "mito" che già  manda cattivo odore di "Ted" Kennedy, ma soprattutto ha distrutto ciò che un uomo come lui ha per decenni rappresentato in politica. Vale a dire l'intrallazzo, il maneggionismo, l'inciucismo alternato volentieri al radicalismo ideologico, il binomio doppiopetto e sozzura, lo spregio della giustizia anzi del Paese intero in nome dei propri porci comodi, la politica annaffiata oltre ogni ragionevole soglia di tolleranza da caterve di denari viziati, vizianti e viziosi, nonchà© quella cosa da voltastomaco che è il vedere un fantastiliardario atteggiarsi a buon samaritano lasciando cadere dal vetro fumà© della limousine qualche spicciolo per gli homeless, meglio-che-niente si dirà  e invece no, la logica è che darne un po' ai disperati li sottrae al fisco. Tipo Una poltrona per due, per intenderci.

Brown invece è un ruspantello di provincia, magari un po' frescone ma piuttosto genuino, nà© ricco nà© povero, middle class come la maggior parte degli americani, proprietario e lavoratore, avvocato e militare, tocco di finto scandalo che non guasta mai e alla bisogna istinto politico dalla parte giusta. Mica san Giorgio cavaliere, ma oggi alla politica tutta basterebbero semplicemente uomini politici autentici, non dei superman. Dopo l'articolo su Brown comparso a firma del sottoscritto martedଠsu queste pagine, un gentile lettore mi ha raggiunto sul mezzo di comunicazione e relazione più à  la page del momento, Facebook, laconicamente rimbrottandomi con un "Brown altro non è che un abortista moderato". Vero, forse. A parte il fatto che oggi il suo istinto politico sembra averlo schierato mediamente più in linea con il mondo pro-life di quanto s'immagini, la cosa significativa da ricordare è che scegliendo lui il popolo del Massachusetts ha scelto di considerare mezzo pieno il bicchiere fino a oggi visto solo mezzo vuoto. Chi gielo va insomma a dire al popolo del Massachusetts, appesantito da 50 anni di Kennedy e da 30 di progressismo Democratico, che Brown non è (correggerei in "potrebbe anche forse non essere") il top dei top?

L'impresa in cui Brown è riuscito è enorme. Ma è enorme soprattutto perchà© significa che dietro a uno Scott Brown, che è quello che è come tutti sono quello che sono, esiste un popolo di votanti pari a più della metà  di chi martedଠha fisicamente votato alle urne il quale ha scelto di dire basta a Obama e ai Democratici. Come ignorare infatti che di tutti seggi che i Repubblicani avrebbero mai potuto conquistare in Massachusetts il primo a incrinare lo strapotere di una politica arrogante contro le persone e contro il Paese è quello che già  fu di quel "Ted" Kenendy che nemmeno da morto, come di solito accade, ha fatto il miracolo, il "Ted" che per una vita si è battuto per quella riforma sanitaria che oggi la Casa Bianca sfoggia come un fiore all'occhiello e che proprio poco prima di passare a miglior vita l'ultimo Kennedy ha pubblicamente benedetto in Obama con il crisma della continuità  progressista? Come non comprendere che avere mandato a casa il seggio di "Ted" significa avere già  sconfitto la politica impopolare di Obama?

La vittoria di Brown è senza dubbio storica, sia come sia il futuro. Brown è riuscito in una singolare tenzone di alto valore politico e morale come prima non era praticamente mai successo. Non era successo al bravo William J. Federer, per esempio, omonimo di un bravo tennista come Brown lo è di un bravo calciatore, quel Federer storico e saggista prestato alla politica che in novembre ha sottoscritto la "Dichiarazione di Manhattan" (di cui occorrerà  riparlare) la quale unisce protestanti evangelicali, cattolici e ortodossi americani in una sfida elegantemente "di piazza" all'establishment egemonizzato dai progressisti su temi di difesa intergale della persona umana, insomma il Federer semisconosciuto che nel 2000 cercò di battere in Missouri l'allora leader della minoranza Democratica alla Camera, il potentissimo Richard "Dick" Gephardt, perdendo con onore una sfida impari ma moschettiera. Federer fu al tempo sostenuto da William H.T. "Bucky" Bush, zio del presidente George W. Bush jr., dal leader della maggioranza Repubblicana alla Camera Richard "Dick" Armey, dal fuoriclasse Repubblicano, reaganiano, cattolico e antiabortista Alan Keyes (negro, più nero e più autentico di Obama), dalla madrina del femminismo antifemminista Phyllis Schlafly, dal popolare opinionista David Limbaugh (fratello minore del popolarissimo commentatore radiofonico Rush Limbaugh), dal presidente della Corte Suprema dell'Alabama Roy S. Moore (famoso perchà© si ostina a mantenere in piedi il monumento ai Dieci Comandamenti nel tribunale che presiede), dal grande Chuck Norris, dal rocker conservatore Ted Nugent e dal noto radiopredicatore James C. Dobson jr., di "Focus on the Family". La vittoria di Brown oggi vendica tutti i Federer sconfitti di ieri, ma soprattutto incorona il popolo americano che cerca, che sceglie e che premia tipi come loro. Quando i Repubblicani puntano sui conservatori vincono. Il ripasso della lezione di storia parte dal Massachusetts. Dietro Brown, infatti, spunta il popolo dei "Tea Party", cioè il movimento della rivolta fiscale ma non solo, torna la "Right Nation", sogna ancora l'America.

Aggiungete alla vittoria di Brown i recentissimi trionfi Repubblicani ottenuti alle elezioni per il rinnovo dei governatori di Virginia e New Jersey. Aggiungete quel dato troppo a lungo scordato che è stato il clamoroso successo della proposition a difesa della famiglia naturale e del matrimonio eterosessuale che nel novembre 2008 si è registrato nella Californication (e in altri Stati) che al contempo premiava Obama (segno tra l'altro del fatto che non tutti gli elettori di Obama sono stati degl'ideologi trinariciuti). Aggiungete che forse forse anche Sarah Palin rientrerà  presto nel giro, e allora non è davvero difficile dare ragione a FoxNews che il 3 novembre scorso qualificava come referendum pro o contro Obama le elezioni di metà  mandato che gli Stati Uniti celebreranno nel novembre prossimo. Un referendum dopo il quale Obama potrebbe già  mettersi a preparare la valigie. Forte della vittoria ottenuta con quasi il 52% de voti contro la rivale Martha Coakley, vassalla del feudo Kennedy-Obama, Scott Brown ha dichiarato: «Cercherò di essere un degno successore di Ted Kennedy». Ecco speriamo che questa promessa non la mantenga.

Waterloo, Massachusetts

àˆ stata una notte più breve del previsto, quella che ha visto consumarsi in Massachusetts la più clamorosa batosta elettorale ai danni del partito democratico degli ultimi quindici anni. Già  alle 9 della sera (le 3 del mattino, in Italia), Fox News ha assegnato la vittoria al candidato repubblicano, Scott Brown. Gli altri network hanno aspettato un po' più a lungo, ma quando, verso le 10, anche Associated Press ha effettuato la chiamata, la percezione della disfatta democratica era ormai considerata un dato di fatto. Poi, da lଠa qualche minuto, l'evento storico si è compiuto. La candidata democratica Marta Coakley ha riconosciuto la sconfitta, il quartier generale del Gop (già  su di giri da qualche ora) è esploso come un petardo nella notte del 4 luglio e Scott Brown è diventato il nuovo senatore junior del Commonwealth del Massachusetts, conquistando il seggio che fu prima di John F. Kennedy e poi di suo fratello Ted, saldamente in mano democratica da oltre mezzo secolo. Brown, soprattutto, diventa il 41° voto repubblicano al Senato, togliendo al partito del presidente Obama quel preziosissimo sessantesimo seggio che, secondo i regolamenti del Congresso Usa, consente alla maggioranza di aggirare qualsiasi pratica ostruzionistica dell'opposizione.

Le due settimane più lunghe di Barack
Tutto era iniziato il 4 gennaio, quando il sondaggista Scott Rasmussen ha pubblicato una sorprendente ricerca sulle elezioni suppletive del Massachusetts, fino a quel momento considerate poco più di una formalità  per i democratici. Il sondaggio di Rasmussen, invece, registrava un vantaggio per la Coakley inferiore ai dieci punti percentuali (9, per l'esattezza) che aveva in un primo momento provocato l'ilarità  degli analisti, soprattutto democratici, che consideravano del tutto irrealistico uno scarto cosଠridotto. Per comprendere pienamente l'entità  dell'evento sismico che si è verificato nella notte tra martedଠe mercoledà¬, bisogna fare un breve excursus nella storia elettorale dello stato nel dopoguerra. In quella che i conservatori chiamano con disprezzo People's Republic of Massachusetts (Repubblica Popolare del Massachusetts), JFK ha vinto a fatica le elezioni per il Senato nel 1952 (51-48), ma da quella data in poi il distacco tra democratici e repubblicani è sempre stato elevatissimo. Tanto che il risultato migliore per il Gop l'aveva ottenuto Mitt Romney (poi diventato governatore) che nel 1994 - anno favorevolissimo al Gop - aveva perso contro Ted Kennedy con "soli" 17 punti percentuali di scarto. Nel seggio non di proprietà  diretta della dinastia Kennedy, invece, John Kerry nel 2002 è riuscito addirittura a correre senza oppositori. E appena un anno fa, Kerry aveva sconfitto Jeff Beatty 65-30: trentacinque punti percentuali e oltre un milione di voti di vantaggio.

Il panico (tardivo) dei democratici
Data per scontata la vittoria, i democratici hanno praticamente fermato la loro poderosa macchina elettorale in Massachusetts appena dopo la vittoria della Coakley alle primarie. Ma non hanno tenuto conto di almeno due fattori: la crescente opposizione nazionale al piano di riforma sanitario faticosamente approvato dal Congresso e la protesta montante della popolazione nei confronti della politica economica della Casa Bianca, maturata con il dilagare dei Tea Party in ogni angolo della nazione (Massachusetts compreso). Il sondaggio di Rasmussen è stato frettolosamente archiviato come una bizzarra "anomalia statistica". E i democratici hanno continuato a dormire sonni ancora più tranquilli. L'incubo, invece, era appena iniziato.
Ad appena una settimana dal voto, infatti, è arrivato un altro fulmine a ciel sereno: secondo il sondaggista democratico Tom Jensen di Public Policy Polling, infatti, Brown era addirittura davanti alla Coakley (anche se solo dell'1%) e stava riuscendo a monopolizzare il voto degli indipendenti, strappando addirittura il consenso di qualche elettore tradizionalmente democratico. Se il partito di Obama aveva avuto buon gioco nel definire Rasmussen come un sondaggista vicino ai repubblicani (affermazione non del tutto corretta, per la verità ), Jensen non poteva certo essere considerato un "guastatore" del nemico, vista la sua storica vicinanza, anche professionale, con il partito democratico. E il fulmine si è presto trasformato in un acquazzone fuori stagione.

Arrivano i rinforzi da Washington
La Casa Bianca e i vertici del partito, consapevoli che una sconfitta in Massachusetts avrebbe tolto alla maggioranza il 60° voto del Senato necessario a frenare ogni velleità  di filibustering da parte del Gop, sono entrai immediatamente (si fa per dire) in emergency-mode. Bill Clinton e i suoi surrogati si sono precipitati nello stato a fare campagna per la Coakley. A ventiquattr'ore dall'apertura delle urne, si è scomodato addirittura il presidente, anche se già  iniziavano a circolare memo interni dell'amministrazione che accusavano di inettitudine la candidata democratica e memo interni della campagna Coakley che accusavano la Casa Bianca di scarso impegno.
Mentre i repubblicani di tutti gli Stati Uniti si chiedevano, sbigottiti, se fosse davvero arrivato il momento della "liberazione" atteso da oltre mezzo secolo, gli attivisti dei Tea Party battevano lo stato palmo a palmo, sconfiggevano clamorosamente liberal e progressive proprio sui loro terreno preferito (guerrilla marketing, fundraising online e controllo dei social network) e smentivano ancora una volta chi li considera custodi un po' ottusi della "purezza" conservatrice, appoggiando con tutta l'energia possibile un candidato in alcuni casi eterodosso rispetto al baricentro ideologico del movimento.

Il crollo verticale
Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Brown inizia una surge statistica con pochi precedenti nella storia americana. I sondaggisti che registrano un vantaggio per Brown - a volte minimo, a volte più consistente - si moltiplicano. E perfino gli istituti di ricerca più vicini al partito democratico si arrendono all'ipotesi di una gara combattuta sul filo di lana. Un'eventualità , per il Massachusetts, semplicemente fantascientifica fino a un paio di settimane prima. In realtà , chiuse le urne e contati i voti, tutto è stato più semplice del previsto. Il turnout discreto dei democratici a Boston, provocato dal tentativo di "nazionalizzare" in extremis la sfida, è stato schiacciato dai numeri straordinari ottenuti dal Gop nei sobborghi di Bay State, dove il candidato repubblicano è riuscito non solo ad energizzare la base conservatrice, ma a smuovere la tradizionale apatia dell'elettorato "indipendente", che si è spostato con percentuali "bulgare" dalla parte di Scott Brown, che alla fine ha vinto con 5 punti percentuali e oltre 100mila voti di distacco.
Ma qualsiasi considerazione locale scompare di fronte all'impatto di queste elezioni sul panorama politico nazionale. Dopo le sconfitte di novembre in Virginia e (soprattutto) New Jersey, Obama si trova di fronte a un ambiente politico estremamente ostile: il suo job approval è ormai stabilmente al di sotto della linea di galleggiamento del 50%; il suo partito perde regolarmente le sfide nel congressional generic ballot; la riforma sanitaria è a rischio; la sua politica ecomomica ha indici di approvazione che sfiorano il 30%; i potenziali candidati democratici alle elezioni di mid-term (incumbent compresi) fanno a gara nel ritirarsi dalla co,petizione; i repubblicani, che sembravano definitivamente usciti di gioco, sono più motivati e combattivi che mai; i Tea Party raccolgono libertarian, indipendenti e conservatori in un unico movimento di protesta anti-statalista, diffuso e sul piede di guerra. «La situazione, forse, è peggio di come ce le immaginavamo», ha ammesso ieri l'analista-blogger democratico Nate Silver, che fino all'ultimo minuto si rifiutava di credere all'eventualità  di una vittoria repubblicana in Massachusetts. E il "peggio", probabilmente, per Obama e i democratici deve ancora arrivare.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

Bye Bye Barack!

A Midwinter Night's ...

04:40. E' molto tardi e andiamo a dormire. Mancano all'appello una decina di seggi che non potranno in alcun modo cambiare il risultato finale. Scott Brown è il nuovo senatore jr. del Massachusetts, il successore di Ted Kennedy e il 41° voto del GOP al Senato. Oggi è accaduto qualcosa di impensabile, soltanto fino a pochi giorni fa, che avrà  un impatto profondo sulla politica americana, non solo nel breve periodo. Avremo il tempo di analizzare tutto nelle prossime ore. Ma la riflessione, stavolta, tocca soprattutto ai Democratici, sempre che non siano già  troppo impegnati a far scivolare la riformetta della sanità  tra le pieghe della burocrazia. Noi, per ora, ci andiamo a godere questo fantastico e inaspettato sogno di mezzo inverno. Il Commonwealth del Massachusetts ha dimostrato che i seggi del Senato statunitense non appartengono alle famiglie, alle dinastie o ai partiti, ma al popolo. God Bless America!

04:37.
2154/2168
Coakley (Dem) 1,052,391 - 47%
Brown (GOP) 1,153,808 - 52%

04:25. (...) I can tell you right now, there are a whole crap load of Democrats in marginal seats thinking "if we can't hold Teddy Kennedy's seat in Massachusetts, what chance have I unless I do something completely different?" Nancy Pelosi and Harry Reid wake up to a whole new world tomorrow. McQ on QandO

04:18.
2107/2168
Coakley (Dem) 1,018,272 - 47%
Brown (GOP) 1,135,249 - 52%

04:12. Aspettando il discorso di Scott Brown, su Fox News c'è Karl Rove. Dopo il break.

04:08.
2084/2168
Coakley (Dem) 1,005,997 - 47%
Brown (GOP) 1,112,574 - 52%

04:02.Durante il concession speech, la Coakley ringrazia lo staff, i foot-soldiers e la famiglia Kennedy. Ci uniamo ai ringraziamenti.

04:00.
2066/2168
Coakley (Dem) 995,329 - 47%
Brown (GOP) 1,103,326 - 52%

03:54.
2031/2168
Coakley (Dem) 974,753 - 47%
Brown (GOP) 1,089,039 - 52%

03:45.
1994/2168
Coakley (Dem) 949,660 - 47%
Brown (GOP) 1,062,322 - 52%

03:43.
1939/2168
Coakley (Dem) 921,459 - 47%
Brown (GOP) 1,036,855 - 52%

03:39. Sarah Palin: Congratulations to the new Senator-elect from Massachusetts! Scott Brown's victory proves that the desire for real solutions transcends notions of "blue state" and "red state". Americans agree that we need to hold our politicians accountable and bring common sense to D.C. (via Twitter)

03:37.
1884/2168
Coakley (Dem) 887,754 - 47%
Brown (GOP) 996,990 - 52%

03:34. Dem pollster Celinda Lake: "There's a wave... it hit VA, it hit NJ, it hit MA." (via Twitter)

03:31.
1770/2168
Coakley (Dem) 837,684 - 47%
Brown (GOP) 934,045 - 52%

03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%

03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%

03:24. Ruffini: Coakley just conceded.

03:23. Associated Press chiama la corsa per Brown. Su Fox News dicono che la Coakley starebbe per concedere la sconfitta.

03:22.
1543/2168
Coakley (Dem) 720,460 - 46%
Brown (GOP) 822,901 - 53%

03:20.
1494/2168
Coakley (Dem) 696,751 - 46%
Brown (GOP) 791,972 - 53%

03:16.
1435/2168
Coakley (Dem) 668,881 - 46%
Brown (GOP) 757,885 - 53%

03:12.
1357/2168
Coakley (Dem) 630,859 - 46%
Brown (GOP) 715,962 - 53%

03:10. Patrick Ruffini projects Scott Brown elected the next U.S. Senator from Massachusetts, and the 41st Republican vote (via Twitter)

03:08.
1298/2168
Coakley (Dem) 607,073 - 46%
Brown (GOP) 694,897 - 53%

03:06. Romney si pavoneggia su Fox News. Io ancora non posso crederci...

03:05.
1234/2168
Coakley (Dem) 575,357 - 46%
Brown (GOP) 653,782 - 53%

03:03.
1119/2168
Coakley (Dem) 520,311 - 47%
Brown (GOP) 587,389 - 52%

03:02. I dati contea per contea. Il liveblogging di Pollster.com.

02:59. Francesco Costa non è per niente soddisfatto...

02:58.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%

02:56.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%

02:53.
783/2168
Coakley (Dem) 365,672 - 47%
Brown (GOP) 407,727 - 52%

02:49.
639/2168
Coakley (Dem) 301,283 - 47%
Brown (GOP) 337,954 - 52%

02:47.
543/2168
Coakley (Dem) 260,730 - 47%
Brown (GOP) 288,615 - 52%

02:44. Patrick Ruffini: Very close to calling it for Brown (via Twitter)

02:41.
445/2168
Coakley (Dem) 216,117 -46%
Brown (GOP) 249,106 - 53%

02:37. Is it happening?
283/2168
Coakley (Dem) 146,410 46%
Brown (GOP) 170,431 53%

“Serve un cons...

Viva Chile y Pià±era...

UPDATE. Primer cà³mputo: Sebastià¡n Pià±era 51.87 %; Eduardo Frei 48.12 %. Frei accetta la sconfitta.

UPDATE 2. Pià±era 51,61% Frei 48,38%.

UPDATE 3. Lo streaming live di una tv cilena. Analisi e festeggiamenti.

Ense Petit Placidam ...

Lasciate perdere i sondaggi: il vero segnale che in Massachusetts potrebbe accadere qualcosa di incredibile è questo.

C’era una volt...

Ci avevano spiegato che la rivoluzione obamiana si era manifestata soprattutto sul web. Qui era nata, cresciuta, aveva preso forza fino a diventare un'onda inarrestabile. Così, qualche mese dopo Obama, è stata Debora Serracchiani a incarnare il sogno italiano della politica fatta anche su Internet: scoperta su YouTube, rilanciata su Facebook e consacrata sui blog. Deve aver dato fastidio a tal Antonio Misiani che siccome non sa usare Facebook ha deciso di bloccare l'accesso al social network a tutti i dipendenti della sede centrale del Pd nazionale. Perchè - secondo il nostro- non si tratta nè di "uno strumento politico". Andate a spiegarlo al Presidente americano e al vostro europarlamentare di riferimento. p.s: Sempre ottimo Civati p.p.s: Pare che al Pd ci abbiano messo un secondo a ripensarci. Grazie al cielo

Ragazzacci...

Il Giornale si occupa della "rivolta online" contro la Polverini. E il pezzo di Gian Maria De Francesco è soprendentemente accurato, per venire dai mainstream media. L'unica cosa sbagliata è il titolo («Liberali del Pdl contro la Polverini»). Qui il problema non ce l'hanno soltanto i liberali, ma anche quelli che non si sono mai vergognati di essere conservatori.

Quei ragazzacci che ...

Liberali del Pdl contro la Polverini di Gian Maria De Francesco, Il Giornale - 15 Gennaio 2010 Sul blog "Tocqueville.it" cresce la protesta per la candidatura della sindacalista Ugl: "Con lei governatrice vincere non avrà senso". L'aspirante presidente del Lazio: "Liberista mai". Elettori sul piede di guerra «Non vogliamo un’altra Dede Scozzafava!». I «ragazzacci» dei blog di area Pdl hanno le idee chiare: il candidato governatore del Lazio, Renata Polverini, è una «Rino». Terminologia american style, ma messaggio politico molto chiaro. Il segretario generale dell’Ugl è una «Republican-in name-only», una «repubblicana solo di nome», da cui l’acronimo Rino. Negli Usa essere definiti «Rino» non è certo un’attestazione di stima e il Partito repubblicano ha perso un seggio al Congresso perché aveva deciso di candidare nello Stato di New York Dede Scozzafava, troppo liberal per un partito fondamentalmente conservatore. Una volta «scaricata» dai Repubblicani, Scozzafava decise di appoggiare l’avversario democratico Bill Owens suscitando ulteriori polemiche da parte di chi già la considerava una serpe in seno. Ed ecco perché l’aggregatore di blog di area centrodestra Tocqueville.it ha dedicato la homepage del sito a due post molto critici nei confronti di Polverini, troppo liberal per adattarsi a un grande partito conservatore come il Pdl. «Ma voi la votereste una così?», si è chiesto ironicamente il blogger conservatore Giova che non esita a definire la Polverini una sindacalista «socialista, xenofila, islamofila» invitando i laziali «ad ignorare la prossima tornata regionale ed a fare una bella gita fuori porta». Ma gli «incazzati» per una candidatura poco destrorsa non sono solo gli ultraconservatori. Al coro di critiche si è aggiunto anche Jimmomo alias Federico Punzi, radicale di centrodestra, che ha bollato la Polverini come «degna rappresentante della sindacatocrazia italiana» auspicando una «sconfitta salutare per il Pdl». Ad interrogarsi, però, è anche l’ala «fusionista» della blogosfera, cioè quella più favorevole a un’integrazione delle varie anime del Popolo della Libertà. «Che senso ha, per la destra, vincere le elezioni per poi ritrovarsi con un governatore di sinistra (o che vuole attuare politiche di sinistra, che poi è la stessa cosa)?», si chiede The Right Nation, blog di Andrea Mancia che di Tocqueville.it è l’animatore. Hanno lo sguardo rivolto verso Washington questi ragazzi e auspicano un «moto di ribellione dal basso» come quello che, negli Stati Uniti, sta ringiovanendo le iniziative repubblicane contro la politica economica di Obama. Certo, a sollecitare la discussione è stato proprio il Giornale attraverso la lettera di Giancarlo Lehner che ricorda come l’Ugl avrebbe «gonfiato» il numero degli iscritti e attraverso una vecchia intervista di Giancarlo Perna alla candidata che dichiarava: «Liberista, mai. Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza». Parole che hanno indispettito e non poco gli intellettuali internettiani di area Pdl. «Sempre più convinto che una vittoria di Emma Bonino nel Lazio sia più che auspicabile, per porre freno ad una candidata Pdl quanto meno dubbia», ha scritto Lakeside Capital. Sfiduciato anche Simone Bressan di FreedomLand. «Non basterà Silvio Berlusconi a garantire sulla candidatura di questa sindacalista figlia di una politica di sinistra, amica più della Cgil che delle partite Iva e candidata sulla base degli ottimi risultati ottenuti alla guida di un sindacato di cui si ostina a non voler fornire i numeri veri», ha scritto. E a leggere i commenti ai post ci si preoccupa ancor di più: a votare turandosi il naso molti «ragazzacci» non sono disponibili. Qualcuno lo farà perché dall’altra parte ci sono i comunisti. Ma, per piacere, «non vogliamo un’altra Dede Scozzafava!».

Schizofrenia, parano...

Per descrivere il rapporto tra classe politica italiana e Internet si può soltanto ricorrere a concetti presi in prestito dalla letteratura medica. E in particolare da quella branca specialistica della medicina che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali: la psichiatria.

Partiamo dalla schizofrenia.Chi scrive ha ascoltato con le proprie orecchie, dopo le elezioni presidenziali americani del 2008, un numero impressionante di esponenti politici nostrani incensare in modo addirittura eccessivo le sorti "magnifiche e progressive" della rete. I successi obamiani nel fundraising online, la capacità  di mobilitazione di strati di popolazione mai coinvolti nelle dinamiche politiche, le potenzialità  nella condivisione in tempo reale delle informazioni: tutto, proprio tutto, sembrava precludere a un futuro radioso della politica, alimentato da quella gallina dalle uova d'oro post-moderna che rispondeva (e risponde) al nome di Internet. In realtà , il ruolo svolto dalla rete nel processo politico statunitense era centrale da ormai quasi un decennio. Ed era già  esploso alle presidenziali del 2004, quando un manipolo di blog conservatori aveva prima sventato un golpe mediatico della Cbs ai danni di Bush (il cosiddetto "Rathergate") e poi compromesso definitivamente il nucleo centrale della narrativa alla base della candidatura di Kerry (lo scandalo delle medaglie "immotivate" in Vietnam).

Eppure, gli stessi uomini politici che fino a qualche settimana prima si erano allegramente disinteressati al fenomeno, dopo la sbornia obamista planetaria sono improvvisamente diventati guru dei new media e dei social network politici, pronti ad affrontare le insidie della blogosfera proprio nel momento in cui in fenomeno dei blog iniziava la sua parabola discendente. Misteri dell'ipnosi collettiva.

Ma i casi di schizofrenia non si fermano qui. Un esempio tra i tanti: fino a qualche settimana fa, se un politico italiano aveva meno di diecimila "amici" su Facebook era considerato un paria tra i suoi colleghi. Dopo l'aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo "e la proliferazione di pagine a sostegno del lanciatore psicolabile di souvenir "il social network fondato da Mark Zuckerberg è improvvisamente diventato il corrispettivo telematico dell'anti-Cristo. E si sono moltiplicate le voci dei politici che ne chiedevano la chiusura immediata. Soprattutto a nome dei loro diecimila amici su Facebook.

Oltre alla schizofrenia, poi, c'è la paranoia. Come spiegare, altrimenti, il bizzarro decreto legislativo d'attuazione di una direttiva Ue sul quale il governo ha chiesto un parere (non vincolante) al Parlamento? Secondo alcuni, si tratterebbe del tentativo di trasformare Internet in una grande televisione. Secondo altri, la volontà  è quella di mettere una zavorra sulle ali delle web-tv per impedire che possano fare troppa concorrenza alla televisione generalista (se nella definizione sia compresa anche YouTube è controverso, e il testo del provvedimento non aiuta a capire). Qualunque sia l'interpretazione più corretta, resta il fatto che l'istinto di "protezione" a cui si è lasciato andare il governo somiglia terribilmente a un "disturbo delirante" basato su un "tema persecutorio non corrispondente alla realtà ". La paranoia, appunto.

Ci sono, infine, i politici che non sono nà© schizofrenici nà© paranoici, ma che modulano il loro approccio alla rete seguendo i ritmi della cara, vecchia "ignoranza" (nel senso non-socratico del termine). Questo, però, è tutto un altro discorso.
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